venerdì 30 ottobre 2009

Cosa sta accadendo in Iraq?



Fonte: http://www.articolo21.info/


Perché questo martoriato paese è balzato di nuovo alle prime pagine dei News e dei media? La deflagrazione e il rimbombo delle due esplosioni avvenute la mattina di domenica 25 ottobre segnano una nuova fase di terrore che porterà una lunga scia di dolori e acuirà lo scontro tra le fazioni irachene in lotta per la suddivisione del potere in vista delle elezioni politiche fissate per il 16 gennaio 2010. Gli attentati di domenica scorsa non sono nuovi né sono gli unici accaduti in questi ultimi mesi ma sono, senz'altro, quelli con il più alto numero di vittime e i più pericolosi e preoccupanti perché sono avvenuti in rapida successione l'uno dopo l'altro; e anche perché sono esplosi in una zona che veniva considerata fino a quel momento sicura o, perlomeno meno vulnerabile da altre.

Sono avvenuti davanti alla sede del ministero della giustizia e il palazzo provinciale di Baghdad, due luoghi simboli della legalità. Gli obbiettivi scelti preludono ad un messaggio politico chiaro: coloro che hanno armato e azionato l'ingente quantità di tritolo hanno voluto inviare un chiaro messaggio di sfida al governo, al suo capo Nouri Al Maliki e alle forze politiche dominanti che si azzuffano in questi momenti sugli emendamenti che debbano apportare alla leggi con cui gli iracheni dovranno ritornare alle urne. Non è casuale neanche il momento dei due attentati perchè sono avvenuti nel momento più colmo e più frenetico del movimento della gente in quella zona popolosa di Baghdad e nel giorno in cui il Consiglio Politico e di Sicurezza si riuniva per discutere gli emendamenti da apportare alla legge elettorale. Ed è arrivata, puntuale, la rivendicazione di Al Qaeda annunciando una seria di attentati e terrore che farà centinaia di vittime e metterà in serio imbarazzo e pericolo il governo di Al Maliki che ha fatto della questione della sicurezza e de " Lo Stato di Diritto" la sua bandiera annunciando di scendere in campo per le prossime elezioni con una lista che porta proprio questo nome. La cosa preoccupante è che Al Qaeda e le fazioni religiose che lottano per il dominio del paese hanno dato inizio alla loro "campagna elettorale" a suon di tritolo e molto in anticipo, e prevedendo un lungo periodo di vuoto di potere dopo le prossime elezioni si potrebbero immaginare lunghi mesi di terrore e sangue, esattamente come è accaduto dopo la passate tornata elettorale del 2005 e dopo il fallimento delle forze politiche di indicare subito una coalizione governativa, le varie milizie ( Sunnite e Sciite) hanno approfittato della situazione e hanno esteso il loro dominio su intere province del paese. Alla fine quando le lunghe trattative tra sciiti, Kurdi e sunniti portarono al compromesso Nouri Maliki, il paese era intriso di sangue con un lunghissimo elenco di morti, sfollati ed esiliati ai paesi confinanti.

Sarebbe molto facile addossare la colpa dell'accaduto ai gruppi fondamentalisti (Iracheni e esteri come Al Qaeda) o ai cosiddetti "Rimasugli del vecchio partito Baath", come si sono affrettati a condannare i vari portavoce del governo e come lo stesso Al Maliki ha detto visitando i luoghi colpiti dagli attentati. Ma la questione è molto più profonda e lo spettro verso il quale bisognerebbe indicare il dito accusatorio è molto vasto e, non è assolutamente escluso, che siano nati "Matrimoni di convenienze" dei nemici del passato per imporre una nuova strategia del terrore. E per impedire il varo della nuova legge elettorale che toglie ai gruppi ( Sciiti e Sunniti) dominanti oggi lo strapotere che hanno acquistato con la vecchia legge che dava ai capi delle liste, cosiddette chiuse, di decidere la formazione del parlamento. Gli stessi che hanno impedito al parlamento uscente nelle settimane passate, persino, di iniziare la discussione sulla nuova legge elettorale. Era nella previsione che la situazione di sicurezza precipitasse con l'avvicinarsi della tornata elettorale. E dal momento in cui la politica dominante aveva fallito nell’intento di riportare la sicurezza alla gente, nessuno escludeva l'eventualità del ritorno del terrore.

I due attentati di domenica avvengono dopo pochi giorni dal provvedimento giudiziario nei confronti del deputato sunnita Mohammad Al Daini indicato come mandante e organizzatore dell'attentato dentro il palazzo del parlamento che causò 3 morti, di cui un deputato, e 20 feriti e molti danni materiali, e dopo alcune ore della richiesta della magistratura irachena di rievoca dell'immunità parlamentare della deputata Taysir Mashadani "Partito Islamico" della quale leadership la Mashadin fa parte, ed è il partito che esprime il presidente del parlamento. La Mashadani e suo marito, membro del consiglio provinciale di Diyala sono accusati di avere organizzato e dato l'appoggio a gruppi terroristici nella martoriata provincia di Diyala ( 60 Km a nord Est di Baghdad), e a pochi giorni il nesso tra i mandati giudiziari e gli attentati non è automatico, e pur non essendo del tutto escluso, attentati di tale portata e organizzazione non possono essere messi in atto in così poco tempo.

Fatto sta che né la deputata Mashadani né il suo collega Daini sono stati privati, ancora, dell'immunità parlamentare. E subito dopo l'annuncio del nuovo provvedimento della magistratura c'è stata la levata degli scudi da parte del "Partito Islamico" della quale leadership la Mashadin fa parte, ed è il partito che esprime il presidente del parlamento. I suoi commilitoni del partito di Mashadani hanno considerato tale provvedimento "Un ricatto e un tentativo di bruciare l'immagine di una parlamentare attiva che è stata essa stessa oggetto di attacchi terroristici e rapimenti". Una difesa molto simile a quella alzata in favore del Ex ministro della cultura Asaad Al Hashimi, indicato dalla magistratura come mandante dell'attentato nei confronti del deputato liberale Mithal Al Alousi in cui morirono due dei suoi figli.

Da non trascurare assolutamente la chiamata della guida suprema degli sciiti Ayatollah Ali Al Sistani dalla sua residenza nella città santa di Najaf, al sostegno delle Liste Aperte che offrono al cittadino la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti al nuovo parlamento e tolgono ai gruppi etnici e confessionali il dominio sulle sorte del parlamento. La chiamata di Sistani ha avuto subito un forte applauso da molti settori della società irachena. Da un lato, l'idea di Sistani ha coinciso con la richiesta in questa direzione sostenuta da molti partiti e personalità laiche. Sistani ha creato non pochi scompigli tra partiti e gruppi di estrazione sciita che hanno dovuto rinnegare le loro scelte schierandosi in favore della chiamata della suprema guida religiosa. Non di meno è stato l'imbarazzo dei gruppi sunniti di fronte a una scelta di questo tipo e non sarà di minore importanza per i governi dei paesi confinanti cm l'Iraq, in modo particolare L'Iran e La Siria, che dovranno riconsiderare i loro appoggi ai gruppi adeguandoli alla nuova situazione.

Le Liste Aperte riportano tutto alla luce del sole e impongono a tutti i partiti il dovere di presentarsi con programmi credibili e facce fresche e, soprattutto, con mani pulite dal sangue e dalla corruzione. Compito arduo per i settori religiosi che hanno raccolto il consenso con l'ausilio dei simboli religiosi rispettati da gran parte della popolazione. L'utilizzo abusato della religione da parte di molti partiti e milizie ha creato un solco molto profondo tra questi gruppi e gran parte delle popolazioni. Le elezioni dei consigli regionali hanno dato una chiara indicazione in questa direzione. Dure sconfitte sono state rifilate ai rappresentati dei partiti religiosi e non è escluso che lo scenario si ripeta al livello del parlamento nazionale e da qui nasce la preoccupazione che i probabili sconfitti utilizzino il terrore delle autobombe per imporsi.

http://www.articolo21.info/

domenica 25 ottobre 2009

Fare la pace non è facile, di Mariusz Janik


Fonte:
http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=5783

Diplomatici, soldati, poliziotti: dai Balcani all'Afghanistan, l'UE organizza missioni di pace spesso ambiziose. Ma i risultati scarseggiano, sostengono due esperti in un rapporto appena pubblicato.

L'Ue è fiera delle sue forze di pace. In caso di bisogno, Bruxelles può inviare in qualsiasi parte del mondo 10mila poliziotti, e ha a sua disposizione più di 40mila diplomatici. Inoltre, i suoi emissari possono contare sul più alto budget per lo sviluppo al mondo. Peccato che tutto questo non sia altro che un'illusione, sostengono Daniel Korski e Richard Gowan, autori di un'analisi pubblicata dal Consiglio europeo per le relazioni estere (Ecfr).

“Missioni di pace perfette non esistono. Né quelle dell'Onu né quelle degli Stati Uniti sono perfette. Questo non significa che non ci sia niente da imparare da loro. Prendiamo ad esempio l'efficacia del corpo diplomatico americano, o la logistica impeccabile delle missioni Onu”, dichiara Daniel Korski, che ha partecipato a missioni di pace internazionali nei Balcani e in Afghanistan.

Uno dei problemi più gravi nelle missioni Ue è la carenza di personale specializzato. A diversi anni dal suo lancio, anche una delle missioni europee più importanti, la missione di polizia in Afghanistan, coinvolge solo 150 agenti rispetto ai 400 previsti inizialmente, sottolinea Korski.

Modelli inefficaci

Tuttavia, spiegano gli autori del rapporto, anche una forte presenza di consulenti e funzionari europei non basta a garantire il successo di una missione. Come accade nei Balcani, dove la polizia inviata dall'Ue cerca invano da una decina d'anni di riportare l'ordine e il rispetto della legge, ma l'area resta nelle mani delle organizzazioni criminali internazionali che continuano ad utilizzarla come una “terra di nessuno”.

Ma è ancora peggio quando modelli d'azione inefficaci come quelli usati nei Balcani sono esportati e applicati acriticamente in paesi geograficamente e culturalmente lontani. È per queste ragioni che le missioni europee, anche se sono attive ormai da una decina d'anni, sono ancora considerate “piccole, prive di ambizioni e strategicamente insignificanti”.

Le colpe degli stati membri

Non è tutta colpa di Bruxelles: anche gli stati membri hanno le loro responsabilità. Nel loro rapporto, Korski e Gowan hanno diviso i paesi Ue in quattro gruppi: i “professionisti”, quelli “in cerca di...”, gli “agnostici” e i “neutrali”. La Polonia, poco convinta del valore delle missioni civili, è nel terzo gruppo.

Gli autori puntano il dito contro le debolezze di Varsavia. I suoi inviati sono quasi esclusivamente poliziotti (la legge polacca impedisce l'invio di personale civile), e inoltre il paese ha problemi di pianificazione, coordinamento e cooperazione tra i diversi ministeri. Malgrado ciò, l'impegno della Polonia nelle missioni Ue equivale al 44 per cento del totale. Un risultato non da poco, se si pensa che Spagna e Regno Unito sono molto al di sotto (ma i britannici, nel gruppo dei “professionisti”, dispongono di personale molto più preparato). ( Fonte: presseurop.eu)

***

DIPLOMAZIA
Giù le mani dagli aiuti

Uno degli effetti della ratifica del Trattato di Lisbona sarà la creazione, a breve, di un nuovo corpo diplomatico europeo, l'European external action service (Eeas). Secondo David Cronin del Guardian, questo corpo internazionale composto da circa 5000 unità “dovrà essere attentamente monitorato”. Anche se i diplomatici lavoreranno per gli affari esteri e le politiche di sicurezza, potrebbero gestire anche il commercio internazionale e gli aiuti allo sviluppo, mansioni molto delicate, sostiene Cronin.

“Il rischio è che gli aiuti – che dovrebbero servire solo a combattere la povertà – potrebbero essere assegnati in funzione degli interessi strategici dell'Europa”. Simili dinamiche, sostiene Cronin, hanno già influenzato la distribuzione degli aiuti negli anni scorsi. “Per sostenere la guerra al terrore di George W. Bush, gli ufficiali europei hanno cercato di investire parte dei fondi per lo sviluppo destinati alle Filippine, all'Indonesia, alla Colombia, al Pakistan e alla Malaysia in progetti di sicurezza”. Gli aiuti servono anche a diminuire il flusso di immigrazione verso l'Europa. “Le politiche di sicurezza sono necesarie”, conclude Cronin, “ma non dovrebbero attingere ai fondi riservati ai poveri”.

Redazioneonline- Stampa Internazionale

Darsi la marrazza sui piedi...


Tempo fa avevo avuto da ridire sul fatto che l'attacco a Berlusconi e la richiesta di dimissioni, condotto in modo massiccio dal PD (Partito DemocrXXXistiano), avesse come bersaglio il comportamento, diciamo così, esuberante del Presidente del Consiglio in materia erotica. Il mio ragionamento era, in sintesi, questo:

- quando, quanto e come Berlusconi faccia sesso è cosa di cui nulla ci importa (a parte l'utilità che ne può venire, in quanto apertura, finalmente, di un discorso non ipocrita sulla sessualità degli anziani);
- nel complesso delle attività erotiche berlusconiane ci interessa invece qualche aspetto politico: per esempio, un capo di governo cena con gente che non conosce: ignora che uno è un esponente della mafia degli appalti, che altre sono volgari prostitute (così dice lui stesso), e che nella sua casa si registra e si filma con facilità - in un caso a evidente scopo di ricatto, ecc. ecc. (per non parlare di ciò che inizialmente ha detto la sua signora, non la sinistra, circa la frequentazione di minorenni e il suo stato di salute);
- eliminare le questioni politiche e tentare la spallata al governo con argomentazioni di stupido taglio moralista è pericoloso, in primo luogo perchè il moralismo e cosa dei papisti ed è meglio che se lo tengano; in secondo luogo perché i papisti si accordano più facilmente con quelli che gli scandali sessuali li sanno coprire (pedofilia ecc.); in terzo luogo perché abitua a valutare l'uomo e la donna politici in base al modo in cui scopano e non in base al modo in cui amministrano.

Il PD (Partito Decotto) scelse purtroppo la strada del moralismo, coerente con la sua strategia di aprirsi prono ai desiderata parrocchiali, e lo fece proprio pochi giorni dopo aver abbandonato a se stesse delle serie iniziative politiche dell'Italia dei Valori. Ora si vedono i risultati: Marrazzo si fa i cazzi suoi (letteralmente) in una casa privata con un privato cittadino, e basta un banale complotto per portare a conoscenza di tutti le sue cose private. Con logica ferrea, Franceschino Dario, il precario segretario, ne chiede le dimissioni immediate (fonte: L'Unità), invece di schierarsi a difesa della vittima di un ricatto (come in altri tempi fece Prodi, con successo, in un caso analogo). La cosiddetta sinistra (sit venia verbo) ai massimi livelli (anche i due candidati alternativi hanno chiesto le dimissioni del reprobo) avalla la nuova politica parrocchiale e si appresta a perdere la Regione Lazio nelle prossime elezioni del 2010. E' anche dubbio che il PD (Partito Dormiente) riesca a conquistare una regione che sia una in tale occasione, ammesso che gli interessi partecipare alle votazioni: in fondo, viste le sue occupazioni negli ultimi sette, otto mesi, potrebbe continuare a coltivare questa arte complessa della scelta del segretario, delle primarie, delle secondarie, se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta... e potrebbe anche essere una soluzione.

Magari, la prossima volta, prima di chiedere le dimissioni si potrebbe aspettare che qualcuno sia non dico riconosciuto colpevole, ma almeno accusato di qualcosa, perché non risulta che Marrazzo sia indagato per qualche reato. Ma, si sa, in Italia c'è una legge ufficiale e una legge di fatto, nella quale trombarsi un trans è reato di lesa vaticanità. La morale sembra essere una sola: se siete in vena di trasgressioni, provate coi chierichetti: se vi scoprono, pare che sia più facile mettere tutto a tacere.

Tolerancia y multiculturalidad, Eva Lapiedra



Fonte:
http://identidadandaluza.wordpress.com/2009/03/21/tolerancia-y-multiculturalidad-1ª-parte-dedicado-a-mde-epalza/

Dedicado a M.de Epalza

El concepto de “tolerancia” es un concepto moderno que se utiliza referido al pasado medieval. Se utiliza profusamente para hablar del islam,tanto en su aspecto religioso teórico, doctrinal como en su aspecto práctico socio-político.

Dado el interés que suscita actualmente el tema de la tolerancia relacionada con la cuestión de la multiculturalidad, como uno de los temas claves de nuestro tiempo, es importante situar esa tolerancia medieval y, concretamente, islámica, en unas coordenadas espacio temporales adecuadas para no caer en exageraciones y visiones poco realistas de lo que pudo ser esa tolerancia y de cómo la podemos interpretar desde nuestra perspectiva del siglo XXI. Tanto un acercamiento idealizado como, por el contrario, uno que satanice el islam, se alejan de cualquier interpretación de la realidad medieval que busque un mínimo de objetividad. Una realidad que, en lo poco que podemos aprehenderla, siempre será compleja y con muchos matices.

Históricamente, la tolerancia como relación entre los hombres entra tardíamente en la historia. Excepto algunos brotes en la antigüedad y en la Edad Media, hay que esperar a la modernidad para que se abra paso poco a poco.

Primero surge en el ámbito religioso como una herramienta para afrontar las guerras de religión que asolaban Europa durante los siglos XVI y XVII, después en el político y, por último en la vida cotidiana.

En el plano de las ideas, la reivindicación de principio de la tolerancia llega con el holandés Spinoza (1632-1677) y el filósofo inglés Locke (1632-1704) en el siglo XVII y con Voltaire en el XVIII. Locke reivindicó la tolerancia religiosa en su “Carta de la tolerancia” en el año 1685. Este autor defendía que la identidad religiosa no jugara ningún papel público en la vida política sino que se privatizara y, en ese ámbito, se desenvolviera en libertad y sin interferencias, mientras liberaba a lo público de su insoportable peso. No obstante,aunque Locke toleraba toda creencia religiosa, en contraste con la tradición premoderna, no admitía el ateísmo.

En el concepto ilustrado, la tolerancia está vinculada al concepto de libertad y autonomía; el individuo es “señor de sí mismo y propietario de su persona” –dice Locke. En el siglos XVIII con Voltaire y los ilustrados se defiende la tolerancia política y a ella se suman en el s. XIX J. Stuart Mill y otros autores. La tolerancia étnica o sexual sólo se reivindica ya en el siglo XX.

Etimológicamente Tolerantia o tolero son términos latinos que hacen alusión a sufrir con paciencia, a soportar o resistir. Se tolera lo que no se comparte.

Con este primer sentido resaltamos tres puntos:

1)Si tolero es porque puedo no tolerar, es decir, la tolerancia se halla vinculada al poder.
2)No simpatizo con lo que tolero, de hecho, frecuentemente me repugna, pues tolero precisamente lo que considero un mal.
3)Las razones para tolerar se refieren a nosotros, a las consecuencias que para nosotros, los que tenemos el poder de tolerar, tendría no hacerlo.

Es decir, hay dos puntos importantes, la desaprobación por lo tolerado y el poder de obstaculizar o prohibir en el tolerante. En principio, pues, se trata de un concepto negativo, pragmático, prudencial, que contempla la tolerancia como un mal menor, nunca como un bien en sí mismo.

Pero el concepto de tolerancia se ha transformado para adaptarse a nuestra nueva sensibilidad pluralista. Surge la idea de tolerancia como un derecho, una exigencia, tanto política como moral, de reconocimiento del otro y de su derecho a elegir con libertad. Se definiría entonces como “respeto del derecho a la diferencia”. En este nuevo concepto de tolerancia se reconoce y respeta la identidad ajena y dicha tolerancia presupone un horizonte de libertad. Pasa, pues, a ser un concepto positivo. Nótese la diferente connotación en este sentido de “tolerar” y “tolerancia”. Mientras el verbo “tolerar” tiene un sentido negativo, “tolerancia” es un concepto con connotación positiva. De “soportar pacientemente” se pasa a “respetar y considerar”.

En los últimos tiempos se han dado enfoques o perspectivas modernas de la tolerancia debido a que el tema de los grupos culturales ha irrumpido en el ámbito del problema de la tolerancia y así surge el concepto multicultural.

Desde el punto de vista de los multiculturalistas lo crucial no son las diferencias individuales sino las grupales, culturales y políticas. Nos movemos en el ámbito de la tensión mayorías/minorías –el de los rasgos o comportamientos peculiares o “extraños” y desagradables para el grupo mayoritario; en el de la minoría que aparece como amenazante al orden tradicional mayoritario-. Se quiere el reconocimiento público de las diferencias minoritarias.

Frente a los multiculturalistas, que defienden, en contra de los neutralistas, que no hay que neutralizar las diferencias de los ciudadanos privándoles de su identidad, los neutralistas quieren –como los ilustrados- que dichas diferencias se “privaticen”, piden su “no visibilidad pública”.

Ahora vamos a pasar a centrarnos en la época clásica del Islam. En primer lugar, habría que apuntar, tal y como hemos dicho, que la tolerancia como concepto, como idea, no existía en la Edad Media. En la mentalidad premoderna no existe un valor de convivencia entre comunidades distintas. Es decir, para los hombres medievales es irrelevante las buenas o las malas relaciones con los “Otros”. Somos nosotros los que –desde nuestra perspectiva-, valoramos, o etiquetamos como tolerante o intolerante una sociedad del pasado.
No obstante, como nos tenemos que servir de conceptos actuales para denominar realidades del pasado, vamos a ver, hasta qué punto y en qué aspectos se puede comparar el concepto moderno, en su evolución ya mencionada, con las realidades medievales que conocemos.

Para hablar de mentalidades, de concepciones del mundo, me referiré a la mentalidad premoderna –anterior a la modernidad, como su mismo nombre indica-, que es la que corresponde a la Edad Media.

Me parece que hay que tener en cuenta dos aspectos:

I) De los distintos tipos de tolerancia que hemos mencionado: religiosa, política, étnica, cultural, sexual…, la tolerancia medieval es del primer tipo, religiosa porque la identidad en ese periodo se define por la pertenencia a una religión. Dicha tolerancia lleva consigo consecuencias socio-políticas pero, el punto de partida, es la pertenencia del tolerante y el tolerado a confesiones religiosas distintas.

II) En el concepto moderno y contemporáneo de “tolerancia” hemos utilizados términos como libertad, autonomía, individuo y reconocimiento del otro. Sin embargo, al referirnos a la Edad Media, hablamos de sociedades en las que no existen estos conceptos, como tampoco la idea de lo civil, del ciudadano y, sobre todo, de los Derechos Humanos. Como dice F.J. Ugarte en su “Ensayo sobre la intolerancia” (p. 61), “la mayoría de las cosas que nos parecen naturales y permanentes no existían en el pasado”.

Por ello, para situar la relación medieval entre tolerantes y tolerados hay que tener en cuenta la mentalidad que regía las relaciones humanas en un marco más general. Hay que tener presente, expresado de forma muy sucinta, los siguientes puntos:

A) Desigualdad étnico-cultural: los griegos, romanos, bizantinos y árabo-musulmanes, es decir, los representantes de las civilizaciones clásicas y medievales, eran pueblos profundamente persuadidos de su superioridad intelectual y moral respecto a otros pueblos a los que llamaban bárbaros.

B) En relación con el primer punto se encuentra la desigualdad según la geografía: el determinismo geográfico. Los pueblos eran considerados cultos o ignorantes y estúpidos según la zona climática en la que están situados. Es decir, el ambiente influye en la formación del carácter de los pueblos. Y los que hemos dicho que se consideran superiores étnica y culturalmente consideran que viven en un espacio intermedio.

C) Desigualdad ante la ley: el derecho natural. Como argumentan L. Ferry y Alain Renaut en su artículo “El fundamento universal de los derechos del hombre”, el derecho natural antiguo implica una visión desigualitaria del derecho; puesto que lo justo es lo que corresponde como propio a cada cosa en virtud de su naturaleza y dado que las naturalezas están jerarquizadas, conforme al derecho natural quienes tienen una naturaleza baja se someten a la autoridad y quienes tienen una naturaleza elevada ejercen el poder. Así pues, el principio de lo justo no es la igualdad sino la proporcionalidad, es decir, el establecimiento de un orden jerárquico a imitación del orden cósmico.

Por ello estos mismos autores consideran que aunque la expresión derechos del hombre tenga indiscutiblemente raíces fuera de la modernidad (tanto en la tradición judeo-cristiana como en el pensamiento estoico) sigue siendo cierto que la expresión “jura hominum” no aparece hasta 1537 y que es evidente que semejante concepción del derecho natural, que rechaza por definición la idea de derecho igualitario, es radicalmente incompatible con la problemática moderna de los “derechos del hombre”, que supone, por el contrario, la afirmación de la existencia de una naturaleza humana común, por lo que habría que admitir que en el mundo premoderno la desigualdad jurídica era la regla. Existían pues, jerarquías entre los nobles y el pueblo, los libres y los esclavos.

En el tratado de Hisba de Ibn ‘Abdún se dice que “a nadie absolverá el zalmedina por una falta contra la ley religiosa, más que si se trata de personas de elevada condición a quienes se absolverá según el hadiz: «Perdonad a las gentes de condición elevada, pues para ellas la reprimenda es más dolorosa que el castigo corporal». Otros ejemplos, tanto orientales como andalusíes, recogidos por E. García Gómez redundan en la misma idea:

“Al esclavo se le castiga con el palo;
Pero al hombre libre le basta la amenaza”.

O: “No corrige el esclavo nada más que el golpe en la cabeza;
Mientras al libre le basta que lo encuentres censurado”.

No hay que perder, pues, la perspectiva de que la tolerancia religiosa medieval se da en sociedades jerarquizadas en las que se tiene la idea de que hay seres humanos superiores e inferiores.

Es algo comúnmente aceptado que es el islam la religión que sentó las bases de la tolerancia medieval entre las tres religiones monoteístas. El islam, al ser la tercera religión revelada establece desde el principio unas normas de convivencia con judíos y cristianos. Muy brevemente mencionaremos las bases de dicha convivencia:

- los judíos y cristianos que quedan en un territorio conquistado por musulmanes pueden conservar su religión acogiéndose a un pacto entre ellos, los sometidos, y los musulmanes, los vencedores. Según ese pacto –dimma- judíos y cristianos se someten al poder socio-político musulmán y obtienen la protección del Estado islámico a cambio del pago de un impuesto –yizia. Dicho impuesto ha sido interpretado como un símbolo de humillación y sometimiento –por el texto coránico en el que se cita- o como una contraprestación mediante la cual judíos y cristianos no combaten en el ejército pero son protegidos por él.

Las comunidades de judíos y cristianos protegidos por el islam pueden, como hemos dicho, vivir en una sociedad árabo-islámica sin abandonar la práctica de su religión, pero deben aceptar una serie de condiciones que se pueden resumir en los siguientes puntos principales: no traicionar a los que les protegen ( es decir, no insultar al islam ni apoyar a sus enemigos), no molestarlos, pasando lo más desapercibidos posible (es decir, no hacer sonar las campanas, no celebrar procesiones, no hacer proselitismo…), saber que, en el ámbito social, se encuentran por debajo de los musulmanes, sometidos, subordinados, y que el ámbito político les está vedado.

Bajo estas premisas –más estrictamente puestas en práctica o menos según las épocas- es donde hay que situar la tolerancia del islam hacia judíos y cristianos en la época clásica. Es decir, judíos y cristianos son tolerados a pesar de estar equivocados –según la concepción islámica-, a pesar de no haberse dado cuenta de que la última revelación, la del Profeta Mahoma, es la que corrige, completa y cierra el ciclo de las revelaciones de Dios a los hombres. Por ello, podemos afirmar que, si hablamos de tolerancia islámica medieval, solo lo podemos hacer según la primera de las definiciones modernas analizadas, es decir, el de la tolerancia como un concepto negativo y pragmático, como un mal menor, no como un bien en sí mismo. Por consiguiente, no podemos hablar de la tolerancia medieval, en ningún caso, como un derecho, una exigencia, tanto política como moral, de reconocimiento del otro y de su derecho a elegir con libertad – tal y como hemos visto que evoluciona el término hacia una concepción positiva. Pues el “respeto del derecho a la diferencia” donde se reconoce y respeta la identidad ajena no se da en la Edad Media, ni en una sociedad regida por los musulmanes ni en la dominada por los cristianos.


David Peña Dorantes. Piano flamenco.


Genocidio morisco


http://genocidiomorisco.blogspot.com/ Un'intera monografia sul genocidio morisco e l'espulsione del 1609 in cinque capitoli.

Los moriscos y el siglo de oro, di Luce López Baralt/Universidad de Puerto Rico



Fonte:
http://identidadandaluza.wordpress.com/2009/08/31/los-moriscos-y-el-siglo-de-oro/

Escribiendo desde las ínsulas extrañas: Reflexiones de una hispano-arabista puertorriqueña.

El célebre ‘Orientalism’ de Edward Said deja como herencia una ardua tarea a los orientalistas de lengua española: repensar nuestra condición de estudiosos frente al corpus de trabajo que hemos elegido. Y lo digo porque Said deja fuera de su estudio justamente el orientalismo más conflictivo y más problemático de Europa: el orientalismo español.

Me confesó personalmente, con un candor que le agradecí mucho, que no abordó los estudios orientalistas en España por el abismal desconocimiento que tenía del tema, que prefirió, por prurito intelectual, dejar intocado. Alguna explicación tiene la dramática laguna del maestro, que tanto he echado en falta en su libro; y es fundamentalmente una disciplina tardía en el contexto del orientalismo europeo, que dio figuras de nota ya desde el siglo XVIII (Recordemos que Napoleón se sirvió de orientalistas franceses en su proceso de colonización de Egipto).

Ha sido en épocas relativamente recientes —a partir del siglo XIX— que España ha producido estudiosos como Eduardo Saavedra y Julián Rivera. Y, sobre todo, figuras de la talla internacional de un Miguel Asín Palacios. No nos debe asombrar demasiado este florecimiento tardío del arabismo español: es entendible que resulte extraño, acaso incómodo e incluso conflictivo, estudiar como una cultura extranjera, una cultura que se encuentra injertada en la propia historia nacional.

Aunque no es este el lugar de entrar en la célebre polémica Américo Castro-Sánchez Albornoz, es fuerza admitir que un español no puede abrir las páginas de una historia de su país sin encontrarse de frente, para bien o para mal, con la presencia árabe. Presencia abrumadora por cierto, incluso, para algunos, ominosa.

La más rápida revisión de la obra de Asín Palacios pone en seguida de relieve la incomodidad que debió sentir el insigne maestro en carne viva cuando se decide a abordar el estudio de la espiritualidad de los musulmanes; sus inmemoriales enemigos de la fe. Para colmo, se estaba topando el estudioso con una espiritualidad inesperadamente compleja y exquisita, que venía a contradecir la visión caricaturesca del musulmán salvaje y a medio civilizar que no pudo haber legado nada de valor a sus antiguos compatriotas peninsulares.

Sacerdote católico, parecería que Asín se sintió precisado a “prestigiar” de alguna manera su espinoso campo de estudio, proponiéndole un origen y unas influencias cristianas que lo capacitaran mejor como campo digno de reflexión erudita. Todo ello, a despecho de que los textos estudiados por Asín daban prueba flagrante de que la literatura extática sufí no sólo era de una sofisticación verdaderamente asombrosa, sino que precedía por muchos siglos a la gran literatura mística del Siglo de Oro, con la que parecía guardar relaciones estrechas. (Sospechosamente estrechas).

De ahí el título y el enfoque que Asín decide dar a algunos de sus libros: El Islam cristianizado, Algazel y su sentido cristiano (enfatizamos cristianizado y cristiano). Es tan tarde como en sus Sâdilîes y alumbrados; póstumo, que el maestro se anima a privilegiar el caso inverso, que hoy parece obvio a cualquier estudioso de la materia: la influencia islámica sobre algunos de los místicos españoles más preclaros. Nada menos que San Juan de la Cruz y Santa Teresa de Jesús, junto a los heterodoxos alumbrados, exhiben una perturbadora cercanía a la espiritualidad de “tariqas” sufíes como la de los sâdilîes hispano-africanos. Era el estudio más valiente del maestro, pero tardó varias décadas en editarse en forma de libro. Y la edición hubo de hacerse desde este lado del Atlántico desde el que redacto estas páginas.

El diálogo que ha sostenido la literatura española con su contrapartida árabe todavía se encuentra en proceso de estudio. Dada la importancia de las huellas del Islam —la frase es de Asín y hoy la he hecho mía— en la literatura peninsular, es asombroso que aún no las hayamos reconocido del todo.

Estamos en el proceso de en tender, y —lo que es aún más sorprendente— de descubrir este antiguo legado cultural, que se encuentra vigente hoy en más de un sentido. España fue el único país europeo que fue simultáneamente occidental y oriental en los primeros siglos de su formación como pueblo; y es imposible imaginar que esta peculiar situación histórica no tuviera consecuencias importantes.

Echemos un vistazo rápido a la honda imbricación entre estas dos culturas tal como se evidencian en algunos de los textos literarios más importantes de la Península.

Salta a la vista, en primer lugar, la suprema ironía del hecho de que la primitiva lírica española aparece como cota de extensos poemas cultos en árabe y en hebreo. Estas jarchas mozárabes de los siglos X y XI, que sirven de apéndice poético a las moaxajas, exigen un lector bilingüe —mejor, trilingüe y aún así, su dificultad es considerable, ya que el mozárabe se encuentra en caracteres árabes o hebreos sin vocalizar. Incluso hay estudiosos como Richard Hitchcock que sospechan que la lengua de estas jarchas podría ser árabe vulgar en vez de mozárabe, y, aunque el tema es motivo de una polémica encendidísima en estos mismos momentos, cabe concluir lo increíble: Aún no estamos totalmente seguros del idioma en que se cantó la primera poesía española.

Aún más: admito que nunca me he repuesto de la sorpresa de que, para ser un hispanista experto en el campo del medioevo español, habría que ser además, un buen orientalista. Ni más ni menos: de lo contrario, no podríamos si quiera comenzar a leer los textos que serian motivo de nuestro estudio como medievalistas.

Escuchemos lo que canta una de esas muchachas de hacia el siglo X. como las describía, emocionado ante el descubrimiento de las jarchas, que aún era reciente. El maestro Dámaso Alonso. Pero, ¿qué canta nuestra doncella? Non t´amarey allâ kon ash sharti // an taÿma jal jâlî ma´a qurtiEs decir: “No te amaré sino con la condición // de que juntes mi ajorca [del tobillo] con mis pendientes”.

La desenvuelta joven situándose en las mismas antípodas de la castísima Jimena del Cantar de Mio Cid, pide lo impensable: que su rendido galán le haga el amor. Y pasa a describir con un desenfado gozoso, y sirviéndose de una ingeniosa imaginería a base de joyas, el esfuerzo físico que formará en el momento de la cópula sexual, en que quedarán unidos sus pendientes con la ajorca de su tobillo.

Si estos versos constituyen uno de los primeros ejemplos de la lírica hispánica, estamos verdaderamente ante una poesía europea bastante extraña, y muchos menos “casta” de lo que quiso Ramón Menéndez Pidal. Urge revisar el “wishful thinking” del admirado maestro; ya que queda desmentido una y otra vez, a la luz de la documentación que vamos descubriendo de estos antiguos poemas. Y no debe extrañar al lector que los orígenes árabes de esta jarcha tan soleadamente sensual sean palmarios: he podido documentar los mismos versos en los tratados eróticos de `Alí al-Bagdadî, y Nefzâwî.

Resulta una vez más irónico el hecho de que el poema épico español por excelencia, el Poema de Mío Cid, llame al héroe con un nombre árabe – Mio Cid – , es decir, “mi señor”. Sí leemos con cuidado las primeras páginas del venerable poema, advertimos que nuestro guerrero cristiano paradigmático va a batalla con un ejército mixto de cristianos y de moros. Insólito pero cierto; y además, históricamente viable. El dato, inesperado cuando lo leemos desde nuestras coordenadas históricas modernas, lo suele pasar por alto el lector de hoy, pero es de veras elocuente. El Cid llega a más: incluso combate contra cristianos en defensa de sus aliados musulmanes como Almutamid de Sevilla, el rey taifa que fue también un extraordinario poeta. Salta a la vista que la línea divisoria entre las lealtades políticas y religiosas se muestra borrosa en la epopeya castellana.

Pocos críticos niegan hoy los elementos arabizantes del “Libro de buen amor” un texto desconcertante en el que el autor tiene a bien celebrar simultáneamente el “loco amor” y el “buen amor”, en una asombrosa unión de erotismo y espiritualidad que parece más afín a expertos árabes en la materia como lbn Hazm de Córdoba, que a autores europeos como aquellos -Ovidio Nasón y Pamphilo- que reclama el travieso Arcipreste de Hita como paradigmas literarios. Pero ello no nos debe extrañar demasiado. Juan Ruiz rima en un árabe dialectal impecable: concibe el ideal estético femenino en términos de una típica fémina árabe.

Cómo señaló Dámaso Alonso, esta -bella- es anchieta de caderas-, tiene los dientes -apartadiellos-; las encías bermejas y los labios delgados. El revés exacto pues de la europeizante Melibea, con sus cabellos dorados, sus labios “grosezuelos” y sus ojos verdes. La crítica ha pasado por alto cómo eran los grandes ojos orientales de la -bella- de Juan Ruiz: el poeta nos los describe como “reluzientes”. Estetas árabes como Nefzâwî también exigían estos mismos ojos “reluzientes”, es decir, muy negros, de manera que contrastaran con el blanco del ojo. Este contraste luminoso es precisamente lo que traduce el término árabe “hur”, de donde viene la españolización de -hurí-. Conmueve pensar que el ideal estético del Arcipreste se acercaba nada menos que al de una hurí del Paraíso coránico. No se mostraba muy europeo el bueno de Juan Ruiz en sus preferencias estéticas…

Estamos recién comenzando a calibrar la profunda huella que el misticismo español tiene contraído con el musulmán. San Juan de la Cruz ha -aterrado- a los estudiosos occidentales —así lo admiten, literalmente, Marcelino Menéndez Pelayo y Dámaso Alonso, entre tantísimos otros que han temido acercarse a una poesía que les sonaba excesivamente “extranjerizante”. Pero San Juan la defiende con una apasiona da lucidez: la experiencia mística trasciende totalmente el lenguaje y queda mejor expresada en aquellos versos visionarios que el poeta observó parecían “dislates”. El santo se encuentra curiosamente cerca del concepto sufí de los Xatt, que traduce exactamente de la misma manera. El Reformador parecería estar familiarizado con la imagen asociada a la palabra árabe xatt que significa -costa, ribera, playa-, y que hace alusión a todo lo que rebosa su cauce normal. Al hacer la desasosegante defensa de su estética del delirio en el prólogo al Cántico, San Juan maneja sus “dislates” de la misma manera: los extáticos quedan, literalmente, afásicos y con “figuras, comparaciones y semejanzas antes rebosan algo de lo que sienten y de la abundancia del espíritu vienen secretos y misterios [que] parecen dislates…”. El término, y sobre todo la poesía delirante que defiende son totalmente desconocidos en el misticismo europeo.

Y, sin embargo, resulta la regla en la escuela poética mística de los contemplativos del Islam como lbn-al-’Arabî e Ibn al-Fárid. Al igual que ellos, San Juan se ve precisado a comentar sus poemas alucinados en una prosa que resulta tan enigmática, como la poesía que pretende dilucidar.

Asín Palacios trazó, como se sabe, el célebre símbolo de la noche oscura del alma a lbn ´Abbâd de Ronda. He tenido la fortuna de documentar en la literatura mística islámica numerosos símbolos adicionales: el vino de la embriaguez mística, la fuente interior que refleja los ojos del Amado en el éxtasis transformante (en árabe. ´ayn significa simultáneamente “ojo”, ”fuente”, e “identidad” y San Juan, de alguna manera. parecería participar del secreto semántico al fraguar el símil de la cristalina fuente del Cántico); del gusano de seda del alma en vuelo, el pájaro solitario que tiene todos los colores y a la vez no tiene determinado color, porque está desasistido de lo criado, las azucenas del dejamiento, entre muchos otros casos…

Asín documentó el símil de los siete castillos concéntricos del alma de Santa Teresa de Jesús en los anónimos Nawâdar; pero el texto pertenecía al siglo XVI, y podía ser contemporáneo o posterior a la santa. Una vez más, tuvimos la fortuna de encontrar evidencia documental al efecto, los “Maqamât al-qûlûb” o Moradas de los corazones de Abú-l-Hasan al-Nûri que es un tratado místico que retrotrae el símbolo de los castillos al siglo IX. Debemos estar pues ante la presencia de una imagen recurrente en el misticismo musulmán; de seguro, buena parte de la extrema “originalidad” de los místicos españoles se debe a la influencia del sufismo; y al desconocer estas coordenadas literarias islámicas, nos parece entonces absolutamente novedosa su aparición subrepticia en las letras españolas. Algún día estaremos más inclinados a pensar que se trata más que de una invención “ex nibilo” por parte de los espirituales del Siglo de Oro, que una adaptación genial (acaso, o consciente) de antiguos modelos orientales. Los paralelos son tantos y tan minuciosos que de verdad desafían la tentación de explicarlos a base de una simple coincidencia.

Resulta irónico, una vez más, el que Cervantes adjudicara la escritura de su Quijote a Cide Hamete Bengelí un autor árabe. Cervantes parecería estar implicando que los mejores impulsos creativos de su alma son, de alguna manera oculta, árabes. Mucho que temió, por cierto, Don Quijote aquella imaginación excesiva, y aún aquella peligrosa sensualidad de este supuesto autor que había imaginado su historia. Le resultaba terriblemente preocupante eso de deberle la propia existencia nada menos que a un musulmán. Cervantes, sin embargo, parecería reír por lo bajo y afirmar con ironía solapada; Cíde Hamete, “c´est moi”.

La broma es espléndida, porque también tiene claros sobretonos políticos; poseer —y aún más escribir o traducir— un texto árabe era un crimen político en la España del siglo XVII. Cervantes nos está diciendo de manera ubicua, que el Quijote era no sólo un libro oriental sino un libro prohibido, que podría dar pie a un proceso inquisitorial. Todavía no hemos pensado en sus propios términos las implicaciones profundas e inquietantes del hecho de que Cervantes usara una máscara literaria árabe.

Es necesario ser un experto en el alifato árabe para poder descifrar la literatura aljamiado-morisca, escrita en castellano, pero transliterada en caracteres árabes. Esta literatura del Siglo de Oro, rigurosamente clandestina e inédita en su mayor parte, nos permite el privilegio de asistir de cerca al proceso de extinción de los últimos musulmanes de España, tal como ellos mismos lo vivieron y lo interpretaron. Al fin el pueblo en litigio tiene la palabra.

El morisco Yûse Banegas llora con el Mancebo de Arévalo la caída de Granada, y nos estremece pensar que es la primera vez que escuchamos un llanto auténtico por la caída del último bastión del Islam. Aquí no hablan ni los archivos inquisitoriales ni los escritores maurófilos oficiales, sino los mismísimos moriscos vencidos: Hiÿo , yo no lloro lo paxado, puwes a ello no ay rretornada pero lloro lo ke tu berás si ax bida, i atiyendes en esta tyerra, y en esta isla de Eshpaña [...] max aún xerá nuweshtoro addîn [religión] tan menoxkabado ke dirán las ÿentesh ¿a dónde se fuwé nuwextroro peregonar? ¿ke Se hizo el addîn [religión] de nuwestroros pasâdos?. I todo Será kurudeza i amargura para kiyen abrá xentido. Bien te parezerá ke lo digo komo apasiyonado, pleg(we) a xu bonddd [de Dios] ke Sea tan aluwente mi dicho komo lo ex mi deseo, ke yo no kerriya alcanzar tales llorox. [...] Si los padresh aminguan el addîn [religión] ¿kó mo lo enxalsarán los choznosh?. Shi el rrey de la kronkishta [Fernando el Católico] no guwarda fidelidad ¿ké aguwardamosh de Sus Sucesores? Uno de los textos más importantes de todo el corpus morisco es el tratado erótico que he llamado el Kâma Sûtra español por falta de otro mejor título. Este desconcertante manual de amores de principios del siglo XVII, escrito por un morisco anónimo expulsado a Túnez en aquel año dramático de 1609, es un verdadero acontecimiento en la historia de la literatura española. El autor describe el coito en todos sus pormenores: el juego previo a la cohabitación, las posiciones sexuales, y el orgasmo simultáneo. Celebra el placer sexual como anticipo de la contemplación misma de Dios. Sus instrucciones eróticas, ajenas a todo sentido de culpabilidad, se encuentran entreveradas de oraciones y de azoras coránicas. El antiguo maestro nos ofrece la lección más insólita de las letras hispánicas: nos enseña a hacer el amor rezando. Nunca lo habíamos oído en lengua española: el sexo nos lleva a Dios. El morisco, cita generosamente numerosas autoridades islámicas que avalan sus novedosas enseñanzas, desde Algazel hasta Ahmad Zarrûq, pero, para nuestra sorpresa, hace desfilar a sus maestros orientales junto a una “autoridad” española absolutamente inesperada: nada menos que Lope de Vega, cuyos sonetos entreveran y aun sirven de broche de oro al Kâma Sûtra español.

Sencillamente, no sabíamos que la literatura del Siglo de Oro fuera capaz de hablar en estos registros. Nos obliga a la humildad pensar que todavía la estamos descubriendo y que aún no hemos terminado de editada.

Los últimos moriscos de España cesaron de ser una realidad histórica vigente hacia el siglo XVIII. Pero hasta nuestros días, la cultura española continúa dialogando con un complejo pasado cultural que debe mucho, como hemos podido comprobar, al Islam.

Hay una pasión muy intima en Manuel Machado (que ya es un poeta del siglo XX) cuando canta: “yo soy como los hombres que a mi tierra vinieron, soy de la raza mora, vieja amiga del sol, que todo lo ganaron, y todo lo perdieron. Tengo el alma de nardo del árabe español…”. Su evolutiva autoafirmación de que posee una larvada identidad morisca —como aquella que nos confesaba Cervantes entre bromas— lo separa indefectiblemente de las “belles lettres” maurófilas europeas y aún norteamericanas, como las de un Washington Irving. Estos autores extranjeros podían manejar el campo de la maurofilia literaria como algo auténticamente exótico. El exotismo de este campo, sin embargo, hace crisis en España: los escritores peninsulares tienen la inquietante impresión de que se están sirviendo de un material literario que no es completamente ajeno a su identidad nacional.

Esta apasionada admisión de poseer una identidad morisca oculta e inconfesada la habrá de repetir Federico García Lorca, quien posaba para la posteridad vestido con atuendo moro. Federico advertía que “… los sepulcros de los Reyes Católicos no han evitado que la media luna salga en los pechos de los más finos hijos de Granada. La lucha sigue viva [...] en la colina roja de la ciudad hay dos palacios, muertos los dos: la Alhambra y el Palacio de Carlos V, que sostienen un duelo a muerte que late en la conciencia del granadino actual”. Lorca se jactaba, de otra parte, de poseer “duende” (ÿinn en árabe): el concepto enigmático de este nimbo sagrado y mágico que aureolaba no sólo sus versos sino su persona es difícil de traducir a lenguas europeas, pero coincide perfectamente con el término árabe de baraka. No en balde Federico, entusiasmado ante la deslumbrante poesía hispanoárabe que acababa de conocer gracias a las traducciones de Emilio García Gómez, tituló su último libro de poemas Diván del Tamarit. Su moderno “Diwân” venía así a homenajear y a formar escuela —toutes proportienes gardées — con los antiguos poetas de Al-Andalus, su moderna Andalucía.

Las peculiaridades y aún las dificultades de ejercer este orientalismo como disciplina ajena ha hecho crisis más de una vez entre los arabistas españoles modernos. Me conmovió profundamente la perplejidad de María Ángeles Durán cuando abre el primer ensayo de la colección La mujer en Al-Andalus con una pregunta sobrecogedora y sincerísima: ¿estamos hablando aquí de un “ellas” o de un “nosotras”?.

Esta intuición subliminal de que en el fondo del alma española subyace de alguna manera una identidad morisca la volverá a repetir Juan Goytisolo; que ha dedicado la mayor parte de sus novelas y aún de sus ensayos a explorar la relación de España con su pasado oriental.

Señas de identidad nos presentaba ya de manera palmaria el conflicto de identidad del autor, y este conflicto estalla en la Reivindicación del Conde Don Julián. Aquí Goytisolo recupera la figura del “traidor” Don Julián, quien, según la leyenda, jugó un papel importante en la invasión de la Península por los árabes en 711. Don Julián/Goytisolo llega al extremo de invitar a los árabes a que lleven a cabo una segunda invasión metafórica de su patria: lo que está pidiendo de veras el escritor es que España asuma finalmente su pasado, parcialmente semítico, y enterrado, por ella misma, en lo más hondo del subconsciente nacional. Todas las otras novelas de Goytisolo giran, de una manera o de otra, alrededor de este conflicto de identidad.

Makbara, que significa “cementerio” en árabe, se inspira en la experiencia literaria oral del mercado o halka de Marraquech; mientras que las Virtudes del pájaro solitario, celebra como figura tutelar a un San Juan de la Cruz perfectamente arabizado. Acaso el momento más extremo de la narrativa goytisoliana se da en Juan sin tierra, cuando el autor termina la novela, sin más, en lengua árabe. (El autor, dicho sea de pasada, habla un árabe dialectal – el hassanía – fluido y vive la mitad del año en Marruecos). En su más reciente Cuarentena, que escribe esta vez bajo la égida del Sheyj al- akbar o mayor de los maestros espirituales; Ibn al-´Arabî , el protagonista ficcionalizado sobrevuela makbaras musulmanes en el interregno de los primeros cuarenta días de la muerte: todavía en el más allá, parecería decimos Goytisolo, ha decidido mantener su personalidad “morisca”.

Vemos pues que lo oriental se desliza subrepticiamente —cuando no con violencia— en numerosos textos que conforman la literatura española desde la Edad Medía hasta nuestros días. Una y otra vez, las “belles lettres” peninsulares insisten ominosamente en esa perturbadora cercanía a contextos literarios y humanos árabes: desde la primera lírica española, de un mestizaje cultural flagrante, pasando por las incursiones en terreno islámico del simpatiquísimo Juan Ruiz, que debió chapurrear el árabe dialectal acaso tan bien como el que le escuché una tarde en la plaza de Xemaa´ al-Fná a su tocayo Juan Goytisolo; por la máscara literaria sobrecogedora de Cervantes, que termina por celebrar literariamente aquellos mismos musulmanes que lo mantuvieron preso en Argel por cinco años; por aquellos símbolos místicos de la noche oscura y de los siete castillos concéntricos del alma, que hoy sabemos los estrenaron los sufies siglos antes de que nuestros santos del Carmelo los hicieran famosos en Occidente; por el atuendo musulmán con el quiso pasar a la historia el poeta español más famoso del siglo XX, García Lorca; hasta el inquietante sobrevuelo de tumbas marroquíes de Juan Goytisolo, que se declara morisco hasta la muerte.

Nada de lo dicho —y nos hemos limitado a espigar unos pocos casos representativos—es casual. No estamos ante la excentricidad de unos españoles sin “ganas” como diría Luis Cernuda, sino ante la punta del témpano de una antigua angustia, de una oculta agonía: la de no poder saber más allá de toda duda cuáles son las coordenadas que conforman “la identidad nacional”.

La rebelión de la Alpujarra, di José Urbano Priego



Fonte:
http://identidadandaluza.wordpress.com/2009/09/27/la-rebelion-de-la-alpujarra/

Según expuse en mi artículo anterior, el excesivo celo con que Felipe II y sus principales asesores decidieron hacer cumplir los anteriores edictos en vigor, además del que él mismo promulgó a final de 1567, exasperó sobremanera a los moriscos.

Algunos dicen que Felipe II no era del todo partidario de promulgar medidas tan drásticas, pero que el fanático ministro y cardenal Diego de Espinosa, que tenía un enorme predicamento sobre él, le instigaba de continuo con el argumento de que el rey español era el principal valedor de los acuerdos del recién concluido Concilio de Trento, y por tanto no podía mirar hacia otro lado. Lo más razonable es pensar que confluyó aquí el ala más dura del ámbito civil y eclesiástico de la época, auspiciados por un rey marcadamente sectario. En palabras llanas, se juntó el hambre con las ganas de comer.

Los llamados moriscos —cristianos nuevos de moro—, en su mayoría, se consideraban ciudadanos normalizados, y, aunque fuera por miedo, lucían sus nombres cristianos que les fueron impuestos al convertirse de modo forzoso. Por lo general estaban imbricados, con más o menos entusiasmo, en las estructuras sociales y económicas castellanas. No obstante, muchos seguían considerando su situación como un atropello, defendían su orgullo como descendientes de musulmanes, y trataban de mantener en secreto su verdadera creencia islámica como una prerrogativa a la que tenían derecho. Pero hay que decir que esto se contemplaba como el anhelo de vivir su propia espiritualidad, con carácter íntimo y desprovisto de cualquier reivindicación política, y mucho menos de reconquista militar. En definitiva, lo que pretendían era que les dejasen vivir su fe en paz.

Teniendo como referencia las fructuosas negociaciones habidas en la década de los 20 con Carlos I, durante 1568 los moriscos enviaron delegaciones de sus principales a Madrid para negociar, en un intento desesperado de preservar su estatus. Pero esta vez se encontraron con una barrera infranqueable. La extremista Corte de Felipe II no estaba dispuesta a ceder un ápice. Tras un año entero de intentos de diálogo fallidos, comprendieron que tenían que resignarse a cumplir lo promulgado.

No tardaron en surgir las primeras voces llamando a la insurrección. Estas brotaron una vez más en el barrio del Albayzín, durante la segunda quincena de diciembre de 1568, pero ante las escasas adhesiones en Granada capital, el descontento fue extendiéndose por el valle de Lecrín y La Alpujarra. En líneas generales, el esquema de la rebelión fue el mismo que en 1499-1501.

En cuestión de pocos días prendió el levantamiento. Ya en este punto, lo propio era nombrar un emir que organizara las maniobras. Hasta en esto comenzó mal la cosa. Los moriscos eligieron a Hernando de Córdoba y Válor, del poderoso clan de Los Valoríes, apodo que proviene por haberse instalado su parentela en la villa alpujarreña de Válor. Hernando era a la sazón Caballero Veinticuatro del Cabildo de Granada, hasta unos días antes que vendió el cargo al morisco Miguel de Palacios, desesperado por las dificultades económicas que sufría. Bajo un olivo de Béznar como toda ceremonia, en los últimos días de 1568, Hernando fue nombrado “Rey de los moriscos”, ante su tío Ibn Sagüar (Hernando el-Zaguer) y otros notables moriscos granadinos. Adoptó el nombre de Mohammed ibn Umayya —conocido en la historiografía castellana como Abén Humeya.

Digo que hubo mal comienzo porque Farax Ibn Farax —noble descendiente de la heroica tribu de Los Abencerrajes—, quien, contando con el apoyo de los del Albayzín reivindicaba el liderazgo para sí, mostró fogosamente su disconformidad. Tras un tenso tira y afloja, resolvieron nombrar Capitán General a Ibn Sagüar y Alguacil Mayor a Ibn Farax. Aún así, éste aceptó a regañadientes y no quedó del todo satisfecho. Sin querer anticiparme a los hechos, esta disensión inicial sería clave en el desarrollo y desenlace de la contienda que se iba a librar.

El todavía desorganizado bando morisco dejó el valle de Lecrín y tomó camino de Lanjarón, donde el día 23 quemaron la iglesia con algunos beneficiados locales dentro. Siguieron hasta Órgiva, villa con 15 lugares o alquerías dependientes. Por allí donde pasaban se iban adhiriendo más rebeldes a la causa. Continuaron camino hasta llegar a la taha de Poqueira, cuyas cuatro alquerías —Capileira, Alguazta, Pampaneira y Bubión— se alzaron el viernes 24 de diciembre de 1568, día de Nochebuena.

Cual bola de nieve, los insurrectos iban creciendo a medida que avanzaban por aquellas escarpadas sierras. De ahí pasaron a la taha de Ferreira, a la que pertenecían 11 lugares —Pitres, Pórtugos y Busquístar, entre otros—. Los moriscos, organizados en comandos, se adentraban en los núcleos proclamando sus arengas en contra de Felipe II y a favor de su flamante rey Ibn Umayya. Continuaron su marcha Alpujarra arriba: la taha de Jubiles, la de Ugíjar, Laujar, la zona del Marquesado y todas las comarcas orientales almerienses. En pocos días había fructificado el levantamiento por buena parte de los territorios del antiguo reino nazarí.

Pero, claro, la cosa no iba a quedar así. Felipe II envió a la zona un nutrido ejército desde dos flancos diferentes: uno desde Granada a las órdenes del Capitán General Íñigo López de Mendoza III marqués de Mondéjar, con 400 soldados a caballo y 2.000 infantes, y otro que partió desde Vélez Blanco al mando de Luis Fajardo II marqués de Los Vélez.

Por su parte, Ibn Umayya envió embajadores a Argel y Constantinopla solicitando ayuda. Una vez más, el apoyo se quedó en poca cosa. Sí recibió promesas y buenos deseos, pero muy pocos efectivos militares o dinero para adquirir armas. El sultán Selim II, sucesor de Solimán el Magnífico, se excusó por estar enfangado en la conquista de Chipre. De los pocos que vinieron, parece ser que la mayoría era gente de la piratería, que funcionaban de forma casi autónoma del sultanato. También se dice que Guillermo de Orange apoyó el bando morisco, como forma de debilitar a Felipe II en sus luchas de Flandes. Pero en cualquier caso, el respaldo sería más moral que efectivo.

Lo que sí quedó de manifiesto muy pronto fueron las desavenencias personales entre el marqués de Mondéjar y el de Los Vélez, abanderados del ejército católico-castellano. Discrepancias que afectaban también a los aspectos tácticos de la campaña, lo que sumió en el desconcierto a la soldadesca, que se lanzaron al pillaje, a la violación de mujeres y niñas, y a toda clase de desmanes que flaco favor hicieron a la causa cristiana. Estos generales permitían que sus soldados vendieran por su cuenta y para su propio beneficio a los prisioneros que iban haciendo, con lo que espolearon todo tipo de excesos entre las tropas.



Los arráeces moriscos organizaron a sus gentes en comandos de guerrillas, que, conocedores de la complicada orografía de La Alpujarra, infligieron serias derrotas a los ejércitos reales. En Válor, por ejemplo, varios comandos de vecinos civiles derrotaron a un escuadrón de 800 soldados al mando de los capitanes Álvaro de Flues y Antonio de Ávila, quienes fueron ejecutados junto a gran parte de la tropa.

Entre el envalentonamiento de los insurrectos y las desavenencias, cada vez más patentes, de los dos ejércitos castellanos, la cosa no pintaba bien para la causa de Felipe II. El levantamiento se había propagado ya a la sierra de Bentomiz, a la serranía de Ronda, a Frigiliana y amplias zonas de la Axarquía malagueña, y por el flanco oriental a Guadix, Baza, Cuevas de Almanzora, Carboneras y Lorca, ya en la zona murciana.

El 17 de marzo acaeció otro hecho que resultó detonante en el conflicto. Pedro de Deza, presidente de la Audiencia de Granada, ordenó armar a los presos de la cárcel de esta ciudad para que asesinaran a los 110 moriscos notables que tenían allí detenidos como rehenes desde el principio de la revuelta. Cuando la noticia de este desafuero llegó a oídos de Ibn Umayya, éste legitimó su justificación para recrudecer sus métodos.

En esta tesitura, a últimos de marzo de 1569, Felipe II decidió enviar a la zona a su hermanastro, el prestigioso general Juan de Austria, con sus poderosos Tercios de Flandes. El rey tuvo que apostar fuerte si no quería que la campaña se le fuese de las manos. El príncipe don Juan, asistido por Luis Quijada y al frente de sus experimentadas huestes, llegó a Iznalloz el 12 de abril. Quedó en Granada unos días tomando contacto con la situación, preparando su plan, y dando tiempo a que llegase el duque de Sessa con sus tropas, que habían de asistirle en su proyecto de reprimir la insurrección, y de conciliar a los dos marqueses en litigio.

En esos días se levantaron las villas de Güejar, Dúdar y Quéntar. Al objeto de truncar su progreso, Juan de Austria ordenó que los moriscos de Pinos Genil y Monachil abandonaran su residencia y se trasladaran a la vega.

Las tropas castellanas que ya estaban guarnecidas en La Alpujarra, al conocer la pronta llegada de los temibles Tercios de Flandes arreciaron sus excesos, pues sabían que en cuanto llegaran deberían someterse a disciplina.

A partir de mayo, tres ejércitos al servicio del monarca Felipe II se encontraron en las abruptas sierras de La Alpujarra. El ejército más poderoso del mundo se acababa de concentrar allí para ahogar la rebelión de una horda de civiles —agricultores, artesanos, comerciantes…— mal armados y ajenos al oficio militar.

Y por si eran pocos los represores de la asonada, el 11 de junio desembarcaron en Torrox los Tercios de Nápoles, al mando del insigne comendador Juan de Requesens, para recuperar Frigiliana, Cómpeta y las otras comarcas malagueñas.

A la vista de lo que se les venía encima, Ibn Umayya trató de reorganizar a los suyos en comandos mejor estructurados. A Ibn Abbu encomendó las tahas de Poqueira y Ferreira; a El-Maleh el Marquesado del Zenete, las comarcas de Guadix, Baza y río Almanzora; a Mohammed al-Xaba la taha de Órgiva; a Ibn Mekenun las de Lúchar, sierra de Filabres y sierra de Gádor; a Abdellah el-Rendatí y a Girón de Archidona el valle de Lecrín y las costas de Motril y Almuñécar; y a otros arráeces el resto de zonas. Nombró consejeros a su tío Ibn Sagüar, a Al-Habaqui y a Mocarraf. A Ibn Farax lo relegó al ostracismo, pues no se fiaba ya de él, lo que acrecentó más aún el inquina que tenía al emir.

Ibn Umayya hacía incursiones rápidas, y se volvía a Laujar donde éste tenía su palacete. En julio falleció Ibn Sagüar que sucumbió a unas fiebres que le sobrevinieron en Mecina. La muerte de su tío y mejor aliado conmocionó a Ibn Umayya, que no pasaba por su mejor momento. Acababa de sufrir una cruenta derrota en Berja ante las huestes del marqués de Mondéjar, contando numerosas bajas entre sus hombres, tras la que se replegó a Cádiar y Válor para tratar de animar a los suyos, ya bastante cansados de tanta escaramuza, pues en realidad no eran gentes de guerra.

Empezaban a escucharse voces que tildaban al emir Ibn Umayya de déspota, y algunos cuestionaban maliciosamente su capacidad de liderazgo. Para colmo, su padre don Antonio de Válor y su hermano Francisco fueron prendidos por la Inquisición, como moneda de cambio y elemento de presión.

En septiembre, Ibn Umayya se retiró a Purchena con sus tropas. Allí organizó los Juegos Moriscos, una serie de pruebas deportivas, como levantamiento de pesos, tiro con honda y con arco, carreras de velocidad, etc., así como concursos de canto y danza, que servían de entretenimiento y ejercitación para la tropa. Los Juegos Moriscos, de clara ascendencia olímpica, fueron reconocidos por Juan Antonio Samaranch, presidente del Comité Olímpico Internacional durante tantos años, quien declaró: “Los Juegos Moriscos de Aben Humeya suponen rehacer el eslabón perdido de la cadena entre la Antigüedad y el mundo moderno.”

Mientras tanto, Ibn Farax se dedicaba a sembrar la disensión entre los alpujarreños, intentando convencerlos de que Ibn Umayya se comportaba de forma despótica, además de tacharlo de lujurioso. Éste acababa de enviar una carta a Juan de Austria, al Inquisidor de Granada Andrés de Álava, con quien tenía estrecha amistad, y al presidente de la Audiencia Pedro de Deza, intercediendo por su padre y hermano presos y torturados por el Tribunal de la Inquisición. En la misiva les proponía canjearlos por ochenta cautivos castellanos en su poder. Ibn Farax hizo correr la noticia de que el emir sólo se ocupaba de sus asuntos personales, dejando en segundo plano sus obligaciones como líder de los insurrectos.

Todo esto, mezclado al parecer con un asunto de amoríos, llevó a Mohammed Ibn Umayya a la tumba. Corrió el rumor de que éste andaba perdidamente enamorado de una joven viuda de Laujar. Al amor de esta mujer de gran belleza aspiraba también otro morisco llamado Diego Alguacil. Envenenados por los celos, se conchabó un pequeño grupo de moriscos disidentes, entre los que estaban Ibn Farax, Alguacil y Diego de Arcos, le prepararon una encerrona en su propia casa y le estrangularon con un cordel. Tras una agonía que duró varias horas, el rey de los moriscos fallecía el 20 de octubre de 1569, con 49 años.

Hubo quien dijera que este grupo de traidores había sido sobornado por las autoridades castellanas para descabezar la revuelta. Es bastante probable que así fuera, y que éste fuera un acto más del programa de guerra sucia que los castellanos llevaron a cabo, en paralelo al ámbito militar, en la represión de los sublevados. Pero me temo que esto nunca se sabrá a ciencia cierta. Entre otras estratagemas, Juan de Austria había ofrecido una cuantiosa recompensa para quien traicionara a su emir.

A Mohammed Ibn Umayya le sucedió su primo Abdellah Ibn Abbu —de nombre cristiano Diego López—, excelente arráez nacido en Mecina Bombarón, pero a partir de aquí el conflicto iba a tomar un nuevo rumbo.

Juan de Austria, con el ejército principal, tomó Galera y Serón, en la zona oriental. De nuevo se manifiestaron serias desavenencias entre el marqués de Los Vélez, guarnecido con su tropa en la misma zona, y el propio Juan de Austria. Éste le reprochaba al Marqués que no atendía sus instrucciones, lo que perjudicaba su avance, y el de Los Vélez se quejaba de que el príncipe don Juan tenía mal avituallada y desprotegida a su tropa. El ejército del duque de Sessa avanzaba desde el valle de Lecrín hacia las tahas de Poqueira y Ferreira, y el de Antonio de Luna salía de Antequera para cubrir la sierra de Bentomiz, la serranía de Ronda y el resto de comarcas malagueñas levantadas. El colosal ejército católico-castellano proseguía su avance desde tres flancos diferentes. La cosa no pintaba bien para los cansados moriscos.

El marqués de Mondéjar fue llamado a la Corte, siendo apartado de la campaña y enviado como Virrey a Valencia. Poco después sería nombrado Virrey de Nápoles.

Ibn Abbu llegó a reunir cerca de 10.000 hombres, bastante desmoralizados y mal armados. Proseguían en táctica de guerrillas, pero cada vez tenían menos ímpetu.



Conocedor de la situación, Juan de Austria comenzó a emitir bandos entre la población conminándoles a entregar las armas y ofreciéndoles un sospechoso perdón. Continuó ofreciendo suculentas recompensas para quien traicionara a sus líderes. En Fondón de Andarax, numerosos moriscos de la facción de El-Habaqui abandonaron las armas en mayo de 1570. Ibn Abbu ordenó ejecutar por traidor a su arráez El-Habaqui, quien solía hacer de enlace entre los moriscos y los castellanos, y recaía sobre él la sospecha de usar doble juego.

Aún sin concluir la contienda bélica, las autoridades castellanas comenzaron a diseñar un amplio programa para deportar a todos los moriscos de las zonas levantadas hacia otros puntos de Castilla.

Los escasos moriscos todavía en lucha fueron desplazándose hacia sierra Bermeja y la serranía de Ronda, donde se produjeron las últimas escaramuzas. En julio, los rebeldes saquearon Alozaina. En Septiembre fueron desalojados de la zona por las tropas del duque de Arcos. No obstante, Ibn Abbu y un pequeño grupo de fieles lograron escapar y regresar a La Alpujarra, resistiendo allí hasta principios de 1571.

Los Valoríes, el clan de Ibn Umayya, no habían olvidado la traición de Ibn Abbu. Embriagados por el espíritu de venganza, enviaron a Bérchules a El-Zatahari y El-Zenix, quienes lo asesinaron el 13 de marzo de 1571. En connivencia con los castellanos, rellenaron el cadáver con sal, lo entablaron sobre un caballo y lo llevaron a Granada, donde fue expuesto al público como escarmiento.

Una vez “pacificada” la zona, se completó la deportación masiva que afectó a todos los moriscos por definición, hubieran o no participado en las revueltas. Pero este desplazamiento no lo podían realizar por su cuenta, sino sujetos al programa diseñado por las autoridades. Los de Granada ciudad, su vega, valle de Lecrín, sierra de Bentomiz, sierra Bermeja, serranía de Ronda y Axarquía fueron enviados a Córdoba, y desde allí redistribuidos por Galicia y Extremadura. Los de Guadix, Baza, Huéscar, comarca del río Almanzora y sus alquerías, a Castilla La Vieja y La Mancha. Y los de Almería y comarca de Tabernas, a Sevilla.

Esta deportación masiva hacia las tierras interiores de la península fue el preludio del destierro general de los moriscos peninsulares, decretado por Felipe III en 1609. Pero esta vez sería ya el plan definitivo, y la expulsión se realizaría hacia fuera de los territorios peninsulares.

Con estos sucesos se puede decir que concluyó esta aventura, en la que perdieron la vida miles de hombres, ancianos, mujeres y niños, y otros tantos fueron apresados y vendidos como esclavos. Necio sería esperar otro desenlace habida cuenta de la enorme desproporción de fuerzas, lo que no es óbice para comprender las descabelladas empresas que es capaz de abordar una población, desesperada por el hostigamiento estatal contra su identidad como grupo social, y viendo pisoteados sus más elementales derechos civiles.

Algunos historiadores se han referido a estos hechos como Guerra de La Alpujarra, lo que a mi juicio resulta artificioso, pues por guerra se entiende un conflicto armado entre dos o más ejércitos estatales. Y este no fue el caso ni mucho menos. El descomunal contingente empleado para el aplastamiento de esta sublevación popular da cuenta del empeño de la monarquía española por exterminar la huella del Islam de sus territorios.

Una vez más, la compasión brilló por su ausencia.

http://genocidiomorisco.blogspot.com/2009/09/la-rebelion-de-la-alpujarra.html

Musulmanes en la Península [Ibérica] antes del 711



Fonte: Identidad andaluza
http://identidadandaluza.wordpress.com/2009/08/04/musulmanes-en-la-peninsula-antes-del-711/

Ali Manzano/Identidad Andaluza

Algunas veces, cuando creemos que todo lo sabemos, cuando pensamos que la historia que hemos escrito está basada en estudios y bases científicas irrefutables, cuando despreciamos las tesis y teorías de los que violentan la historia que hemos montado para justificar nuestros prejuicios e intereses … suceden hechos reveladores que iluminan nuestra gris existencia, para darnos a conocer indicios de otra realidad, que nos llevará a revisar nuestra historia, nuestras verdades absolutas, nuestros dogmas y nuestros prejuicios para abrirnos al conocimiento de una realidad que no está basada en los intereses políticos de ninguna oligarquía y que no tiene que recurir a dogmas ni leyendas para justificar sus argumentos.

Uno de esos “hechos reveladores” apareció en las excavaciones arqueológicas de la localidad valenciana de Xativa. Me estoy refiriendo al descubrimiento arqueológico de la Bola de Xativa en junio del 2004. En las excavaciones aparecieron piezas de época romana del siglo I, junto a 170 fosas de periodo islámico y una lápida mortuoria, en perfecto estado de conservación, de mármol, de 70 cm. de anchura por 40 de altura y 15 de grosor, con un peso aproximado de 60 kg. Y con inscripciones en árabe, referentes al nombre del fallecido, año de la muerte, y ayas del Corán, en un estilo caligráfico cúfico con la siguiente leyenda:

Bismi Alláhi Alrah-máni alrah-imi ya ayuhá alnasa inna wa’da
Allahi ha’aqqun fala taguffannakum alh-ayati aldunya wa la yaguffa
nnakum biLlahi algurur hada qabru Ah’mad bni Fihr? Nahr?
i rah’imahu A/láhu kana yashadu anna lá illaha i/la
Allah wah’dahu la sharika lahu wa anna Muh’ammadan ‘abduhu
wa rasuluhu arsa/ahu bilhuda wa dinni alhaqqi liyunz’hirahu
ala aldini kulliha wa law kariha almusrikuna yawn
wa’isruna mina aljumadá alülá mina alsannati saba’a ,va’isruna


Traducción:

En el Nombre de Allah, el Todoclemente, el Todomisericordioso, “0h hombres¡ Ciertamente la promesa de Allah es verdad. ¡Que no os engañe la vida mundana y que no os engañe [a vosotros] el engañador respecto a Allah” (Coran 31 :33). Esta es la tumba de Ah’mad bn Fihr? Nahr?, ¡Que Allah tenga misericordia de él. Daba testimonio de que no hay ídolos sino Allah, Único y sin socios, y que Muhammad es su siervo y mensajero. “La envió con la guía y el Din de la Verdad para hacerla resplandecer sobre todas las religiones, aunque repugne a los asociadores” (Coran 9:33/ 48:28). Un día y 20 [= 21] de jumada-l-ula del año 27 [de la hégira: 21 de febrero de 648].

De la lápida y de su texto podemos resaltar los siguientes datos:

1.- El texto está esculpido en un perfecto árabe.
2.- La grafia está esculpida en estilo cúfico.
3.- Las ayas coránicas son exactas.
4.- La fecha de defunción está datada en el año 648, correspondiente al año 27 de la héjira, dieciséis años Después del fallecimiento del profeta Muhammad.
5.- Tanto la piedra como la forma de esculpir la lápida es de época tardo-romana.
6.- Ha sido encontrada en el levante peninsular.

Por todo lo expuesto anteriormente, podemos deducir que la persona que hizo la lápida era un artesano local, gran conocedor del idioma árabe y del Corán. Pero la fecha de fallecimiento data del año 648, tan solo dieciséis años después del fallecimiento del profeta Muhammad (s.a.s.), lo que nos lleva a pensar, que varios años antes de esta fecha, habrían llegado al levante peninsular algunos musulmanes contemporáneos del profeta predicando el nuevo Din y creando pequeñas comunidades islámicas en las que se enseñó el idioma árabe y el Corán a los nativos del lugar. Por las características de la lápida, parece ser que el fallecido era una persona de gran relevancia, posiblemente el maestro de esa pequeña comunidad islámica llegado años antes procedente de la península arabiga.

Lo que con este descubrimiento se nos revela como incontestable, la presencia de comunidades islámicas en el levante peninsular con anterioridad al año 711, ya lo intuyó, demostrando una inconmesurable capacidad de análisis, el historiador Ignacio Olague en su obra “La revolución islámica en Occidente”:

“Sabemos por la evolución de ideas de las que tenemos información cierta, que el sincretismo arriano evolucionaba hacia el sincretismo musulmán. Aun ante el hecho de una gravísima dificultad, como la ausencia de documentación en el slglo VIII, correcta sería la deducción, pues tenemos dos puntos situados en la misma curva de evolución y sabemos sin duda alguna que desciende el Islam, genéticamente hablando, del cristianismo unitario. Por consiguiente, se debe suponer que la penetración de los principios coránicos se realizaba desde hacia tiempo; pero no en todas las regiones peninsulares, pues las favorecidas por la geografía serian privilegiadas. Tampoco es temerario suponer que los primeros contactos se realizarían a orillas del Mediterráneo antes del mismo siglo VIII. Pues la expansión del Islam no se impuso por obra de ejércitos extranjeros, sino por la acción de ideas-fuerza. Se ha deslizado y luego ha prosperado en virtud de la misma dinámica que rigió y rige hoy día la propagación de movimientos similares. En un medio favorable, se difundió la idea por actos anónimos y muchas veces oscuros. Nada sabemos acerca de la propagación del cristianismo en la Península Ibérica durante los primeros siglos. Surge de pronto en el IV, como por obra de una explosión. Ocurrió lo mismo con la difusión del Islam. Ante la ausencia de textos latinos y árabes, en siglo y medio, lo menos que se puede enunciar es que ha sido predicado en un ambiente propicio por oscuros propagandistas; por lo cual no han dejado de esta acción rastro alguno. Por otra parte nos consta, por la observación de fenómenos análogos ocurridos en el curso de la historia, que se disimula este proselitismo anónimo a los ojos de los contemporáneos bajo la cubierta de una densa confusión. Aun hoy día, en que la instrucción y la facilidad de las comunicaciones – y por consiguiente el intercambio de ideas- han predispuesto el espíritu de las gente a una mayor agilidad., se requirió un cierto tiempo para que aprendiera el público a distinguir en la acción socia los adheridos a las diversas teorías. Hemos conocido en nuestra juventud a personas selectas por su instrucción y por sus cargos que confundían a los anarquistas con los parlidarios de la II o de la III Internacional. ¿ Qué seria en el siglo IX, en que las gentes, hasta las más cultas, disponían de escasos medios informativos? Se requería una linterna muy bien encendida y un ojo avizor excelente para discernir en aquellos tiempos a un arriano de un premusulman y de un auténtico creyente. Tanto más que en muchos años compondrían éstos una pequeña minoría”.

A pesar de la contundencia de las pruebas, los “sabios de la patria española”, se empeñan en tropezar una y otra vez con la misma piedra, en mantener sus dogmas y sus prejuicios en contra de la razón, de la lógica y de la evidencia. El método de análisis histórico empleado por algunos arqueólogos y arabistas raya la locura, insultando la inteligencia de cualquier persona interesada en el esclarecimiento de los hechos históricos acaecidos en la Península Ibérica. Primero, confeccionamos los dogmas de fe históricos (invasión de árabes, reconquista, expulsión de los moriscos y repoblación con castellanos y gallegos) necesarios para justificar hechos acaecidos con posterioridad: unidad política y religiosa de España, genocidio físico y cultural del pueblo andaluz (morisco), encubierto bajo la palabra “reconquista” y los numerosos decretos de expulsión. Una vez establecidos los dogmas, intentamos encajar los hechos para que estos no contradigan los dogmas preestablecidos.

Pero algunos hechos tienen un difícil encaje en la historia dogmática oficial, como por ejemplo la lápida de la que estamos informando en esta web, datada en el año 648. ¿Cómo puede ser del año 648 si los árabes no invadieron “España” hasta el año 711? En vez de replantear la historia ante la aparición de nuevas pruebas, los “científicos oficiales” – muy bien pagados por el Estado – nos ofrecen un juego de prestidigitación. Como los árabes no invadieron “España” hasta el año 711, la lápida no puede ser del año 648. El artesano que esculpió la lápida “se equivocó” de fecha, poniendo la de 648 en vez de la de 1038, fecha dada por los arqueólogos de forma caprichosa y sin justificación alguna. Si en la lápida la fecha de fallecimiento, en un perfecto árabe está datada en el año 648, ¿en que se basan los arqueólogos para decirnos que corresponde al año 1.038? ¿imaginación, desinformación, incompetencia, miedo a la verdad? ¿Cómo le llamaríais vosotros? El que acierte mi calificativo tiene premio: un viaje a algunas universidades “españolas” para conocer a esa raza de “científicos en extinción” que investigan al dictado de la administración que les paga, con el objetivo de mantener los “dogmas oficiales”. Cuando la libertad de investigación y de pensamiento llegue a las universidades del Estado español, la HISTORIA se podrá empezar a escribir con letras mayúsculas.


Comentario

[...]

Rahl
4 Agosto, 2009 a las 1:08 pm

Assalâmu ‘alaykum, conozco el proceso de traducción de la lápida de Xàtiva, porque en aquella época estaba en contacto con un hermano de Xàtiva que participó en las excavaciones. Participé en el desciframiento, junto con otros hermanos, y no quise publicarlo en internet porque preferí esperar lo que decían los especialistas. Un hermano, con el cual he perdido el contacto, insistió en pedirme la imagen de la lápida y la traducción, e ingenuamente se la proporcioné. A partir de entonces ha circulado por la red, e incluso ha aparecido en publicaciones (Cronología de Al-Andalus, ed. Miraguano), a bombo y platillo y sin más referencias. Es más, en todas las reproducciones que he visto por internet, aparece una vacilación mía en la transcripción de unas letras [Fihr? Nahr?] donde se escribe el nombre de la persona enterrada. Quiero decir con eso que conozco perfectamente el origen de esa transcripción. Soy prudente y quiero serlo, porque no me considero un especialista en la materia. De hecho, Carmen Barceló, catedrática d’Estudios Árabes de la Universidad de Valencia, y especialista en estas cuestiones, considera que la lápida, por el estilo de la letra, es muy posterior (s. XI?). Además se sabe por otras inscripciones árabes andalusíes que, a veces, no se hacía constar la fecha completa, sino sólo el final, sin las centenas referidas al año de la hégira. En ocasiones, porque no cabía en el espacio de la lápida, o por otras razones que yo no sabría explicar. El caso es que, ante la duda, me mantengo en ella. Confío en el trabajo y en la experiencia de la doctora Carmen Barceló, y a sus opiniones me atengo. Es una lástima que se tergiverse y se utilize el trabajo de investigación con fines ajenos a ella. Por ejemplo, para defender el olagüismo, una tesis muy del gusto de algunos sectores, pero muy discutida y discutible.

Wa-s-salâm!

***

El Joraique
4 Agosto, 2009 a las 1:49 pm

Me parece que la cosa es todo lo contrario de lo que dice Rahl. No se tergiversan las cosas para favorecer al “olaguismo”. Se niegan las evidencias para no dar la razón a eso que llaman el “olaguismo”, investigaciones de Ignacio Olague donde demuestra la falsa de la invasión de árabes en la península ibérica. Los prejuicios sobre este tema y los posicionamientos de los “expertos” en torno a la historia oficial de España, hace que este tema de la lápida sea extremadamente molesto e intenten ocultarlo a la opinión pública. La cobardia y los prejuicios ideológicos, así como la defensa de los privilegios de catedráticos y otros (la aceptación de las tesis de Olague supondrian el ostracismo para cualquier “experto”) hacen que defiendan lo indefendible y que busquen justificaciones para no deslegitimar los dogmas oficiales, aunque estas sean tan pueriles como las que han dado en este tema.

***

Rahl
4 Agosto, 2009 a las 2:24 pm

A parte prejuicios, ostracismos y privilegios de aquí y de allá, es muy difícil de justificar con argumentos históricos (por lo menos, en el estado actual de las investigaciones) si la lápida de Xàtiva es o no anterior al 711. Yo, ingenuamente, pensé que lo era. Ahora que conozco más sobre estas cosas, considero que no lo es. Aunque hubiera habido musulmanes en la península antes del 711 (que pudieron haber entrado por el puerto de Cartagena o por el puerto de Denia o Algeciras), no creo que en aquella época tuviesen tanta presencia social como para dejar constancia en una lápida inscrita con el nombre del fallecido. Las lápidas de los primeros tiempos del islam solían ser anónimas, y cuando se inscribía el nombre de alguien se hacía para dejar constancia de su influencia y su posición social o espiritual. Alguien sugirió en el momento sorpresivo del descubrimiento (junio de 2004) que podía pertenecer a alguien relacionado con el Profeta (sawas): uno de sus compañeros, un seguidor de los compañeros (tabi’î)? Grandísima y sugerente sorpresa. No lo creo probable. Los musulmanes que abrieron (conquistaron) el norte de África y la península de Al-Ándalus para el islam, sólo podían ser seguidores de los compañeros del Profeta (sawas) o seguidores de los seguidores. Algunos de ellos aparecen en las crónicas antiguas, y se nombran en los capítulos que el historiador Al-Maqqarî dedica a los primeros tiempos de Al-Ándalus. Para labrar una lápida como la de Xàtiva se necesita todo un entramaje social musulmán constituído (gente que sepa leer y escribir en árabe, gente que conozca el Corán, enterramientos islámicos, imames, alfaquíes…), cosa que no creo que se diera en el siglo VII bajo dominio visigótico y en un estado de crisis acusado. Quizá en la zona bizantina (sudeste peninsular), las cosas eran de otra manera. Sólo Dios sabe.

***

Simbad
4 Agosto, 2009 a las 4:57 pm

Assalam aleikum
Con la lógica por delante, que se defiendan las tesis olagüistas es una cosa, y que se defiendan probables inexactitudes históricas es otra. Teniendo en cuenta que el año de la Hégira es el 622 de la era cristiana, y que esta lápida está fechada en el 648, pocos años me parecen para que haya un entramado musulmán tan fuerte en el Levante español, expresado en un perfecto árabe. El “poseedor” de esa lápida tendría que haber vivido, pongamos no menos de cinco o diez años en el área donde fue enterrado, ésto es, en torno al 640 de la Hégira. Tendría que haber sido contemporáneo del Profeta sws, y en vez de permanecer en territorio árabe, cimentando el Islam allí, por obra y gracia del “Destino” emigró a la Península Ibérica y fundó una comunidad musulmana bastante fuerte, versada en el árabe clásico y en el Corán… y todo en 18 años…. demasiado poco tiempo.

Que nuestras ansias de ver echadas por tierras las tesis “oficiales y oficialistas” de la Historia hispana no nos hagan caer en la “tontería supina”.

Demos a Dios lo que es de Dios, y al César lo que es del César.

Lo que “é”, “é”.

O no “é”?.

***

Alarif
4 Agosto, 2009 a las 5:47 pm

A ver, qué fecha pone la lapida. Esa es la unica realidad. Lo demas son divagaciones y elucubraciones en funcion de los intereses de cada cual. Que el escultor se equivocó o que en algunas lapidas no se ponian las centenas -y en otras por lo visto sí- no es un argumento muy cientifico. Por el estrato en el que se encontro la lapida, inmediatamente posterior a restos romanos, perfectamente podria corresponder a la fecha inscrita.
:)

***

4 Agosto, 2009 a las 8:51 pm

Salam malekum. Hablo desde la ignorancia pero, no hace falta un pequeño esfuerzo y tiempo para esculpir una lápida? En mi opinión, creo que equivocarse en varias cifras es difícil dado el trabajo. En cualquier caso, deberíamos ser razonables y prudentes, que es arqueología y no matemáticas.

***

Rahl
4 Agosto, 2009 a las 9:05 pm

Eso de que la fecha de la lápida es la única realidad es de un simplismo tal que ni un principiante lo aceptaría. Carmen Barceló es especialista en epigrafía árabe, con publicaciones sobre el tema, y sabe muy bien de qué está hablando. Además resulta contradictorio defender las teoría de Olagüe y la antigüedad de la lápida. Según Olagüe no hubo árabes en la islamización de Hispania. Entonces ¿de dónde salieron los que hablaron y escribieron árabe en siglos anteriores o posteriores al 711? ¿De la nada de las nadas? ¿Del desierto de los desiertos? ¿Entonces quién escribió en árabe esa lápida de Xàtiva? ¿Algún iberoromano con don de lenguas? Por otra parte, la arabización e islamización del oriente de Al-Ándalus fue lenta y tardía, debido a su posición marginal respecto a los centros de poder (Toledo y Córdoba). ¿Qué hace esa lápida en el Xarq Al-Andalus, en madîna Xàtiba, en una época ‘preislámica’ para Hispania? ¿Era ya musulmana en el 648? Lo dudo con una duda inmensa. Por otra parte habría que rebajar esa fuerte desconfianza de algunos andalucistas de ahora respecto a la labor investigadora de nuestros arabistas e islamólogos. A ellos, por la cuenta que les trae, no les vale la pena mentir. Yo confío en ellos, en sus trabajos (a menudo mal reconocidos) y en sus investigaciones. Dejémosles trabajar en paz y que sea lo que haya de ser. Siempre habrá algunos de ellos (Serafín Fanjul, por ejemplo) que vive de explicar la cultura andalusí y al mismo tiempo aprovecha para denigrarla. Pero la mayoría son gente honrada, respetabilísima, cabal y digna con la labor que hacen (Federico Corriente, Carmen Barceló, Dolors Bramon, Pedro Martínez Montávez, y un larguísimo etcétera, herederos de la tradición investigadora de Asín Palacios, Ribera, García Gómez, Míkel de Epalza y otro larguísimo etcétera). A cada uno, lo suyo.

***

Wa-s-salâm!
Rahl
4 Agosto, 2009 a las 11:58 pm

Y para terminar, ¿no se dan cuenta los defensores de Olagüe que aceptando la hipotética antigüedad de la lápida de Xàtiva están negando precisamente las teorías del señor Olagüe? Y me despido, porque el verano es largo y aún quedan muchas cosas por hacer. Sólo una cosa: por el respeto a la gente del conocimiento, por el respeto al islam y a la historia de Al-Ándalus (que no és sólo Andalucía), dejemos de decir y de publicar perogrulladas.

***

Rahl
5 Agosto, 2009 a las 2:07 am

Una última aportación. Aquí tenéis el enlace a la página de la red donde se puede consultar la versión original de la transliteración y transcripción de la lápida de Xàtiva, de la que me hago responsable.

He visto que en la versión del artículo que ha dado lugar a estos comentarios hay errores tipográficos que no coinciden con la versión original de la transcripción. La versión de la fecha es según la información elaborada en aquel momento.

http://salvadorjafer.net/xarqand/historia/xativa04.htm

Para ver el texto en árabe hay que descargar las fuentes de ParsNegar desde el enlace que se proporciona en la misma página. Algún dia lo pasaré a Unicode, si Dios quiere.

Mil zalemas.

***

zalim hicham
20 Agosto, 2009 a las 1:57 pm

salam alaikom
la version arabiga del articulo, traducido por Zalim Hicham.
http://hicham84andalous.maktoobblog.com/1567236/%D9%85%D8%B3%D9%84%D9%85%D9%88%D9%86-%D9%81%D9%8A-%D8%A7%D9%84%D8%A3%D9%86%D8%AF%D9%84%D8%B3-%D9%82%D8%A8%D9%84-%D8%B7%D8%B1%D9%8A%D9%81-%D9%88-%D8%B7%D8%A7%D8%B1%D9%82/

***

Muza
26 Agosto, 2009 a las 10:49 pm

Bueno, también han aparecido numerosas piezas traídas por mercaderes como recuerdo o curiosidad de otras tierras y culturas. Esta lápida no tuvo por qué labrarse aquí y pudo ser importada.

***

Musulmanes en la península desde 647 de J.C.
"Creo que el hecho de la existencia de los musulmanes antes 711 y precisamente en el año 648 de J.C en la península ibérica es más que cierto"
Andalusíes - 23/10/2009 9:50 - Autor: Hicham Zalim - Fuente: Envío público

Fonte: http://www.webislam.com/?idt=14176

En relación al artículo "Musulmanes en la península antes del 711" del musulmán andaluz Ali Monzano quisiera añadir un testimonio histórico referente a la presencia musulmana en el año 27 de la hégira (648 de J.C) y participar en el esclarecimiento del ‘’enigma’’ escrito sobre la lápida de “La Bola de Xátiva” donde leemos:

Bismi Alláhi Alrah-máni alrah-imi ya ayuhá alnasa inna wa’da
Allahi ha’aqqun fala taguffannakum alh-ayati aldunya wa la yaguffa
nnakum biLlahi algurur hada qabru Ah’mad bni Fihr? Nahr?
i rah’imahu A/láhu kana yashadu anna lá illaha i/la
Allah wah’dahu la sharika lahu wa anna Muh’ammadan ‘abduhu
wa rasuluhu arsa/ahu bilhuda wa dinni alhaqqi liyunz’hirahu
ala aldini kulliha wa law kariha almusrikuna yawn
wa’isruna mina aljumadá alülá mina alsannati saba’a ,va’isruna

Traducción:

En el Nombre de Allah, el Todoclemente, el Todomisericordioso, “¡0h hombres¡ Ciertamente la promesa de Allah es verdad. ¡Que no os engañe la vida mundana y que no os engañe [a vosotros] el engañador respecto a Allah” (Coran 31 :33). ¿Esta es la tumba de Ah’mad bn Fihr? Nahr? ¡Que Allah tenga misericordia de él. Daba testimonio de que no hay ídolos sino Allah, Único y sin socios, y que Muhammad es su siervo y mensajero. “La envió con la guía y el Din de la Verdad para hacerla resplandecer sobre todas las religiones, aunque repugne a los asociadores” (Coran 9:33/ 48:28). Un día y 20 [= 21] de jumada-l-ula del año 27 [de la hégira: 21 de febrero de 648].

Deducimos de la lápida y de su texto los siguientes datos:

- La fecha de defunción del hombre musulmán está datada en el año 648, correspondiente al año 27 de la héjira, dieciséis años después del fallecimiento del profeta Muhammad.
- El nombre del difunto es Ah’mad bn Fihr(Nahr).

Según estos dos puntos, podemos deducir que había musulmanes en la península ibérica mucho antes el año 711 fecha de la pretendida invasión musulmana, a pesar de todas las reservas formuladas -para fechar dicha presencia- por gente que no quiere creer en otra versión histórica del siglo VII y VIII , más lógica y más plausible.

Podemos leer en el libro de ‘’Historia de Al-Andalus’’ del historiador marroquí Ibn Idari Al-Marrakusi (fallecido en el año 1295 de J.C -695 de la hégira) referente a la llegada de los primeros musulmanes a Al-Andalus :

(DE LA ENTRADA DE LOS MUSLIMES EN AL-ANDALUS, y de como fue sacada del poder de los infieles.)

Y en cuanto a la entrada de los musulmanes en Al-Andalus refiérense sobre ella cuatro especies.
Es la primera, que la tierra de Al-Andalus la entraron dos Al fihries (los AL- Fihr), Abdu-l-lah Ben Nafi Ben Abdi-l-queis y Abdu-l-lah ben Al Husayn, llegando a ella por el lado de la costa en tiempo de Otsman (Dios le tenga en su gracia). Dice At-Taberi que venieron a ella aficionados a su tierra y mar, y que la conquistaron por el permiso de Dios (Enaltecido sea su nombre), así como la tierra de Afrancha, que fue agregada con Al-Andalus al dominio de los musulmanes a semejanza de Ifriquia , sin que cesara por esto de permanecer el amirato de Al Andalus en Ifriquia, hasta que vino la época de Hixem ben Abdi-l-malic e impidieron los bereberes las comunicaciones, quedando los habitantes de Al-Andalus por su estado en condición superior a la de ellos: habiendo tenido lugar esta entrada en el año 27 de la noble hégira (647 de J.C). ). P. 13-14. (traducido por Francisco Fernández González).

Si confrontamos este importantísimo testimonio con las noticias figurantes sobre la lápida, encontramos dos denominadores comunes:

- El año 27 de la hegira (647-648 de J.C).
- El nombre de la familia Koraichit los Al-Fihr.

Ahora, creo que el hecho de la existencia de los musulmanes antes 711 y precisamente en el año 648 de J.C en la península ibérica es más que cierto, ya es una realidad; también es cierto que esta noticia molestó (molesta y molestará) mucho a los historiadores españoles de la época porque no justifica la derrota de los cristianos trinitarios frente a los andaluces unitarios (aliados con los musulmanes y unitarios marroquíes) en 711, por eso las obras españolas no mencionan nada de esta llegada ‘’temprana’’; mientras que los historiadores musulmanes no le han dado mucha importancia y han preferido continuar creyendo que Tarif y Taric fueron los primeros musulmanes que entraron en la península.

sabato 24 ottobre 2009

Darfur: reportage da un inferno già visto, che si vuole mascherare da purgatorio



Fonte: http://www.articolo21.info/

di Antonella Napoli

Tante volte da queste pagine virtuali vi abbiamo parlato di Darfur, dei soprusi subiti da una popolazione vittima di un sanguinoso conflitto iniziato nel 2003: un conflitto e una crisi umanitaria troppo spesso dimenticate. Articolo 21, raccogliendo l'appello di Italians for Darfur che nel 2006 ha lanciato una campagna e una raccolta di firme affinché si accendessero i riflettori sugli orrori di questa guerra, ha fornito un importante contributo a una causa che col tempo ha raccolto adesioni sia del mondo dello spettacolo e della politica sia della società civile.

Questa volta, però, andiamo oltre. Di ritorno da una missione in Sudan promossa dall’Intergruppo parlamentare Italia Darfur e da Italians for Darfur, la consapevolezza - e passo a raccontarvi impressioni, emozioni e frustrazioni in prima persona - che tutto quello che si è riusciti a fare finora non sia sufficiente, che bisogna fare di più, è più forte che mai... e vi spiego il perché.

Rispetto al 2007, quando insieme a una delegazione della Commissione Esteri della Camera avevo visitato ‘Al Salam Camp’, nel nord Darfur, non ho trovato volti scavati dalla fame, fantasmi senza futuro che non avevano neanche la forza di chiedere aiuto. Stavolta non sono state le migliaia di persone che pelle e ossa vagavano per il campo con gli occhi sbarrati dal panico o le agghiaccianti testimonianze delle ragazze che raccontavano il terrore degli stupri subiti a segnarmi profondamente. Questa volta è bastato il ‘contesto’... Il degrado umano dilagante, l'assenza di ogni barlume di speranza negli sguardi che ti scrutano nel profondo, la delusione trasformata in rassegnazione di non poter cambiare uno ‘status’ incancrenito, che ti porta a perdere dignità e futuro.

E’ vero, la situazione alimentare non è al tracollo. Nonostante l'espulsione di 13 organizzazioni internazionali che garantivano la distribuzione del cibo e l’assistenza umanitaria a oltre un milione di profughi il sistema del Programma alimentare mondiale ha retto. Ma la rabbia repressa e il dolore immane per un’esistenza ai limiti della sopravvivenza e del decoro, hanno ‘inciso’ un marchio indelebile sulla pelle di questa gente. Avrei preferito trovarli con qualche chilo di meno addosso piuttosto che deturpati da una ferita aperta che neanche il tempo riuscirà a guarire.

Quando bambini di quattro – cinque anni si azzuffano e calpestano i fratellini di pochi mesi pur di strappare dalle mani di chi li porge quaderni e matite che probabilmente non useranno mai, comprendi che per loro il presente e il futuro sono segnati da abbandono, disinteresse e violenza.

Tutto questo e molto di più, o di peggio, è ancor oggi il Darfur. Eppure ci dicono che la fase critica è passata, che ai trecentomila morti causati dal conflitto che ha spinto alla fuga due milioni e mezzo di persone non si aggiungeranno altre vittime perché la guerra è finita!

E allora se la guerra è davvero ‘finita’ perché negli ultimi dieci mesi la popolazione di Zam Zam Camp, il centro di accoglienza visitato pochi giorni fa con il presidente del’Interparlamentare Italia – Darfur, Gianni Vernetti, è praticamente raddoppiato passando dai circa 60mila del 2008 agli oltre 100mila di quest’anno? E non è l’unico punto di approdo di questa marea di disperati che non si arresta in tutta la regione.

A spingerli lontani dai loro villaggi non sarà più la paura dei janjaweed, i cosiddetti ‘diavoli a cavallo’ – che secondo la Corte penale internazionale, hanno compiuto massacri indicibili sotto la guida del regime di Khartoum - ma la mancanza di sicurezza, che espone sia la popolazione locale sia gli operatori umanitari e gli stessi peacekeeper della missione Onu – Ua che dovrebbe garantire ad essi protezione, lo è di certo!

La crisi umanitaria, già gravissima, rischia di diventare incontrollabile a causa delle continue incursioni di gruppi criminali armati che sequestrano indifferentemente civili, militari e cooperanti persino nelle loro abitazioni e/o sedi di lavoro.

Nonostante la complessità della situazione che si è delineata nel corso delle ultime visite degli osservatori delle Nazioni Unite e le preoccupazioni esternate dagli operatori delle Ong ‘superstiti’, il governo sudanese - interpellato nel corso della visita - non è sembrato affatto preoccupato. Anzi. Il Governatore del Darfur ha annunciato che è in atto un flusso di rientro dei profughi nelle proprie abitazioni e che i villaggi abbandonati in passato per timori di attacchi, si stiano ripopolando.

Peccato che i capi tribali di Zam Zam, ai quali abbiamo chiesto informazioni in merito, abbiano smentito quanto sostenuto dagli esponenti governativi incontrati poco prima. Non hanno esitato un attimo nel confermare che nessuno potrà mai tornare nella propria casa se prima non saranno garantite le minime condizioni di sicurezza per rendere i rientri possibili.Basta parlare con i cooperanti presenti nella provincia di Al Fasher e i rifugiati per comprendere che i timori di nuovi attacchi e violenze siano più forti che mai. Nonostante il contingente di Caschi Blu schierato (ancora non completamente, siamo ancora al 75% dei 26 mila uomini previsti) per proteggere la popolazione darfuriana e chi in questa arida regione del Sudan è arrivato per portare aiuto. Girando tra le capanne e le tende di Zam Zam è facile rendersi conto di quanto l’emergenza sia ancora pressante. Dopo gli ultimi arrivi dell’estate scorsa non c'è più posto. Non viene più accettato nessuno. Il messaggio degli sfollati e di chi li assiste è forte e chiaro. "Abbiamo bisogno di voi più di prima".

Il dramma che si vive qui è lo stesso di tanti altri centri di accoglienza: poca acqua, cibo appena sufficiente, rifugi di fortuna e tutt’intorno il nulla. L’appello di aiuto viene pronunciato da tutti gli interlocutori che si incontrano. Un'invocazione che si legge sul volto delle donne e degli uomini assiepati nell’accampamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza. E invece non è così. Una situazione disperata, che coinvolge sempre più persone inermi, ataviche, prive di ogni interesse per la vita, che ormai chiedono elemosina per inerzia (aspetto paradossale di questa tragedia nella tragedia) anche se nel campo non dovrebbe mancargli nulla.

Sono soprattutto i bambini a tendere le mani, a tirarti per la giacca e a chiedere… ‘money?’, l’unica parola in inglese conosciuta. Sono proprio loro le vittime maggiori di questa crisi umanitaria, crisi che ormai sembra cronicizzata, congelata nella sua mancata soluzione. Tutto ciò lascia davvero poche possibilità a questi piccoli di vivere, un giorno, un’esistenza migliore dei loro padri e delle loro madri.

Attacco agli indios, di Stella Spinelli



Fonte:
http://it.peacereporter.net/articolo/18545/Attacco+agli+indios

Il pretesto è il massacro di Bagua, ma dietro ci sono gli interessi di governo e multinazionali di gas e petrolio, contro i quali gli indigeni amazzonici si sono scatenati in defesa della madre terra

di STELLA SPINELLI

Il Ministro della Giustizia vuole sterminare l'Associazione interetnica per lo sviluppo della Selva peruviana (Aidesep), la principale associazione indigena dell'Amazzonia peruviana. Lo affermano gli stessi attivisti dell'Aidesep, che denunciano l'intenzione governativa durante una riunione urgente di fronte a tutte le altre organizzazione in difesa dei diritti indios del paese.

In un comunicato, l'Aidesep fa sapere che è venuta a conoscenza dell'azione ministeriale "per sciogliere l'organizzazione" attraverso una notifica dal fiscal provinciale, che non specifica le ragioni. Fonti della Procuraduría del dicastero della Giustizia hanno spiegato che il provvedimento risale all'11 giugno scorso, con la motivazione che l'Aidesep avrebbe attentato all'ordine pubblico e al buon costume.
Ma cos'è che ha scatenato le ire del ministro Aurelio Pastor contro questa federazione di 65 organizzazioni, nata nel 1980 e ora rappresentativa di 1350 comunità indigene?

Tutto è iniziato nella primavera di quest'anno, quando il braccio di ferro governo-indigeni è arrivato all'estremo, fino a spingere il presidente di Aidesep, Alberto Pizando, a dichiarare "l'insurrezione anti-governativa amazzonica". Da quel momento, le popolazioni native decisero di appellarsi alle loro leggi ancestrali disconoscendo l'ordinamento giuridico nazionale vigente e bloccando l'ingresso di qualsiasi forza esterna nel loro territorio. Il tutto in segno di protesta contro la nuova Legge forestale sulla fauna silvestre e contro la Legge sulle risorse idriche, entrambe deleterie per gli indiani e per la salvaguardia dell'ambiente, in particolare per la selvaggia estrazione del petrolio e del gas da parte delle multinazionali, le sanguisughe della pachamama. Una linea dura, quella scelta dagli indigeni, davanti alla quale però il governo di Alan Garcia non chinò la testa. Anzi. Il 5 giugno a Bagua, la tregedia. Durante uno dei blocchi stradali e fluviali organizzati dall'Adesep nel cuore dell'Amazzonia, la polizia represse con violenza. Risultato: 45 morti e 93 feriti. Un massacro.

Che non è servito a far prendere al governo una posizione ragionevole. Anzi, il ministro della Giustizia non tardò a scaricare la responsabilità del bagno di sangue sugli indigeni, che si precipitarono a rispedire le accuse al mittente. Fu così che Pastor ha iniziato una vera e propria caccia al leader indigeno. Prima contro Pizango, che è stato costretto a espatriare rifugiandosi in Nicaragua, nonostante il mandato di cattura internazionale che sta pendendo sulla sua testa e su quella di altri quattro attivisti del direttivo di Aidesep. Una persecuzione che sta martoriando tutti i capi della federazione. Sono 89 le persone coinvolte in processi per quanto accadde a Bagua, dove per reazione gli indigeni tennero sequestrati degli agenti di polizia. E tutto questo nonostante la Aidesep partecipi a quattro tavole di lavoro con funzionari governativi e rappresentanti della società civile proprio per stabilire un nuovo giro di discussioni con le comunità indios riguardo a Bagua.

A commentare a PeaceReporter quanto sta accadendo è Mauro Morbello, responsabile di Terre des Hommes-Italia in Perù. "Il malessere delle popolazioni indigene del Perù, non solo di quelle della selva amazzonica, ma anche dell'altopiano andino, non è nuovo ed è motivato da uno storico abbandono in cui i vari governi peruviani hanno lasciato queste popolazioni da secoli. Questo malessere si è però trasformato in rabbia e la rabbia, alla fine in violenza anche cieca e incontenibile, con la rivolta organizzata dalla Asociación Interétnica de Desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) lo scorso mese di giugno contro il pacchetto di leggi chiamate "Ley de la selva", fortemente volute dal governo peruviano del presidente Garcia per dare applicazione al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (TLC). Con queste norme, emanate senza consultare opportunamente le popolazioni interessate, il governo ha fatto un grosso favore agli investitori privati, in realtà soprattutto multinazionali straniere, che possono ora acquistare enormi appezzamenti di terreni nelle zone della foresta amazzonica dove da sempre vivono comunità indigene. Si tratta di aree ricche di materie prime, dal leganame al petrolio, a tantissimi altri prodotti minerari. Grazie a questo pacchetto di norme, ora l`investitore può comprare, cioè ottenere la proprietà delle terre e non più, come prima, solo una concessione temporanea con l`autorizzazione delle associazioni indigene della località. Ancora: l`acquirente può ora effettuare l`acquisto non più dovendo ottenere il consenso dei 2/3 della popolazione residente, ma solo con il voto del 50 percento più uno dei partecipanti all`incontro destinato alla presa della decisione di vendita delle terre. Oltre alla riduzione del quorum, già di per sè lesiva degli interessi collettivi delle popolazioni indigene, questo meccanismo si presta evidentemente ad abusi, non potendosi escludere ad esempio che siano convocati all`incontro solo gruppi accondiscendenti con gli interessi degli investitori interessati all`acquisto. Il pacchetto prevede infine un aumento delle dimensioni delle terre prima previste solo in concessione ed ora acquistabili, portato da 10.000 a 40.000 ettari".

Quindi Bagua: "Dopo di fatti di Bagua - aggiunge Morbello - il governo ha cercato in tutti i modi prima di screditare le organizzazioni indigene effettivamente rappresentative degli interessi più profondi delle popolazioni locali, in primo luogo Aidesep, promuovendo una campagna pubblicitaria terribile, sui giornali e in televisione, mostrando poliziotti morti e tumefatti dalle torture degli indigeni che li avevano fatti prigionieri negli scontri di Bagua. A causa del rifiuto dell`opinione pubblica e delle reazioni internazionali a una campagna di così basso stampo, è cambiata la strategia. Da un lato hanno accusato i leaders di AIDESEP e in primo luogo Pizango di insurrezione e quindi di attentare contro la sicurezza dello Stato, dall`altro hanno cercato di trovare accordi con i gruppi indigeni organizzati offrendo promesse di soluzione delle controversie a medio termine, irrealizzabili, ma che ottenevano il risultato di sbloccare nell`immediato le situazioni.
Poi cercando di inserire nuove figure di rappresentanza indigena, con personaggi sconosciuti ai più, che sminuissero di fronte all`opinione pubblica il ruolo di Aidesep che parallelamente veniva perseguita in termini istituzionali, non solo prevedendo azioni nei confronti dei dirigenti, Pizango ed altri, ma iniziando ad aprire verifiche giudiziali ed extra giudiziali, anche di tipo fiscale, sull'uso delle risorse e criminalizzando anche i finanziatori, soprattutto organismi della società civile europea, che a loro volta venivano intimiditi in varie forme, compreso il rischio di non poter più operare in Perù. Da qui l'intenzione di sciogliere Aidesep".

Ultimatum agli afghani dell'Ostiense - di Cinzia Gubbini


Fonte: Facebook

Le ruspe in azione, fermate proprio all’ultimo minuto, prima che buttassero giù le baracche che danno ospitalità ai profughi afghani di Ostiense. Ennesimo capitolo della “saga” dei ragazzi che vivono all’Air Terminal, tutti richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan, alcuni addirittura con il permesso di soggiorno già in tasca. Ma da anni abbandonati in precarie condizioni, senza che si riesca a trovare una soluzione. Questa mattina sono arrivate le ruspe. I proprietari del terreno su cui sorgeranno gli uffici del “Campidoglio 2” hanno sporto denuncia, perché i ragazzi (sono tutti giovanissimi, alcuni minorenni) da qualche tempo hanno costruito delle baracche con dei materiali di risulta. D’altronde altre soluzioni a impatto ambientale meno pesante (come le tende offerte dall’associazione Medici per i diritti umani) sono state buttate all’aria. Inevitabile che, prima o poi, la colonia di ragazzi cercasse una sistemazione più “stabile”. Ma la cosa è durata poco. “I lavori devono andare avanti”, hanno spiegato ieri i due rappresentanti del cantiere presenti sul posto. A difendere gli afghani e le loro baracche erano arrivati diversi attivisti e volontari, armati di macchine fotografiche e telecamere. Si è aperta una trattativa. Alla fine è stato pattuito che le ruspe torneranno tra dieci giorni. Sperando che in questo periodo l’amministrazione comunale trovi una qualche soluzione, almeno di emergenza. D’altronde il cantiere deve concludere i lavori. E le baracche non sono certo una risposta. Ieri i Medici per i diritti umani – che tutte le settimane assistono i ragazzi afghani con il loro camper della salute – hanno inviato una lettera al sindaco Gianni Alemanno, e all’assessore alle politiche sociali Sveva Belviso. Proprio con l’assessore, tra l’altro, qualche mese fa si era svolto un incontro pubblico sul tema, in cui le associazioni avevano avanzato la proposta di allestire presso la stazione un centro di accoglienza a bassa soglia. Ma da allora non è stato fatto alcun passo avanti. “Purtroppo, ad oggi, le misure adottate sono state eminentemente di ordine pubblico, cioè improvvise operazioni di sgombero realizzate dalle forze di pubblica sicurezza, con l’ausilio di mezzi meccanici – si legge nella lettera dell’associazione - Tali operazioni, disposte senza la programmazione di una soluzione alternativa né a corto né a lungo termine, hanno causato solamente la perdita dei pochi e preziosi effetti personali dei rifugiati come ad esempio le coperte utilizzate per proteggersi durante la notte, la documentazione sanitaria ed i medicinali in loro possesso. Vi sono inoltre episodi di giovani afgani multati perché colpevoli, secondo quanto da loro testimoniato, di stazionare nei pressi della stazione ferroviaria o di cercare l’accesso ai bagni pubblici della stazione Ostiense. Queste persone quindi non solo non possono usufruire di standard di accoglienza accettabili ma oltretutto vengono in qualche modo punite per il fatto di trovarsi, senza colpa, in queste difficili condizioni”. “Da mesi denunciamo la situazione, e invitiamo l’amministrazione a fare qualcosa”, ha detto il presidente dell’XI municipio Andrea Catarci “Oggi scoppia la bomba dell'emergenza mascherata da problema di ordine e sicurezza pubblica e, purtroppo, a farne le spese sono sempre i più deboli”. Anche Catarci ieri era presente durante il tentativo di sgombero: “Otto persone trovate senza documenti sono state portate al Commissariato per l'identificazione, dove hanno formalizzato la richiesta di protezione internazionale – racconta -Agli altri presenti, circa 80 persone, le forze dell'ordine hanno concesso una decina di giorni per abbandonare i luoghi. Ma per andare dove? Per diventare invisibili al perbenismo spargendosi silenziosamente per la città? Tutto ciò è inaccettabile. Chiediamo con forza alle Istituzioni di concedere a tutti i profughi afghani la protezione internazionale e un impegno immediato per un'adeguata soluzione socio abitativa alla loro vicenda. Propongo, di nuovo, di affidare in gestione temporanea, nelle more dell'attuazione del progetto Campidoglio 2, i locali inutilizzati dell'Air Terminal Ostiense alle Associazioni già operative negli aiuti umanitari, per poter potenziare l'attuale assistenza e, contemporaneamente, restituire alla cittadinanza quegli spazi che, ad oggi, sono impropriamente usati come ripari di fortuna”. Appello affinché “il comune metta in campo ogni tipo di supporto” anche da parte della consigliera regionale di Sinistra e Libertà Anna Pizzo, che ha annunciato una visita al “campo” dell’Air Terminal lunedì pomeriggio. Intanto, per i profughi afghani è scattato l’ultimatum. Dieci giorni di tempo per trovare una soluzione.

venerdì 23 ottobre 2009

Uranio impoverito e siccità, Le nuove tragedie dell'Iraq dimenticato


Fonte:
http://www.finanzainchiaro.it/dblog/articolo.asp?articolo=5736#

Recentemente l'Irin, l'agenzia stampa umanitaria dell'Onu, ha rilanciato l'allarme sui rischi per la salute che corre la popolazione irakena dopo tre guerre, un embargo ed un dopoguerra mai terminato ma che l'Italia sembra aver dimenticato dopo il ritiro delle nostre truppe (anche se in realtà ancora siamo presenti con circa 120 uomini impegnati in attività di di consulenza, formazione ed addestramento e cooperazione militare nel settore navale).

Secondo fonti ufficiali «I rifiuti prodotti dalle 3 ultime guerre in Iraq, - la guerra Iran-Iraq negli anni '80, la guerra del Golfo nel 1991 e l'invasione condotta dagli Stati Uniti nel 2003 - associate ad un'assenza di controlli governativi adeguati sulle emissioni e gli scarichi industriali, hanno trasformato l'Iraq in uno dei Paesi più contaminati del mondo».

Il ministro dell'ambiente irakeno, Narmin Othman, ammette che «Ci sono un certo numero di sfide ambientali in Iraq. Una tra queste è la contaminazione dell'acqua, dell'aria e del suolo causata principalmente dalle emissioni delle auto e dei generatori nelle zone sovrappopolate, l'utilizzo inappropriato di concimi chimici, i rifiuti prodotti dalla guerra e dai bombardamenti con uranio impoverito. Il mio ministero ha identificato veicoli militari e carri armati contaminati con dei materiali radioattivi durante le guerre del 1991 e del 2003, ma nessuna azione è stata intrapresa per sbarazzarsene. C'è anche una mancanza di sorveglianza del governo riguardo ai rifiuti sversati nei due principali fiumi del Paese, il Tigri e l'Eufrate. Questi rifiuti includono quelli dell'industria pesante, degli impianti conciari e delle tintorie, così come delle acque luride e dei rifiuti ospedalieri. Il livello di contaminazione aumenta in maniera significativa in Iraq».

Per invadere l'Iraq la coalizione dei "volenterosi" guidata dagli Usa ha utilizzato l'uranio impoverito come "penetrante" per mettere fuori uso i blindati iakeni e dopo le denunce (e le malattie) di numerosi veterani occidentali, anche italiani, una campagna mondiale chiede il divieto delle armi all'uranio impoverito. Ma il Dipartimento di Stato Usa nega che l'uranio impoverito costituisca una minaccia, ma poi controlla la salute dei soldati che hanno avuto contatti con proiettili all'uranio impoverito o blindati e installazioni colpiti durante i combattimenti. William Winkenwerder, segretario aggiunto per gli affari medici della difesa Usa, assicura che il livello di uranio impoverito rilevato dopo dei test «Non pone rischi conosciuti per la salute». Un'asserzione che cozza con quanto accertato da una sentenza di un tribunale britannico a settembre: l'esposizione all'uranio impoverito durante la guerra del golfo del 1991 è stata la causa probabile del cancro al colon che ha ucciso un veterano Stuart Dyson nel giugno 2008.

Nel 2005 uno studio del Programma Onu per l'ambiente (Unep) identificò in Iraq 311 siti contaminati da uranio impoverito e disse che la loro bonifica avrebbe richiesto molti anni. Il ministero della salute di Bagdad non è in grado di fornire dati sui casi di cancro che potrebbero essere legati all'inquinamento dei "rifiuti" prodotti dalle guerre ma Rahim Hani Nasih, un medico di Mussul che ha quotidianamente a che fare con l'aumento di casi di cancro, spiega all'Irin che «L'uranio impoverito è un metallo pesante, prodotto derivato dal processo di arricchimento dell'uranio. Può penetrare nel corpo umano per inalazione, mangiando del cibo contaminato, mangiando con le mani contaminate o esponendosi all'aperto a della polvere e dei rifiuti contaminati. Contamina anche il suolo e l'acqua e ricopre gli edifici di polvere radioattiva. I venti e le tempeste di sabbia disseminano la contaminazione , il che genera malattie, compreso il cancro».

Secondo Qusai Abdul-Latif Aboud, responsabile della direzione per il miglioramento della sanità (Ehd) della provincia di Bassora è convinto che «I rifiuti prodotti dalla guerra in Iraq sono diventati una delle principali cause di cancro, insieme al tabacco, alle emissioni di gas tossici e di altri tipi di inquinamento. All'inizio dell'anno, uno studio dell'Ehd ha notato che a Bassora, tra il 2001 e il 2008, erano stati registrati 340 casi di leucemia. C'erano stati 17 casi nel 988 e 93 casi nel 1997. Questo studio è basato unicamente sulla leucemia, perché i casi di questa malattia sono in nettissimo aumento a Bassora. Abbiamo anche trovato che il livello di uranio nel suolo di Bassora è schizzato dai 60-70 becquerel per chilogrammo di terra pro ima del 1991 a 10.000 becquerel per kg nel 2009. Dei livelli che arrivano fino a 36.205 becquerel per kg. sono registrati nelle zone contenenti scorie prodotte dalla guerra. L'Ehd conta sui media e I capi delle comunità per una maggiore sensibilizzazione per l'auto-protezione e sui metodi per evitare le zone contaminate».

Ma non c'è solo l'uranio impoverito: dopo il 2005 più di 1000 mila abitanti del nord dell'Iraq hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire alla sete. Secondo uno studio dell'Unesco «La siccità e il pompaggio eccessivo hanno impoverito gli acquiferi della regione, provocando un calo considerevole dei livelli dell'acqua dentro i karez (acquedotti sotterranei tradizionali in Iraq) dai quali dipendono centinaia di comunità. Questo studio è il primo a documentare gli effetti dell'attuale siccità su questi sistemi di adduzione che hanno assicurato da secoli il bisogno di acqua, potabile o destinata all'irrigazione, per migliaia di iracheni».

Secondo il rapporto «un solo karez può apportare acqua sufficiente a circa 9.000 persone ed irrigare oltre 200 ettari de terre agricole. In termini economici, questo equivale a 300 tonnellate di cereali supplementari e fino a 160.000 dollari di entrate prodotte agli attuali prezzi di mercato».

Prima le guerre, con la mancata manutenzione, e poi i cambiamenti climatici hanno prodotto un progressivo abbandono dei karez, conosciuti per la loro capacità di fornire acqua anche durante i periodi di siccità. Secondo l'Unesco dall'inizio della grande siccità irakena, che ormai dura da 4 anni, il 70% dei karez ancora in uso si sono seccati per il sovrasfruttamento delle falde idriche sotterranee causate dai moderni pozzi "a pompa". Solo 116 dei 683 karez del nord de l'Iraq forniscono ancora acqua. Il problema è che oggi pochissimi irakeni sono in grado di mantenere o riparare i Karez e così in intere zone sono rapidamente scomparse le coltivazioni irrigue, così comunità intere hanno così lasciato la loro terra alla ricerca d'acqua: dal 2005 ad oggi il calo della popolazione nelle aree colpite dalla siccità è in media del 70% e altre 36.000 persone potrebbero abbandonare l'area se la situazione non migliorerà rapidamente, visto che non sono in grado di acquistare l'acqua venduta dai camion cisterna.

L'Unesco ha identificato 50 comunità nelle quali riparare al più presto i karez, ma sottolinea che la dipendenza storica degli irakeni dalle falde idriche sotterranee fa del il declino dei karez e delle migrazioni che ne sono risultate «Un segnale dall'arme precoce che annuncia altri gravi problemi di approvvigionamento idrico nella regione» e che anche altre città e villaggi, che dipendono da risorse idriche naturali e dai pozzi, sono minacciati. ( Fonte: greenreport.it)

A lezione da Lula - di Gianni Minà


Fonte: Facebook

Tra Olimpiadi e mondiali il Brasile di Luiz Inacio da Silva celebra i successi di una politica progressista. Sorpresa la sinistra italiana, che ha spesso snobbato il presidente-operaio. E quella volta alla Festa dell'Unità...

In un'Italia dove è stato salutato come una conquista l'essersi aggiudicati la casereccia Expò di Milano nel 2015, una vittoria padana che ha il sapore del «vorrei ma non posso», ha sorpreso più che altrove la notizia che il Brasile, la nazione del Carnevale, dei calciatori costretti ad emigrare in occidente, dei bambini di strada e di un presidente ex tornitore della Volkswagen, si sia aggiudicata l'organizzazione dei mondiali di calcio nel 2014 e delle Olimpiadi nel 2016, battendo la candidatura della Chicago di Obama.

Questo annuncio ha fatto sensazione anche in parte di quella che fu la sinistra italiana, dimentica, evidentemente, che il Brasile è anche la patria, fra tanti, di Jorge Amado, di Oscar Niemeyer, architetto ormai centenario ma ancora lucido e creativo, e di poeti del samba e dell'impegno civile come sono stati Vinicius de Moraes, Tom Jobim o sono ancora Chico Buarque, Caetano Veloso e Gilberto Gil. A questa sinistra smemorata è sfuggito anche che il Brasile è il paese più grande e solido di un continente che, dai Forum di Porto Alegre in poi, sta guidando insieme al Venezuela di Chavez un'orgogliosa rinascita sociale, puntando sulla riappropriazione delle risorse nazionali ma anche su diritti civili e umani attualmente in discussione invece nella vecchia Europa. Certo, lo scenario è sempre quello del capitalismo, ma cercando di imporre dei limiti alla finanza predatrice, a quell'ideologia neoliberale che in certi momenti, in occidente, è diventata una fede.

In Brasile l'artefice di questo cambiamento è da sette anni Lula Ignacio da Silva, settimo di otto figli di una donna abbandonata dal marito che lasciò Bahia per San Paolo, dove c'era più lavoro. Una storia che dice come in America latina oggi è possibile restituire diritti negati fino a ieri a una umanità negletta. Eppure questo presidente proletario, sconfitto tre volte prima di farcela per due mandati di seguito, era visto quasi con sarcasmo da quella sinistra presuntuosa e riformista che, nel nostro paese, non ha mai riformato niente.

Nel 2000, ad una festa dell'Unità di Modena, dove Lula era venuto con il teologo della liberazione Frei Betto e con lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano ad accompagnare il Nobel per la pace Rigoberta Menchù per il lancio in Italia del libro sul genocidio dei maya in Guatemala negli anni '80, nessuno del vertice dei Democratici di Sinistra venne a salutarlo. La festa si era divisa esattamente in due parti: millecinquecento persone per la denuncia del penultimo genocidio del secolo (l'ultimo è stato in Ruanda), che inchiodava anche le responsabilità del governo degli Stati uniti, e millecinquecento per il faccia a faccia Vitali-Guazzaloca, dopo che quest'ultimo aveva costretto alla disfatta la sinistra a Bologna. I maggiorenti del partito avevano scelto questo spettacolo di puro autolesionismo, considerando Lula un perdente. Il ragazzo con piercing e orecchino che ci aveva accolto allo «spazio giovani» si era fatto in quattro per rimediare alla gaffe e ci aveva perfino offerto, a mezzanotte, una cena in uno dei ristoranti della festa.

Due mesi dopo, per la riunione a Firenze dei partiti socialdemocratici, organizzata dagli allora Democratici di sinistra, D'Alema aveva invitato Fernando Henrique Cardoso, ex sociologo della sinistra diventato il leader del centrodestra brasiliano (cioè anche dei latifondisti e delle loro guardie bianche che assassinavano sindacalisti, sem terra o gli estrattori di caucciù) ma non Lula, da quasi vent'anni leader di 50 milioni di brasiliani che votano progressista. Non fu una scelta lungimirante, come tante dei Ds prima di confluire nel Partito Democratico.

Se quello che rimane della sinistra italiana fosse capace di vincere la sua invincibile presunzione, dovrebbe riflettere sui due mandati presidenziali del brasiliano Lula che non hanno solo segnato per la prima volta l'affermazione in Brasile di un governo e di una politica di progresso, ma hanno portato anche la nazione delle favelas ad essere nuovamente una potenza continentale, riuscendo nello stesso tempo a raggiungere conquiste sociali e civili impensabili solo trent'anni fa, ai tempi della dittatura militare e del feroce Plan Condor. Aggiudicarsi l'organizzazione dei mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016, in un mondo che vive di eventi grazie ai quali si scommette sulla modernizzazione di un paese, è infatti segno di grande credibilità politica, economica e culturale.

Il Brasile dell'ex sindacalista Lula e il continente latinoamericano, con le sue conquiste sociali e democratiche di questi ultimi anni, sono un esempio di come si possa evitare di rimanere fino in fondo prigionieri della logica dell'economia neoliberale, delle politiche di aggiustamento strutturale e del debito estero care al Fondo monetario, alla Banca mondiale e all'egoismo di molte multinazionali.

Le scelte di Lula, condizionate spesso dai numeri che gli mancavano in parlamento o al senato o dall'arroganza di una confindustria poderosa e spesso giurassica, non sono sempre state coerenti, fino a rinviare per ora il suo sogno più importante: la riforma agraria. Ma aver varato con successo un piano come Fame zero, che ha assicurato la possibilità di alimentarsi tre volte al giorno a 60 milioni di cittadini, o aver finalmente rimesso in moto una giustizia che, per esempio, sulle repressioni dei terratenientes sulla pelle dei contadini nemmeno indagava, non sono meriti da poco. Così come aver avuto la lungimiranza di trovare una sintonia non facile con il Venezuela di Chavez, altro protagonista del riscatto latinoamericano che ha portato all'allargamento del Mercosur, alla nascita di realtà come il Banco del Sur, Telesur e a una solidale politica energetica comune, in favore delle nazioni più povere del continente. E lo stesso si può dire della politica di apertura verso l'Africa, dove Lula è andato una decina di volte stringendo accordi economici generosi per quei paesi.

Ma buona parte della nostra sinistra di tutto questo non si è accorta, mentre si decomponeva non ha rinunciato alla sua superbia, perdendo di vista perfino il fatto che il Brasile, nell'anno della crisi mondiale, ha sfiorato la recessione solo nel primo quadrimestre del 2009, uscendone nel terzo quadrimestre con la creazione di 250mila nuovi posti di lavoro, che diventeranno entro la fine dell'anno più di un milione. Inoltre grazie alla redistribuzione del reddito, 19 milioni di persone (il 10% dei cittadini) sono usciti dalla povertà e nel 2008 il reddito della classe medio-bassa è aumentato del 213%, mentre quello della classe media è salito del 45%.

Nel 2010 il Brasile che ha raggiunto l'autonomia energetica grazie alla scoperta di nuovi giacimenti di petrolio lungo le sue coste, avrà un più 5% di Pil e quando arriverà la stagione delle Olimpiadi sarà la quinta potenza economica del mondo.

Forse questo Lula a Firenze andava invitato. Forse la sua capacità di navigazione e di riscatto, in un continente che era il «cortile di casa» degli Usa, andava apprezzata.

Quando, qualche anno fa, l'Internazionale socialista si riunì a San Paolo del Brasile, in un continente reduce da tutti i soprusi dell'economia neoliberale, Fassino a nome dei nostri Ds chiese subito di poter fare un documento contro Cuba. Lula, presidente del paese ospitante, intervenne personalmente: «Non se ne parla nemmeno. Senza la resistenza di Cuba - disse - il riscatto attuale dell'America latina non sarebbe stato possibile». E alla fine del 2008, dopo alcune critiche mosse da Fidel per la sua scelta di intensificare l'estrazione dell'etanolo della canna come combustibile, fece tappa all'Avana con i ministri più rappresentativi del suo governo per andarne a parlare con Castro.

Lula evidentemente non è estremo come Chavez, ma come si governa con un'idea di sinistra lo sa perfettamente, pur non avendo studiato marxismo alla scuola di partito delle Frattocchie, ma essendosi formato secondo l'insegnamento del pedagogo cattolico Paulo Freire.

g.mina@giannimina.it

I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia piu' dura, di Giulietto Chiesa


Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/20786/48/

Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.

Il “Nord Stream”, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».

Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.

Il tutto va preso, come si suol dire, con le pinze, perché l'Ucraina fornisce dati del tutto diversi. Ma resta il fatto che Mosca non aveva alternative: i gasdotti e gli oleodotti costruiti durante l'era sovietica passavano su territorio sovietico, e su quello dei paesi amici del Patto di Varsavia. Una volta crollato il sistema chi ricevette in dono dal destino la rendita di posizione costituita da quelle tubature ha potuto giocare le sue carte: o paghi di più o non passi. Ovvero: o mi dai una parte del prodotto a prezzo ridotto o non passi. In ogni caso mi prendo qualche cosa dai tubi. E se protesti io chiudo i rubinetti e ti accuso, di fronte all'Europa, di volerci ricattare per ragioni politiche, di volerci mettere tutti a secco, al freddo e in crisi industriale, di voler imporre la tua sfera d'influenza perduta con la sconfitta nella guerra fredda.

Finché si trattava di paesi amici, controllati o controllabili, Mosca ha abbozzato, improvvisando accordi che reggevano malamente, ma reggevano. Comunque passando di crisi in crisi: circa un centinaio in quindici anni, di varia entità e gravità, variamente ridipinte dalle parti con colori politici, ma con un unico denominatore comune: pagare meno.

Con la Bielorussia di Lukashenko, per esempio , salvo qualche momento difficile, ha funzionato. Anche perchè Lukashenko ha avuto pessimi rapporti con l'Occidente e all'orizzonte resta l'ipotesi di una riunificazione Russia-Bielorussia..

Ma con l'Ucraina di Jushenko (la Julia Timoshenko ha cambiato alleanze e ora pare che stia con Mosca) il discorso è divenuto insostenibile. La “rivoluzione arancione” ha messo Kiev sotto la protezione di Washington e di Bruxelles e in rotta di adesione all'Unione Europea e di ingresso nella Nato. Cioè in rotta di collisione con Mosca. Che senso avrebbe avuto, per Mosca, continuare a fare regali per accattivarsene un'amicizia ormai impossibile?

E anche in Europa non tutti erano e sono disposti a subire il ricatto ucraino. Troppo esplicito e anche pericoloso. Perché Mosca non intende essere perdente. Quindi, se il gas non passa attraverso l'Ucraina , allora i rubinetti li chiude la Russia alla fonte. Con il risultato che non solo Kiev non riceve niente e rimane sola con il suo ricatto, ma anche l'Europa non riceve niente. La Russia ci perde, in termini di minori introiti, ma l'Europa intera rimane senza un quarto dell'energia che le serve. E domani sarà ancora peggio, secondo tutte le previsioni.

Con la prospettiva molto realistica che Mosca trovi – anzi l'ha già trovato – un compratore assetato di energia, e in grado di assorbire tutto il flusso che adesso va a ovest. Si tratta della Cina. E già altri tubi si spingono a est. Ci vorrà qualche anno, ma a questo si giungerà inesorabilmente. La sete cinese è immensa.

Così Putin ha trovato orecchie e tasche sensibili, visto che il “Nord Stream” costa oltre 10 miliardi di euro. In Germania prima di tutto. L'ex cancelliere Gerhard Schroeder in testa, divenuto il CEO del progetto. Ma anche la Merkel ha abbozzato, con dietro le industrie tedesche. E adesso Sarkozy si accoda veloce.

Se poi ci metti il “South Stream”, in alternativa al “Nabucco”, per portare il gas, sotto il Mar Nero, in Bulgaria, nei Balcani, in Grecia, in Italia (e qui Putin ha trovato l'entusiastico appoggio di Berlusconi, cioè dell'Eni, e di nuovo, di Sarkozy, ecco che si delinea una situazione in cui Mosca può fornire il suo gas (e quello che contratterà con le ex repubbliche sorelle dell'Asia Centrale) agli Europei, senza sottostare ad alcun filtro.

Ovvio che questo significherà una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra Russia e Europa.

Ma questo non piace a Washington. Ecco perché si è alzata la voce del vecchio Zbignew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter: attenzione che Mosca vuole «isolare l'Europa dell'est dall'Europa Occidentale». Segue il coro delle proteste di tutti gli “sventurati” che restano a bocca asciutta.

Urmas Paet, ministro degli esteri estone, lamenta che i paesi baltici saranno “ignorati”. In aprile 23 ex capi di stato e di governo, capeggiati da Vaclav Havel e Lech Walesa, denunciano il tentativo di Mosca di voler ««ristabilire sfere d'influenza». La tesi è una sola: l'operazione è una minaccia rivolta contro l'Europa orientale, che diventerebbe “ricattabile” e resterebbe priva di energia.

Ma è poi vero che Bruxelles non potrebbe redistribuire, secondo criteri di mercato, il gas che comunque arriverà in abbondanza da Mosca? Non si vede come la Russia potrebbe condizionare la distribuzione europea del suo gas, una volta che esso sia giunto nei terminali del “Nord Stream” e del “South Stream”.

Il ministro degli esteri polacco, Radosław Sikorski paragona il “Nord Stream” addirittura al patto Molotov – Ribbentrop.

Questi gasdotti non s'hanno da fare. Al loro posto Washington e il coro dei suoi alleati europei preferiscono il “Nabucco”, che ha il vantaggio di bypassare completamente Mosca per andare a trovare i venditori in Turkmenistan, Kazakhstan, passando ovviamente per la Georgia e la Turchia. Operazione perfetta, se non fosse che Putin e Medvedev hanno già messo a segno la loro contromossa, e hanno alleati molto potenti, per non dire decisivi, in Europa.

Succederà di sicuro qualche cosa di grosso, nei prossimi mesi. Se Putin, Berlusconi e Gerhard Schröder hanno deciso di vedersi en privé a San Pietroburgo, proprio adesso, è perché si preparano a sostenere un'offensiva potente.

mercoledì 21 ottobre 2009

Sephardic proverbs by Michael Castro


Fonte: http://www.esefarad.com/?p=4956

Introduction

Proverbs are folk poetry. They express a people’s collective wisdom, values, outlook, and spirit; and they do it with a turn of phrase that reveals truth gracefully and memorably — and, frequently, with humor. Unlike a written literature, proverbs are known by everyone—literate and illiterate, young and old–passed on as situations demand them by family, friends, business associates, and acquaintances.

Proverbs connect people, shape attitudes with acquired wisdom, distilled through the ages. Their familiarity, the “deja-vu“ they genetically project, breeds solidarity. For Sephardic Jews, scattered in insular communities throughout the Ottoman Empire, North Africa, and Europe, after the century of persecution and Inquisition that culminated in their expulsion from Spain or Sepharad in 1492, proverbs were an important means of passing on and reinforcing values and identity. They articulated the unwritten laws of how to be and how to see, and represented the distilled wit and wisdom of Ladino, or Judezmo, the medieval Spanish with a dash of Turkish, Hebrew and other influences, spoken as the main language in Sephardic communities throughout the world until the devastation of the Holocaust.

Ladino and its proverbs set the Sephardim off from their Turkish, Moroccan, Greek or other neighbors, as well as from Ashkenazic Jews. It reinforced their already clannish tendencies. (Archaeological finds in Spain suggest that the Iberian Jews maintained their own communities there from the time when Sepharad was on the frontier of the Roman empire, and through the successive periods of Visigothic, Muslim, and Christian rule.) At the same time Ladino and its proverbs reinforced links between Sephardic communities, peppering the conversations and negotiations along the international Sephardic trade networks throughout the Mediterranean region. And while Ladino reinforced Sephardic clannishness, its proverbs typically expressed a worldliness and cosmopolitan outlook. As the proverb says:

Quien no tiene su casa, es vecino de todo el mundo.
He who has no home is neighbor to all the world.

Spanish is an elegant and expressive language. Its inner dynamic encourages expansiveness and floridity. Spanish literature, from Cervantes to Garcia Marquez (with the recent notable exception of Borges) has been characterized by the prolix. The proverb, on the other hand, turns on spareness and concision. Sephardic proverbs are particularly notable for their music, wordplay, and wit:

El que corre, se cae.
He who runs, falls.

Quien no risica, no rosica.
Whoever doesn’t laugh, doesn’t bloom.

Along with concision, parallelism and rhyme are other qualities commonly found in proverbs making the saying easy to imprint on memory. Note, for instance, the parallel structure of,

Si Mose morio, adonay quedo.
Moses may be dead, but God endures.

or the rhyme of,

Aboltar cazal, aboltar mazal.
A change of scene, a change of fortune.

While the meanings of many of the proverbs are universal, some almost identical to those found in other cultures, others express viewpoints more specific to the experience of Sephardic Jews as a subjugated and often persecuted minority,

Si los anios calleron, los dedos quedaron.
If the rings fell off, at least the fingers stayed.

and the profound wound of diaspora and exile,

Quien no sabe de mar, no sabe de mal.
He who knows nothing of the sea, knows nothing of suffering.

Sephardic proverbs speak with an ancient authority of the collective consciousness. Their particular perspectives subtly remind Sephardim, whether they come from communities in Greece, Turkey, the Middle East,Africa, Asia, Europe, North or South America, of their identity. Their beauty, grace and worldly wisdom evoke a proud heritage in Spain and its golden age of poetry and philosophy.

These proverbs have been gathered over the years from published sources and from relatives. I have organized them into groupings that presented themselves in developing the collection: Family, Self- Reliance, How to Do It and View It, The Value of Keeping Your Mouth Shut, Worldly Wisdom, Human Nature, and God and Mysticism. I am hopeful that these categories will suggest the scope of the proverbs’ concerns, and that they will also suggest some of the emphases most important to the Sephardim, reflecting to some degree both their outlook and their history. I am particularly indebted to Moshe Lazar’s The Sephardic Tradition: Ladino and Spanish-Jewish Literature, texts translated by David Herman (New York, W.W. Norton & Co. 1972); to David Ramey’s collection from the Seattle Sephardic Community, published as “The Ubiquitous Sephardic Proverb,” in The Sephardic Scholar: Studies in Sepahrdic Culture (The David M. Barocas Volume)“ (New York, Hermon Press, 1980). I am also indebted to my father, Joseph Castro, born in Salonica in 1905, who occasionally came out with a proverb in conversation; and to my cousin Rebecca Camhi Fromer, who allowed me to draw on her own collection of proverbs derived from family and friends, and who is a constant source of information and inspiration in these and other matters.

Michael Castro
St. Louis, 2008

——————————————————————————–
SEPHARDIC PROVERBS
——————————————————————————–

FAMILY

Casa mia, nido mio.
My home, my nest.

Quien hijo cria, ora hila.
To beget a son is to spin gold.

Quien no tiene hija, no tiene amiga.
To not have a daughter is to not have a friend.

Hija de casar, nave de encargar.
Daughter to marry, boat to equip.

De vez que vengo lleno, so marido bueno.
When I come fully, I am a good husband.
——————————————————————————–

SELF-RELIANCE

Arremediate con lo tuyo y no demandes de dingunos.
Get by with what you have, & ask nothing from no one.

Dexame entrar, me hazere luar.
Just let me in, & I’ll make my own space.

Paga lo que debes, saves lo que tienes.
Pay what you owe; know what you have.

Esperar de otros officio de locos.
To rely on others is to be a fool.
(Waiting on others is crazy.)

Freite en la aciete, y no demandes de la gente.
Fry in oil before you beg.

Ayudate, te aydare.
Help yourself, I will pity you.

Haz cuando puedes, y no cuando queres.
Do something when you are able, not when you want to.

Mejor solo que al acompanado.
Better to be alone than with bad company.

A lo que lo echa la persona, al lo que li sale.
Whatever one says of another is true of oneself.

Cualo es la hermoza, la que te plaza a ti.
What is beauty–that which is pleasing to you.
——————————————————————————–

OPEN-HEARTEDNESS

Buen corason haze buen caracter.
A good heart makes for good character.

Non mi mires la color, mirami la savor.
Don’t judge me by my color, judge me by my flavor.

Onde iras, amigos toparas.
Wherever you go, may you find friends.

Haz bien, y no mires con quien.
Do good, & don’t care about with whom.

Quien no sabe de mar, no sabe de mal.
He who knows nothing of the sea, knows nothing of suffering.

No me llores por ser prove, sino por ser solo.
Weep not for my poverty, rather for my loneliness.

Quien no tiene su casa, es vecino de todo el mundo.
He who has no home is neighbor to the entire world.
——————————————————————————

HOW TO DO IT AND VIEW IT

Cuando avre la boca se conoce lo que es.
When one opens his mouth, he reveals who he is.

Cien mezura y una corta.
Measure one hundred and cut one.

El que corre se caye.
He who runs falls.

Quien mas hace, mas vale.
Whoever does much is worth much.

Obras son amores.
Works are loves.

Grano a grano, inche la gallina el papo.
Grain by grain, the chicken fills its intestines.

Mas vale ser coda al leon, que cabezera al raton.
It’s better to be the tail of a lion than the head of a rat.

Hazer y non agradecer.
Do, but don’t brag.

Vivir dias, ver miravillas.
To live days is to see marvels.
——————————————————————————

SURVIVAL AMIDST A POWER THAT BE

Culebra que no mir morde, que viva mil anos.
The snake that doesn’t bite me, may it live a thousand years.

Faste a amigo con el huerco, hasta que pases el ponte.
Befriend the hangman until you are over the bridge.

Ningun encarcelado, se puede descarcelar.
No one is a prisoner, if he can escape.

Aboltar cazal, aboltar mazal.
A change of scene, a change of fortune.

Si ten dan, toma: si te ajahvan, fue.
If they give you, take; if they hit you, run.

Si los anios calleron, los dedos quedaron.
If the rings fell off, at least the fingers stayed.

Cominos macarones, alambicos corazones.
We ate macaroni, & licked our hearts.

Codrerico es, va se asara.
He’s a lamb, & he will fry.

Boca dulce abre puertas de hierro.
Kind words open iron gates.

Quien se comio el queso? los ratones.
Who ate the cheese? The rats.

Quien muncho se aboca, el culo se le vee.
He who bows down too low exposes his ass.

Si no hay demandador, no hay respondedor.
If no one asks, no one answers.

Boca que dixo no, dize si.
The mouth that said no, says yes.

Leon que esta dormiendo, no le espiertas.
A sleeping lion shouldn’t be awakened.

El rey fa hasta donde puede, y no hasta donde quere.
The king goes as far as he can, & not as far as he wishes.
——————————————————————————

THE VALUE OF KEEPING YOUR MOUTH SHUT

Quien si serra la boca, moscas no entra.
A closed mouth, flies cannot enter.

El havlar poco es oro, lo muncho es lodo.
Little talk is gold, much talk is mud.

Si el callar es oro, el hablar es lodo.
If silence is golden, speech is muddy.

Asno callado, por sabio cantado.
A silent jackass is counted among the wise.

Haragan y consejero.
Lazy and wordy.

Al entendedor, un punto.
To one who understands, a single word suffices.
——————————————————————————

WORLDLY WISDOM

Quien con perros se acuesta con pulgas se levanta.
He who beds down with a dog gets up with fleas.

Como hay dar, hay saludar.
As one gives, so he is received.

Del loco y el nino se sabe la verdad.
Truth is found in the mouths of babes & fools.

Lo que no acontece en un mundo, acontece en un punto.
What the world thinks impossible can happens in a moment.

De boca a boca va fin a Roma.
From mouth to mouth & on to Rome.

Mira la madre, tome la hija.
Look at the mother before you take the daughter.

Quien camina por el sol save la savor de la sombra.
Whoever walks in the sun knows the pleasure of shade.

Quien esta para los bexos deve de estar para los pedos.
Whoever accepts the kisses must also accept the kicks.

En la ciuda de ciegos, beato quien teine un ojo.
In the city of the blind, the one-eyed man is king.

El mal viene a quintales, se va a miticales.
Trouble comes in gallons & goes in droplets.

Quien mucho pensa, no se la fada Yersalaim.
Whoever thinks too much will never reach Jerusalem.

Rey sin gente no vale niente.
A king without a people is worthless.

Poco oir, poco hablar, poco mal tener.
Hear little, speak little, suffer little.

Unos tienen las hechas, otras la fama.
Some have their deeds, others their reputations.

Cuando mucho escuresce, es para amenescer.
Dawn breaks when it is darkest.

El que te hace riir, te quiere ver llorar.
He who makes you laugh wants to see you cry.

Quien cae, consiente.
Whoever falls, feels.

Quien no tiene miyoyo, qui tenga pies.
He who has no brain, must have feet.

Dueda, buen dia no espera.
Debts can’t wait for better times.

Quien se prestado se vestio, en medio de la calle se quito.
He who dresses on credit, is undressed in public.

No se espalden los pies mas de las colcha.
Don’t spread your feet further than your blanket.

Pan y queso y dos candelas.
Bread & cheese & two candles.

Quien vende el sol, merca la candela.
Whoever sells the sun buys a candle.

Cada subida tiene su abajada.
Every rise has its fall.

Pepino sin sal se da savor es la tena de Bajor.
Cucumber without salt tastes like the skin rash of Walt.

El comer y el arrazca hay que al empazar.
Eating and scratching must have a start.

El trabajo paga las devdas.
Work pays off debts.
——————————————————————————

HUMAN NATURE

El farto no cree al fambrento.
The well-fed doesn’t believe the starving.

Guay! cuando el amares favla leshon hakodesh.
Beware when the ignoramus starts quoting scripture.

Cuando ganeden esta acerrado, guehinam esta siempre abierto.
While the Garden of Eden may be closed, Hell is always open.

El hombre es mas sano del fierro mas nezik del vidro.
A man is stronger than iron and more fragile than glass.

Poco tura la alegria en la casa del cumargi.
Happiness is shortlived in the house of a gambler.

El gamello non mira a su corcova.
A camel doesn’t see his own hump.

Ande va la piedra, en el ojo de la ciega.
Where do they throw rocks, but in the eyes of the blind.

Cada gallo canta en su gallinero.
Every rooster sings in his own chicken coop.

Cuando te llaman azno mira si tienes cola.
When they call you a jackass, make sure you don’t have a tail.

Quien de todos es amigo, es muy pobre, o muy rico.
Whoever is everyone’s friend is either very poor or very rich.

Quien barbas vee, barbas honra.
He who sees beards, honors beards.

En la guerra no se esparten confites.
No one gives out candy during a war.

Un buen pleito trae una buen paz.
A good fight yields a good peace.

Quien da en primero, da con miedo.
Whoever gives first, gives with fear.

Quien no risica, no rosica.
Whoever doesn’t laugh, doesn’t bloom.

Tanto mi lo quero, que no mi lo cree.
So much is my need, I can’t believe my greed.

El mal castigado, sabe bien castigar.
He who has been severely punished knows how to punish severely.

El palo en verde se enderecha.
A green tree can straighten itself out.

Grande i chica talamo quere.
The great & the small all want a marriage bed.

Cuando el gato se va de casa, ballan los ratones.
When the cat leaves the house, the rats dance.

Quien quiere ser servidor, es mal sufrido.
The person who desires to serve suffers the most.

En la boca tengo un grillo, qui me dice: dilo, dilo!
I have a cricket in my mouth that says: “Tell him! Tell him!”

Llagas untadas duelen ma no tanto.
Honorable wounds hurt, but not much.

Ninguno sabe loque me alma consiente.
No one knows what my heart feels.

Quien quere a la rosa, no mira al espino.
Desiring the rose, one overlooks the thorns.

Cuanto mas tienes, mas quieres.
The more you have the more you want.

El haragan es consejero.
The lazy one is the advisor.
——————————————————————————

GOD & MYSTICISM

Si no viene la hora del dios, no cae la oja del arbol.
Without God’s decree, not a leaf falls from the tree.

Si Mose morio, adonay quedo.
Moses may be dead, but God endures.

El Dio es tadrozomas no es olvidadozo.
God may act slowly, but He never forgets.

Al haragan el dios le ayuda.
God helps the lazy.

Al xefoj se senten las bozes.
When the last prayer is said & done, you finally hear the voices.

Quien al cielo escupe, en la cara la cae.
Whoever spits at the heavens, hits himself in the face.

En el escuro es todo uno.
In the darkness, all is one.

Pasa punto. pasa mundo.
A moment passes, a world passes.

El dios da la llago, y el da la medicina.
God inflicts the wound & provides the medicine.

El dios tiene cargo, y de de la horfigo del campo.
God even takes care of the ant in the field.

Yo soy una rosa: Presente y pasado del pueblo judío en Bosnia


Fonte: http://www.esefarad.com/?p=5884

STEPHEN SCHWARTZ

Traducción de Rubén Gallo

Antes de la segunda guerra mundial, Bosnia contaba con una comunidad judía de entre doce y quince mil personas. En Sarajevo vivían siete mil sefardim o judíos ibéricos que hablaban judeo-español o “ladino”, como se lo llama comúnmente, y mil quinientos ashkenazim, o judíos gemánicos Al menos ocho mil de ellos murieron entre 1941 y 1944. En Sarajevo, una lápida conmemorativa que recuerda a nueve mil víctimas de Hitler contiene siete mil quinientos nombres judíos de entre los cuales trescientos cuarenta fueron soldados.

Las dos sinagogas de Sarajevo coexisten cerca de algunas de las setenta y dos mezquitas que hay en la ciudad. Estos números reflejan las proporciones de la comunidad musulmana, que constituye entre el 40 y el 45 por ciento de la población de Bosnia y Herzegovina (entre 30 y 35 por ciento son serbios ortodoxos y entre 15 y 20 por ciento son croatas católicos). La sinagoga ashkenazi fue construida a principios de siglo durante la dominación austriaca.

No muy lejos está la mezquita imperial, construida en 1566 por órdenes de Suleimán el Magnífico. La vieja sinagoga sefardí se yergue bajo la sombra de la mezquita Husrev-Bey, que data de 1531 y es la más grande de Yugoslavia.

Los recintos de la sinagoga y la mezquita forman parte de la plaza principal de estilo oriental, o bashcharshia, que está a cinco minutos del puente sobre el cual un estudiante serbio, Gavrilo Princip, hizo los disparos que desencadenaron la primera guerra mundial.

Los musulmanes de Bosnia han tenido pocos vínculos con el mundo árabe. Etnicamente pertenecen a los eslavos; son descendientes de burgueses bosnios que, para mantener el derecho a sus tierras, participaron en conversiones masivas después de la conquista de la región por los turcos. Muy pocos turcos reales se asentaron en esta región. Los musulmanes bosnios hablan serbocroata -tal vez el único ejemplo real de esa construcción linguística cuya autenticidad niegan cada vez más los mismos serbios y croatas. Los musulmanes bosnios, salvo en momentos excepcionales, han mantenido buenas relaciones con los judíos y reflejan la estrategia del imperio otomano que fomentó activamente la inmigración judía.

En Yugoslavia se encuentra la comunidad musulmana más grande de Europa, cuyos números ascienden a cinco millones e incluyen a dos y medio millones de Bosnios y a dos y medio millones de albaneses. Se debe hacer hincapié en la condición de estas personas como musulmanes europeos. Los ciudadanos islámicos de Bosnia y de las provincias de habla albanesa tienen profunda conciencia de su posición como elementos olvidados en el panorama europeo y parecen ansiosos por integrarse al resto de Europa de una manera moderna, plural y democrática.

“Europa” y “democracia” fueron las dos palabras que figuraron con más prominencia en las campañas electorales de los políticos musulmanes en Bosnia y Herzegovina durante las primeras elecciones no amañadas (aunque comunalistas) de 1990. Existe el fundamentalismo pero sin las expresiones políticas que se conocen en otras partes. Los sentimientos antisemitas son tan poco comunes como el velo en las mujeres, que es casi desconocido.

Si los musulmanes yugoslavos se desconocen en Europa, en Bosnia los judíos son una leyenda que está desapareciendo. En Sarajevo, la comunidad judía, antes de la guerra presente, tenía registradas a mil doscientas personas, aunque puede haber al menos mil más que no se han afiliado a la comunidad o que sólo se identifican como “yugoslavos” en las encuestas de los censos. Ivica Ceresnjes, arquitecto y presidente de la comunidad, me dijo que se mantiene la tradición de coexistencia entre judíos y musulmanes que existía antes de 1940. Según algunos judíos, las relaciones entre judíos y musulmanes son mejores que aquellas entre judíos y croatas o entre musulmanes y serbios.

Pero el verdadero judaísmo religioso ha sido prácticamente olvidado entre aquellos que se consideran judíos en Sarajevo. La función de la sinagoga sefardí como museo nos dice mucho. Lo mismo ha pasado con la sinagoga sefardí de Dubrovnik, aunque en toda Bosnia perduraban vestigios del esplendor ladino de tiempos pasados en forma de libros, canciones, y otros textos en judeo-español. Estas reliquias han sido preservadas por los viejos y por algunos jóvenes, y son conocidas y recordadas por todos, incluyendo a musulmanes y a cristianos bosnios. A pesar de las amenidades ofrecidas por el centro comunitario judío de Sarajevo, ni siquiera existen suficientes judíos religiosos con buena salud para mantener la sinagoga ashkenazi en uso todos los shabbos (ndr Shabat). En contraste, en Zagreb, la capital croata, un solo minyan deambula por la nueva cámara de oración en el centro comunitario de esa ciudad. En Sarajevo, las dificultades que los judíos religiosos encuentran al observar el shabbos se complican con el clima extremadamente frío, que obliga a los ancianos a quedarse en sus casas. La gran sinagoga ashkenazi se utiliza solamente durante las celebraciones de Yom Kippur y Rosh Hashanah.

Sin embargo, el deterioro de la vida religiosa judía en Yugoslavia no se debe tan sólo al frío. A pesar de la imagen que proyectaba el país durante la época de Tito como una isla de liberalismo “socialista”, el antiguo régimen fue comunista y totalitario en lo relacionado con sus ciudadanos. Aún así, la iglesia católica libró un exitoso kulturkampf contra el ateísmo oficial, sobre todo en Croacia, y los musulmanes pudieron continuar sus prácticas religiosas casi sin restricciones. En cambio, la vida ritual judía, así como las actividades de la iglesia Ortodoxa serbia, sufrieron graves pérdidas en los corazones de aquellos que pudieron haber sido creyentes.

Una y otra vez en Sarajevo, en Zagreb, y en otras partes, he oído decir a jóvenes judíos que sus comunidades necesitaban tan sólo dos cosas: independencia del gobierno nacional, que había utilizado a las comunidades locales como vehículos de adoctrinamiento político, y una yeshiua (escuela rabínica) para producir rabinos. Una y otra vez he escuchado las palabras tristes de aquellos que trataron de convertirse en judíos practicantes a través de las comunidades oficialesy no recibieron formación religiosa ni orientación alguna. Estos problemas persisten y podrían acarrear dificultades para el futuro.

Sarajevo toma su nombre de la palabra “Saraj” (como en “sarrallo”) que en los lenguajes de Asia Central significa originalmente “corte”, aunque nunca existía corte en Sarajevo, porque en garantía de los derechos bosnios el visir provincial turco siempre tenía que residir en Travnik, con su acceso a Sarajevo limitado a una sola noche de visita. Pero también la palabra tiene el significado de campo o centro de comercio. Originalmente la ciudad se llamaba “Sarajevo Polje”, el Mercado de los Campos. Su apodo sigue siendo “Saraj”. ¿Cómo fue la ciudad judía de “Saraj” antes de Hitler? Un paseo por la sinagoga vieja, con sus exposiciones históricas, puede resultar conmovedor. Los apellidos revelan las duras travesías desde España y las escalas en Italia, Grecia y Bulgaria: Pardo, Pinto, Toledano, Capon, con hijas llamadas Bella, Blanca, Joya, Justa, Flora, Luna, Perla, Rosa, Estrella, Soledad.

El primer grupo sefardim llegó a Dubrovnik -que entonces se conocía como Ragusa- directamente desde España entre 1502 y 1504, cuando, según un experto, Venecia, la ciudad benefactora de Ragusa, había bloqueado el comercio turco. La comunidad judía de Dubrovnik data originalmente de 1352 y obtuvo reconocimiento legal en 1407. En el norte, en la ciudad dálmata de Split (Spalato), el cementerio judío incluye nombres de varios sefardim ilustres, incluyendo al editor y político Vid Morpurgo y a Daniel Rodríguez, el arquitecto del edificio de aduanas de la ciudad. Durante la guerra turco-veneciana de 1657, tantos sefardim participaron en la defensa del castillo de St. Rajnerij, que el lugar se convirtió en “el castillo de los judíos”, apodo que se sigue utilizando hoy.

En Dubrovnik varios sefardim se convirtieron en oficiales consulares distinguidos o diplomáticos, incluyendo a Isaac Trinco (1524), Angelo Samuel (1541), Jacob Caduto(1557), Samuel Ergaz (1585), Daniel Caduto (1612), y Zakariah Gracián (1627). El historiador de Dubrovnik Serafin Crijevic escribió las biografías de Shlomo Oef y de Cohen Lunel. Tal vez los más famosos personajes sefarditas de Dubrovnik fueron Joáo Rodrigues, conocido como Johanes Amatus Lusitanus, físico de habla portuguesa que vivió a mediados del siglo dieciséis y fue autor de importantes tratados médicos, e Isaiah Cohen, conocido como Didacus Pyrrhus, escritor y latinista.

Hacia mediados del siglo dieciséis, había diez familias sefarditas residentes en Sarajevo. En 1581, el gran visir turco Syavush Pasha ordenó la construcción de un complejo de edificios cerca de lo que hoy conocemos como la sinagoga vieja. Los proyectos para el complejo incluían una casa comunal para familias pobres con cuarenta y seis cuartos, una sinagoga y una pensión. Con total libertad de movimiento, los judíos no consideraban a este “gran patio” como un ghetto. Sin embargo, la comunidad vivía bajo restricciones. No se permitía que los judíos usaran el verde -el color del profeta- en su ropa, y sólo podían usar zapatos negros. Sus celebraciones religiosas no podían molestar a la demás gente y se pagaba un impuesto por cada judío mayor de nueve años. Además, se obligaba a los judíos a proporcionar comida y transporte para el visir provincial durante sus visitas a Sarajevo. Aún así, se les garantizaba la autonomía religiosa y educativa, incluyendo el mantenimiento del Beth Din como tribunal civil. Los judíos prestaban juramento en los juicios “por Dios, quien reveló la Tora a Moisés”.

La comunidad creció e incrementó sus riquezas y su horizonte intelectual: aquí vivieron traductores del Zohar y de los libros sagrados, grandes rabinos y poetas que hablaban y escribían en “el lenguaje de Cervantes” -un castellano impreso, desde la introducción de la imprenta, en los caracteres rashi del hebreo.

Los sefardim parecen haber tenido dones y talentos para la síntesis poética con las tradiciones de las culturas vecinas, al mismo tiempo que resistieron la teología islámica y la cristiana. En Occidente, por lo general olvidamos que el binomio “sefardita/ashkenazi” significa no sólo “español/alemán” sino también “mundo islámico/mundo cristiano”. Muchos elementos de las celebraciones judías modernas son de origen ibérico, incluyendo algunos de los más bellos poemas litúrgicos, los textos de Maimónides, el Zohar, y otras fuentes cabalísticas. La España en que se crearon estos textos fue una tierra en la que la cultura judía siempre tuvo gran influencia, a pesar del destino de los gobernantes locales.

En sus comentarios sobre una colección de baladas recopiladas en Bosnia y publicada en 1933, Kalmi Baruh, un especialista sobre Sarajevo, escribió que Israel Najjara, un poeta religioso del siglo diecisiete, compuso zemirots en hebreo basado en los textos en castellano de antiguas canciones españolas. Esta práctica también ha sido llamada “juegos de palabras hebreo-españolas”. Este importante análisis refuerza la noción del inmenso impacto que el español tuvo sobre la cultura judía en un proceso de intercambio constante. Estas apropiaciones no eran poco comunes, como se puede comprobar en la historia de la poesía hebrea. Otro fenómeno aún más espectacular es el comentario que Rashi escribió en el siglo doce sobre el Cantar de los cantares (Shir ha-Shirim) de Salomón, en donde se encuentran aspectos en común con la doctrina de los trovadores que dominaba en la poética cristiana de la época. (Si fuéramos más allá, podríamos llegar a la ideología herética de los cátaros cristianos, según la conocida teoría de Denis de Rougemont. Otra dirección podría llevarnos hasta los sufíes).


Como ha propuesto al menos un especialista, existen precedentes de la posible asimilación de la canción amorosa islámica -la tradición lírica del sevdahlinka- a la lírica sefardí. Samuel G. Armistead, el especialista más importante en materia de literatura judeo-española, ha escrito que la cultura sefardí en Sarajevo fue “menos conservadora” en sus patrones de preservación de baladas que Salónika, la “capital” del mundo sefardí oriental.

La catástrofe de 1941-1944 dejó un número alarmante de pérdidas humanas y culturales. El famoso Huggudah de Sarajevo, uno de los más bellos manuscritos iluminados judíos, que fue realizado en España y llevado a Bosnia poco después, fue escondido en una aldea remota para protegerlo de los saqueadores nazis. Hoy es uno de los tesoros artísticos más importantes de Yugoslavia y se guardaba en el Museo Nacional de Bosnia y Herzegovina; ahora, como antes, está escondida en un lugar seguro.

Otras obras no tuvieron tanta suerte. Siete mil volúmenes que se encontraban en bibliotecas de la comunidad sefardí y en la organización benéfica denominada “La Benevolencia” fueron robados y destruidos junto con antiquísimos manuscritos médicos y científicos, exquisitos objetos rituales de plata, y un número desconocido de pinturas. Más triste aún para la cultura sefardí fue la desaparición de tres manuscritos escritos en español con letras rashi que contenían vastos compendios de cuentos ibéricos, baladas, poemas, dichos, anécdotas, y documentos históricos que habían sido copiados repetidamente. Parte de esta herencia ha sobrevivido en forma de libros impresos, pero muchos manuscritos científicos y literarios inéditos se perdieron para siempre.

La producción literaria de los sefarditas bosnios fue considerable. Como dijo Samuel M. Elazar, farmaceútico y coleccionista de canciones y otras obras, surgió un estilo de composición particularmente ladino basado en “formas poéticas que se distanciaron, en forma y sustancia, de los modelos españoles originales, y, en contraste, comenzaron a parecerse en estilo y contenidos a las canciones populares de la población bosnia y a las canciones de amor musulmanas (sevduhlinku). Nuestras mujeres sefarditas fueron las principales conservadoras de la tradición, especialmente de las baladas, melodías y danzas españolas. Nuestras tías y abuelas preservaron y guardaron celosamente, casi con devoción religiosa, la totalidad de la herencia cultural que había sido traída de España. ” Mientras tanto, los hombres compusieron incontables canciones, himnos y oraciones, incluyendo los piyyutim escritos principalmente por rabinos. Con respecto a la influencia de la tradición sevdahlinku en la lírica judía en Bosnia, Elazar llegó a decir que “las canciones de amor, en las cuales se proclama el amor de un muchacho por una muchacha y viceversa, están llenas del sentimiento que llamamos sevduh. Este sentimiento apasionado, sin paralelos por su profundidad afectiva, se expresa en su forma más delicada y noble en las baladas que llamamos, con toda razón, ‘nuestras (es decir, judías) sevdahlinkas’.

Es cierto que no podemos hablar de influencias occidentales en estas melodías sefarditas.

Las canciones sefarditas, que casi siempre eran cantadas en forma individual, reproducen temas árabes, turcos, y otros elementos de la música oriental.

Cuando las escuchamos, no podemos impedir que nuestras almas sean transportadas a un mundo romántico y oriental, al sosiego y a la placidez del ser, a esta única y exquisita languidez que llamamos sevduh.

”El triste y justificado temor a que el judeo-español desapareciera por completo en Sarajevo llevó a Elazar, junto con otros pocos colaboradores, a comenzar la compilación de canciones, baladas, bailes, y otros elementos de la cultura sefardí en Bosnia que pudieran ser encontrados en fuentes impresas antes de 1941.

Además, elaboraron un archivo oral empezando con las mujeres sefarditas.

Muchas composiciones tuvieron su origen en las celebraciones familiares e incluían fórmulas para brindis y melodías generales que se podían volver a escribir para honrar a individuos específicos.

En 1987, Elazar publicó una edición de dos volúmenes, en español y serbocroata, de su Romancero judeo-español. Esta obra de cuatrocientas páginas compila cientos de ejemplos de diversos géneros e incluye antiguas baladas españolas, poemas sefarditas en español, poemas ladinos escritos en Bosnia, versos festivos y para el shubbos, cantos de peregrinos a Erez Israel, y otras categorías. Muchos de ellos son sumamente hermosos, y creo que tienen el mismo nivel de excelencia que las obras de poetas clásicos y modernos del mundo de habla hispana.

Desafortunadamente, el vandalismo de los nazis fue reemplazado por la indiferencia del gobierno de Tito hacia la preservación de la literatura judía -una actitud política inseparable del ateísmo del régimen. Por lo tanto, la compilación de Elazar representa uno entre el pequeñísimo puñado de esfuerzos de investigación que desde 1945 se han dedicado a documentar esta herencia. Se ha hecho mucho más en Israel, en España, y en otras partes, pero aún queda mucho más por hacer. Ranko Jajcanin, otro miembro de la comunidad judía de Sarajevo y estudiante de derecho de poco más de veinte años, ha seguido los pasos de Elazar y ha realizado una labor considerable, coleccionando libros y documentos antiguos y grabando el habla ladina de los sobrevivientes. Ha llevado a cabo estas labores sin ningún tipo de apoyo económico o institucional.

Me dijo que en casas privadas existen “cientos” de volúmenes ladinos escritos en caracteres rashi, incluyendo copias del Zohury traducciones al español del Septuugint. Parecería necesario encontrar el apoyo económico para seguir coleccionando y catalogando estos materiales para luego transferirlos a un hogar institucional.

Pero esto podría resultar en una tragedia, dada la situación bélica de Bosnia y Herzegovina. En plena guerra, no hay una institución académica en Bosnia que sea capaz de rescatar, ya no se diga de albergar, una colección semejante ni siquiera el Haggadah de Sarajevo. Sacar la colección de Bosnia y Herzegovina implicaría obstáculos considerables contra la exportación de tesoros culturales y toca a la moral del gobierno resistente bosnio, que interpreta cualquier traspaso de recursos culturales judíos como evidencia de una derrota. Una colección semejante podría ser donada a una universidad o centro cultural judío en Belgrado o Zagreb si no fuera por los conflictos existentes entre la población judía de esas ciudades. Estos conflictos han surgido a raíz de la asimilación e incorporación de los judíos a las comunidades gentiles que en Serbia y Croacia se volvían más polarizadas hasta el estallido de la guerra.

TEXTOS JUDEO – ESPAÑOLES DE BOSNIA

Estos textos fueron compilados de entre las comunidades sefarditas do los balcanes por Samuel Elazar (en El romancero judeo-español, Sarajevo, 1989), quien los transcribió usando un alfabeto fonético basado en la transcripción eslávica. Sin embargo, puesto que el judeo-españoi se escribe tradicionalmente con letras hebreas y no latinas, me pareció que mantener esa presentación fonética sería un adorno innecesario. He adaptado los textos, usando la ortografía del castellano moderno, salvo usos dialectales como el reemplazo de los diminutivos ita e ita por ico e ica, y palabras arcaicas o tomadas de otras lenguas (por ejemplo, mazal, del hebreo “suerte”, o dert, del turco “pena”). Este método me parece justificable no sólo para que la enorme comunidad de hispano-hablantes tenga acceso a estos textos, sino también por razones de precisión académica. Como se verá en estos textos, el castellano de estas obras maravillosas difiere muy poco del español contemporáneo. Acerca de la revisión de “La doncella guerrera” quisiera reconocer el valor de las investigaciones bibliográficas de Samuel G. Armistead.

YO SOY UNA ROSA

Yo soy una rosa, yo soy una flor
Crecí en la frescura, donde no da el sol.
Tus labios dulces, fuente de sueños de amor
Que mi Cherub amante su néctar nunca bebió.
Mis cabellos ondulantes, seda ramos de carbón
Sobre mis señas sueltas guedejas inflaman mi corazón
Día y noche y toda semana
Mi corazón suave emana
Rayos lucientes, sorprendientes y cajentes
Como en Gan Edén fue la dulce manzana.
Me adurmiese en sueños que velan mi alma
Mi cherub y sus alas a mí me abrazan.
Sus labios, mis labios ardientes se enlacen.
En flujo y reflujo rebebemos nuestro néctar de amar
Apasionados volando en celestial ferón.
Mi cuerpo mi alma se deslizan ardiendo en llamas
Me despierto sudando yo sobre mi cama.

ÁRBOLES LLORAN POR LLUVIAS

Arboles lloran por lluvias
Y montañas por los aires
Así lloran mis ojos
Por ti querida amante!

Enfrente de mí hay un ángel
Con dos ojos me mira
Hablar quiero y non puedo
Mi corazón suspira

Ven y verás y veremos
El amor que tenemos los dos

Blanca tú eres y en blanca vistes
Blanca es la tu figura
Blancas flores caen de ti
De la hermosura!

Cruela mira y apiadéme
Ven donde será mi tumba
Que por ti me muero yo
Carísima Victoria!

Torno y digo que va ser de mí
En tierras ajenas me voy morir.

Basta ya mancebo
De hablar tantos caños
No vos doy respuesta
Si me hables cien y un años!

EN LA MAR HAY UNA TORRE

En la mar hay una torre
En la torre hay una ventana
En la ventana hay una niña
Que a los marineros llama

Dame la mano tu Paloma
Para subir donde ti
Para ver tu sueño dulce
Cuando te echas a dormir

Abre tu ventana Paloma
Quiero subir a tu nido
Lástima que duermes sola
Dormiré yo contigo

Yo me echo en cama enalto
Tu debajo del sherishil
Pobrecito el mancebo
Que murió detrás de mí.

SECRETOS QUIERO DESCUBRIR

Secretos quiero descubrir
Secretos de mi alma
Que no saben mis hermanos
Ni primos ni parientes

Sal a la puerta te hablaré
Sal a la ventana
Te hablaré te descubriré
Secretos de mi alma

Los cielos quiero por papel
La mar quiero por tinta
Los árboles por péndula
Para escribir mis derts

Arbolito de jazmín
En mi huerta plantado
Te crecí, te enflorecí
Otro te está gozando

Ay! Te engrandecí, te enflorecí
Otro te está gozando!

MANZANICA COLORADA

Manzanica colorada
La media de su color
El gusanito por adentro
Comiéndole el corazón

En ti tengo el mi tino
En ti el mi pensar
En ti la mia galanita
De mi prima mancebez

Pasé por la puerta tuya
El mi corazón batió
No como, no bebo, no duermo,
Pensando en el amor

El amor que yo te tengo
Es como una lumbre
No se puede amaterla
Ni con agua helada

El amor es un alfiler
Que puja al corazón
tu padre, tu madre, tu gente,
No saben lo que es amor

SECRETOS QUIERO DESCUBRIR

Yo pasé por la tu puerta
Y te vi en la huerta
Te saludé y tu te fuíste
Pero a mí no asentíste

O que linda muchachica
Que tú te estás haciendo
Ya es la hora de tu mancebez
Mira que me estás placiendo!

O mi amada
Siéntate mi amada
Deja la tu madre
Y ven con mí!

Una madre vieja tengo
No quiero amargarla
Ya es la hora de su vejez
Yo debo halagarla!

Ah, querida, ten piedad
Que soy yo muy mancebo
Por dormir, por reposar
La noche cae sin sueño!

O mi amada
Siéntate mi amada
Deja la tu madre
Y ven con mí!

LA DONCELLA GUERRERA

Pregoneros van y vienen,
Por la ciudad de Aragón:
Todo el que hijo varón tiene,
A la guerra lo mandó.

Ahí pasó un buen viejo,
Un viejo doblado en dos,
Bendiciendo el pan y el vino,
Y al Dios que se lo dió.

Maldiciendo la su esposa,
Maldición de corazón.
Que siete hijas le parió,
Sin ningún hijo varón.

Saltó la más chica de ellas,
La que en buen maza1 nació;
-No maldigas, el mi padre,
No maldigas, el mi señor.

Dame armas y caballo,
A la guerra iré yo.
Con espada en la mano
Guerrearé como un hijo varón.

-Cállate mi hija calla
Y no hables sin razón
Tu cuerpo bello de un aire
No demuestra de varón.

-El mi cuerpo mi padre
El mi padre, el mi señor,
Debajo de mi vestido,
Parecerá de hijo varón.

-Las tus carricas mi hija
No demuestran de varón.
-Las mis carricas mi padre,
Por el sol las quemaré yo.

-Tus trenzados la mi hija,
No demuestran de varón.
-Los mis trenzados mi padre,
Con el chapeo los tapo yo.

-Tus pechicos limonarios,
No demuestran de varón.
-Los pechicos el mi padre,
Con el vestido los tapo yo.

Ya se vista la muchacha
Ya se viste de varón.
-Queda en buenahora mi padre
Que a la guerra me voy yo.

Vete en la buenahora
Tú el mi hijo varón;
-Quedad en la buenahora
Esclavos de mi señor.

Entonces entró en la guerra.
Media guerra ya ganó.
Guerreando y basteando
El chapeo le cayó.

El hijo del rey que la vio,
Desmayado ya quedó.
Ya se fue a su padre
A contarle lo que le aconteció.

Un mancebo hay en la guerra
Muchacha es, mancebo no
Este guerrero, mi padre,
Hija es y varón no.

DELANTE ESTOY DE TU MORADA

Delante estoy de tu morada, pues que tanto escariñí
Por decirte divinada, que yo en ti me engañí
Que yo en ti me engañí.

Tu toalla arecamada, tómalo le ruego atrás
Mi corazón restó quemado, quien lo quemó tú ya sabrás,
Quien lo quemó tú ya sabrás.

Aquí te torno tu anillo, no lo quiero más mirar
A mí me basta el mal mío, fuerte mal sin mesurar,
Fuerte mal sin mesurar.

Ah! tu ojo tan hermoso, no me mira ay de mí,
Por el perdí yo mi reposo, ahora el mi mata a mí
Ahora el mí mata a mí.

Cuando pienso en tu nombre, que viene de los Finzi,
Mi alegro más que Rothschild, como si tenía minzis.
Como si tenía minzis.

Mi nombre se llama vidas, era dulce como la miel,
Tu restates como viuda, me amargaste más que la fiel.
Me amargaste más que la fiel.

Haim Altarac (siglo XIX)

martedì 20 ottobre 2009

La condizione dei Rom in Italia è sempre più tragica. Un persecuzione che avviene nell'indifferenza e nel silenzio mediatico



Fonte: http://www.articolo21.info/1173/rubrica/51-la-condizione-dei-rom-in-italia-e-sempre-piu.html

Milano, 18 ottobre 2009. A Milano, come in molte altre città di Italia, continuano le purghe etniche e la politica persecutoria contro Rom e Sinti. Nel capoluogo lombardo, un dipartimento di forza pubblica si dedica quotidianamente all'identificazione e all'evacuazione (senza alcuna alternativa sociale) di insediamenti abitati "abusivamente" da Rom e profughi. Quando si tratta di edifici abbandonati, dopo gli sgomberi e le denunce per occupazione abusiva, le autorità provvedono a murare le entrate per "mettere in sicurezza" tali edifici, evitando che altri persone senza casa possano ancora rifugiarvisi. Il governo italiano ha destinato a tali operazioni di persecuzione ed evacuazione circa 20 milioni di euro solo per il 2009 e il 2010. Il rigetto istituzionale delle famiglie che appartengono al popolo Rom è sempre più sostenuto e le sue dinamiche disumane si esprimono ormai nell'indifferenza generale. Basti pensare che se i Rom in Italia erano circa 160 mila nel 2006, oggi si può stimare la loro presenza in meno di 40 mila unità, compresi quelli di nazionalità italiana. 120 mila Rom sono stati espulsi dall'Italia, sia attraverso provvedimenti ufficiali, sia attraverso allontanamenti forzati o violenti condotti dalla struttura di forza pubblica. Gli sgomberi e gli allontanamenti sono stati effettuati con particolare accanimento nei confronti di Rom provenienti dalla Romania. A livello locale, non vi sono particolari differenze, in quanto ad efferatezza delle purghe etniche e degli allontanamenti - che costituiscono gravi violazioni della carta dei Diritti Fondamentali nell'Unione europea - fra comuni, province e regioni amministrati dalla destra o dalla sinistra. Non a caso, oltre ai sindaci della Lega Nord (partito razzista e xenofobo), si segnalano per la metodicità degli sgomberi e della repressione amministrazioni del Pd, da Bologna a Firenze, da Torino a Rimini, da Padova a Pesaro. Non è un caso che durante il corteo antirazzista di Roma (17 ottobre 2009) nessuno striscione sia stato dedicato alla condizione dei Rom in Italia e nessun rappresentante di insediamenti Rom sia stato invitato a partecipare. I dati del Sindacato di polizia penitenziaria, diffusi in data odierna, oggi, mettono in rilevo un dato altrettanto allarmante, per chi si occupa di tutela dei Diritti Umani: attualmente sono detenuti nelle carceri italiane circa 3 mila Rom romeni, mentre centinaia di minori Rom - sempre romeni - sono internati in strutture correttive o case accoglienza. Se si considera che sul territorio italiano vivono attualmente dai 3 ai 4 mila Rom provenienti dalla Romania, risulta che oltre il 50% della popolazione Rom sul suolo italiano si trova in carcere o è comunque privata della libertà. E' un dato che non ha uguali in alcuna parte del mondo e che può essere paragonato solo a quello che gli storici riferiscono al Terzo Reich, negli anni delle leggi razziali e dell'Olocausto. Il Gruppo EveryOne e la rete antirazzista hanno rilevato centinaia di casi di persecuzione poliziesca e di gravi errori giudiziari nei confronti dei Rom (oltre che di violenza istituzionale), evidenziando in studi, dossier e articoli come i cittadini Rom siano ormai il capro espiatorio delle politiche legate alla sicurezza. Di fronte alla legge, i Rom - di maggiore o minore età - sono soggetti a condanne senza avere alcuna reale possibilità di difesa e in molti casi senza neppure comprendere (non essendo praticamente mai presente un interprete) la natura del reato di cui sono accusati. Le persone di etnia Rom che affrontano vicende giudiziarie si considerano fortunate quando hanno la possibilità di patteggiare una pena per ritrovare la libertà. Il Gruppo EveryOne, che pubblicherà nei prossimi giorni un dettagliato rapporto sugli sgomberi di insediamenti Rom avvenuti negli ultimi due anni sul suolo italiano, sollecita ancora una volta le Istituzioni dell'Unione europea e l'Alto Commissario delle nazioni Unite per i Diritti Umani ad attuare misure efficaci nei confronti delle Istituzioni centrali e locali italiane, affinché abbia fine questa persecuzione, cha avviene nel silenzio mediatico (giornali e televisioni italiane sono purtroppo controllati dai partiti politici di destra e sinistra) ed è causa di sofferenze inaudite, divisione di famiglie, lutti e di una crisi spaventosa della democrazia e della civiltà in Italia.

Sulle radici cristiane dell'Europa



Sulla questione delle “radici cristiane dell’Europa”, spesso sollevata dal Pontefice, bisognerebbe fare un ragionamento “sine ira et studio”. Che l’Europa abbia radici cristiane è fuor di dubbio, anche se non sono le sole, ma già questo basta a complicare il problema.

Cristiano non significa cattolico: ci sono almeno tre confessioni cristiane che divergono tra loro nel modo di considerare i rapporti tra religione e società civile. Un tema come l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche non interessa minimamente l’ortodossia, che è la confessione più diffusa in Paesi come Grecia, Serbia, Romania, Russia europea…, mentre il tema della laicità dello stato è visto in modo molto diverso in ambito protestante: tanto per dire, la Germania ha le sue origini come nazione moderna nella secolarizzazione dei beni dell’ordine dei Cavalieri Teutonici, da cui si produce la Prussia, mentre gli anglicani assegnano, almeno nominalmente, il titolo di capo della loro chiesa alla regina d’Inghilterra, con ciò affrontando in termini molto diversi il problema. Siccome le radici cristiane dell’Europa sono un argomento che riguarda la costruzione dell’Europa politica, bisognerebbe specificare che cosa implica, nel concreto, questo riferimento. In Germania, ad es., lo stato non ha alcuna difficoltà nel finanziare le famiglie perché iscrivano i ragazzi nelle scuole private, di ispirazione cattolica, o protestante, o laica, proprio perché si tratta di uno stato che riconosce ad ognuno il diritto a praticare la sua confessione religiosa, e lo garantisce non prendendo posizione a favore di questa o quella confessione.

Anche restando nel campo del cattolicesimo (che rappresenta una minoranza all’interno del cristianesimo), le interpretazioni non sono così univoche come sembra: basta mettere a confronto il pensiero di un Erasmo da Rotterdam con quello della controriforma per rendersi conto di contrasti quasi inconciliabili. Restando poi all’interno di quella parte della tradizione cattolica che meglio riflette gli orientamenti pontifici, i problemi sono tutt’altro che pochi: basti considerare che l’Europa moderna si costruisce (a torto o a ragione) contro la politica pontificia. Il rifiuto della modernità rinascimentale durante la controriforma (con la conseguente “invenzione” di un medioevo abbondantemente immaginario), l’opposizione all’illuminismo o alla rivoluzione liberale inglese, l’ostilità nei confronti dell’autonomia politica dei governi nazionali (in Italia il primo concordato risale appena al 1929), sono elementi che hanno caratterizzato la storia dei rapporti tra chiesa romana ed Europa – senza ora voler sollevare un vespaio citando la “debole” partecipazione della gerarchia ecclesiastica alla lotta contro il nazismo e l’ambigua posizione sulla shoah.

Inoltre, considerando il lungo arco dei secoli nei quali prende forma l’Europa odierna, è scortese ma doveroso notare che ci sono molte cose di cui la chiesa romana non ha mai “chiesto scusa”. Lo ha fatto per Galileo, in un’operazione di immagine, peraltro poco opportuna, visto che, a mio parere, sul piano strettamente scientifico aveva ragione Bellarmino, ma non lo ha fatto per l’inquisizione, né per la caccia alle cosiddette streghe, né per tutti gli eretici massacrati a colpi di crociata lungo i secoli che vanno dal medioevo al barocco, così come nessuno ha mai chiesto scusa per gli incredibili e stupidi massacri compiuti dai crociati in terra santa, ai danni di musulmani, ebrei e cristiani orientali. Certo, si può dire che tutto questo appartiene al passato e oggi i tempi sono diversi… ma sono diversi per merito della chiesa romana o perché tale chiesa ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco? Di fatto, fino al concilio Vaticano II la posizione della chiesa romana è di ostilità nei confronti del processo storico che ha condotto alla formazione dell’Europa odierna.

Infine, è il caso di ricordare che quelle cristiane, sia pure nel loro complesso insieme, non sono le uniche radici dell’Europa: ci sono le radici laiche, e anche quelle ebraiche e musulmane. Senza Maimonide e Averroè non avremmo Tommaso d’Aquino. Europa è anche la Spagna delle tre culture (e ricorre quest’anno il IV centenario dell’espulsione dei moriscos), la Sicilia di Federico II, la difesa dei confini orientali dell’impero austro-ungarico fatta dalle popolazioni serbe contro gli ottomani, la rivoluzione francese… Tutte queste cose possono non piacere a un onesto cattolico: ne ha tutto il diritto; ma non si può negare che tutte queste cose siano Europa e radici dell’Europa. Almeno quanto la tradizione papista.

Quando si parla di radici dell’Europa, a me piace ricordare degli aneddoti di scarsa trascendenza, ma utili a capire quanto il problema sia complesso. Si racconta che si sia molto discusso nelle stanze vaticane sull’opportunità di permettere la diffusione di una bevanda che sembrava diabolica. Il papa, incuriosito, la volle provare e, assaggiatala, fece un gesto di benedizione, dicendo: se prima era diabolica, adesso è battezzata e i cristiani la possono bere. Se si vuole, è la fondazione mitica del caffè, tanto per indicare un elemento che, come l’albero di natale, la nostra cultura ha preso da altre tradizioni. E che dire di una nota opera del Cinquecento sulla storia dei re cosiddetti cattolici, secondo cui gli ebrei puzzavano, sia perché non erano battezzati, sia perché avevano il barbaro uso di condire la fettina di carne con l’olio anziché con il lardo di maiale: agli inizi del Cinquecento, sentendo il profumo della frittura di pesce con l’olio, l’inquisizione ci avrebbe denunciati come giudaizzanti! O vogliamo parlare delle origini arabe e mediterranee della pizza co ‘a pummarola ‘n coppa?

In realtà, questo continuo intercambio non è avvenuto solo nella cultura materiale. In quella scientifica, ad es., dobbiamo moltissimo alla medicina araba ed ebraica, alla loro algebra (parola araba), alla loro chimica (alchimia è un termine arabo, come il nome di tutti gli strumenti che in questa scienza cominciano con l’articolo al-), all’ottica, e la stessa cosa si deve dire per le idee filosofiche, non soltanto nel medioevo, ma anche in epoca contemporanea: cosa sarebbe la filosofia europea odierna senza il contributo di straordinari intellettuali ebrei, da Bergson a Freud, da Levinas a Buber… E, se conoscessimo bene la teologia, dovremmo ammettere che questa felice contaminazione è avvenuta anche per le idee religiose. Le radici dell’Europa sono plurali: è difficile tenerle insieme, è difficile armonizzarle ed evitare che confliggano tra loro, ma questa difficoltà è la ricchezza dell’Europa.

Infine, vorrei notare che tutta questa enfasi sulle radici è spesso fuorviante e copre l’aspetto più importante della questione: le radici – massimo rispetto per loro – sono ciò da cui proveniamo, ma non ci tolgono la sovranità di decidere dove andremo. Una concezione della tradizione attenta solo a ciò che siamo stati è una tradizione a metà: un tradizionalismo, un’ideologia. In passato, popoli che erano pagani hanno avuto la sovranità di cambiare e diventare cattolici o ortodossi: questa sovranità è l’anima della tradizione, ciò che la rende viva, ciò che impedisce la sclerosi sociale – è la forza di inglobare il nuovo che è valido nella tradizione depurata da ciò che non è valido più. E questo è un compito che un corpo sociale non può esimersi dall’assolvere, anche se comporta ad ogni decisione la possibilità dell’errore.

lunedì 19 ottobre 2009

Quevedo y los cristianos nuevos: un estudio sobre El Buscón, di Lillian von der Walde Moheno



Fonte: http://www.islamyal-andalus.org/control/noticia.php?id=1994

En el siglo XVI español, afirma Kamen, “el racismo fue elevado a sistema de gobierno” (1). Y en efecto, mediante los Estatutos de Limpieza de Sangre (2) se practicó “una especie de carrera de obstáculos” (3). No obstante esto, hacia finales del siglo XVI y principios del XVII miembros de la “casta impura” (de ascendencia judía) han escalado socialmente (4), y algunos de ellos, sobre todo los que forman parte de la burguesía mercantil, se han incorporado a los estratos superiores, después de haber legitimado, de alguna u otra manera (5), su rango y función.

La nobleza cristiana vieja vio la posibilidad de que se erosionara su sistema jerárquico, fundado en el estamento. De ahí que haya pregonado el inmovilismo como base de la estabilidad social (6) e hiciera uso del tradicional antisemitismo español como medio de defensa ante la nueva amenaza. Después de todo —según se esfuerza en dictar la ideología hegemónica—, “linaje y nacimiento son la base del estamento” (7), y esto ciertamente no lo poseían los descendientes de conversos, por más que varios de ellos pretendieran —en el pensamiento de los sanguíneamente “limpios”— hacerse pasar por hidalgos cristianos.

La Historia de la vida del Buscón, escrita alrededor de 1604 (8), surge —como se ha visto— en un momento en el que el sistema de distribución de individuos tradicionalmente establecido tiende a verse afectado por un fenómeno ya evidente: la aspiración de medro social de elementos de origen converso. Y es precisamente este fenómeno el que Quevedo va a tratar en su novela, hecho que se observa, por ejemplo, cuando hace que su protagonista insista en pretensiones sociales:

[...] mas yo, que siempre tuve pensamientos de caballero desde chiquito [...] (9)
[...] como siempre tuve altos pensamientos [...] (p. 14)
[...] ‘Señor, yo ya soy otro, y otros mis pensamientos; más alto pico y más autoridad me importa tener [...]’ (p. 57)
[...] crecíame [...] el deseo de verme entre gente principal y caballeros [...] (p. 89)


Sin embargo, el personaje converso no utilizará sino los medios más ruines para lograr sus objetivos. Y es que para Quevedo, como para la mayoría de los españoles “limpios”, la mala sangre se hereda. Efectivamente, el común de los hombres deascendencia cristiana de los siglos XVI y XVII consideraba axiomático no sólo que “por generaciones, los marranos habían sido cristianos sólo de nombre” (10), sino que además juzgaba que “en la masa de su sangre llevaban heredados una serie de vicios concretos” (11). Quizá, para ilustrar lo dicho, sea conveniente recordar el Tractatus bipartitus de puritae et nobilitate probanda, escrito ya en la época de Felipe IV por Juan Escobar de Corro. Para este autor, el bautismo no puede lavar los pecados de los antecesores judíos, y la “infección” de la sangre siempre es heredada (12).

Quevedo, al hacer de Pablos un tipo despreciable, viene a afirmar la noción de la marca de sangre, pero también se pone al servicio de la clase dominante que procura reservar para sí los privilegios de honra y poder. Asimismo, el escritor intenta cercenar la lucha de cristianos nuevos que, como Mateo Alemán, defendían el criterio de la virtud del hombre y no de la sangre (13).

En Quevedo, ciertamente, ni un solo converso puede tener virtud. Basta ver cómo representa a los cristianos nuevos. Y empecemos por la madre de Pablos, “Aldonza de San Pedro, hija de Diego de San Juan y nieta de Andrés de San Cristóbal” (p. 9). La conglomeración de apellidos no deja lugar a dudas sobre su origen (14), pero como si esto no fuera suficiente, el autor se torna redundante al asentar lo siguiente: “sospechábase en el pueblo que no era cristiana vieja” (p. 9). Esta mujer es, en pocas palabras, confesa, bruja, prostituta y alcahueta. Sobre Clemente Pablo, el padre, se nos dice que es un barbero ladrón que ha tenido que vérselas con el Santo Oficio (15). Y del dómine Cabra (16) obtenemos la caracterización de un clérigo cuya avaricia lo lleva a ser hambreador, asesino y suicida.

Existen, en el libro, otros conversos; todos igual de bajos. Así aparece un ventero morisco, cómplice de rufianes; un huésped —moro también— quien como todo “impuro” no tiene “buena ley” (p. 37); un embaucador parásito —don Toribio— que se hace pasar por hidalgo (17); un “Tal Blandones de San Pablo” (p. 126), carcelero corrupto, y una familia —Coronel— que pretende engañar a Pablos al creerlo caballero (18).

Quevedo, pues, condena a la abyección a todo cristiano nuevo; pero además, impugna la pretensión del converso de trascender su condición social. Cada vez que el pícaro trata “negar la sangre” (p. 93) para hacerse de posición y honra, no encontrará sino el fracaso. Sus intentos de cambiar de estado social terminan siempre en sarcasmos, ante la evidencia de su impureza racial, esto es, de su bajeza.

Por ejemplo, Pablos decide estudiar en una universidad —hecho que desde luego representa la expoliación de uno de los privilegios de los cristianos viejos—(19) y es reconocido como “nuevo”. Su insolencia se castiga mediante insultos, escupitajos y bromas en verdad asquerosas. Como dice Rose, “to emphasize the uncleanliness of the bloodlines and the sordidness of the situation [la usurpación de casta por parte de un marrano], from time to time Quevedo literally plunges Pablos into filth, a reminder that the scatological constitutes an inherent component of his world” (20).

Otros pasajes de la novela también son reveladores: Pablos deja de servir, y acaba en la cárcel; se apropia de títulos de caballero (“señor de Valcerrado y Velorete”, p. 132), y termina siendo apaleado; se sube a un caballo, y finaliza tirado en el suelo. Sí, se ve en el suelo porque “perteneciendo al caballero el uso exclusivo del caballo” (21), él intenta apropiarse de una honra que no le corresponde.

La primera cabalgata funesta sucede durante las Carnestolendas (22). El Pablos niño ha ascendido a “rey de gallos” —con caballo y espada— en un festejo cristiano. Para situarlo en su justo lugar, como impuro que es, el niño después de haber sido golpeado e injuriado, cae en medio de la inmundicia (23). En el otro episodio a caballo, Pablos —que se hacía pasar por hidalgo— se ve arrojado a la tierra frente a los ojos de su dama. Su caída, pues, puede ser entendida como un escarmiento por la estafa de honra que llevaba a cabo.

Como se ve, Quevedo trata muy mal a su personaje cada vez que éste usurpa hidalguía, o en otros términos, cada vez que se apropia de honra y virtud. Tales dignidades provenían de los antiguos caballeros que habían logrado reconquistar España (24); por tanto, eran patrimonio de la antigua nobleza y no había que permitir que nociones de orgullo y honor se infiltraran —como de hecho estaba sucediendo— en castas que el orden social vigente, de una u otra forma, intentaba marginar. Nuestro escritor, así, reafirma el pensamiento que, hacia 1600, públicamente expresaban hombres como Salucio, Cabrera y Sigüenza: los judíos y los moros, “siendo todos gente baxa” (25), no debían aspirar a consideraciones propias de otra casta.

Pero en El Buscón la sátira mordaz y corrosiva contra toda aspiración de medro rebasa la defensa del privilegio de honra para los cristianos. Quevedo, testaferro de la ideología e intereses de la nobleza cristiana vieja, denuncia y censura la dinámica social que se presenta durante el reinado de Felipe III (26). Esta dinámica supone la incorporación de descendientes de conversos en los cenáculos de la Corte, hecho que no sólo merma el sistema jerárquico, sino que amenaza las prebendas de las que goza el grupo que ostenta la hegemonía.

Así, pues, las vicisitudes del pícaro segoviano no son más que un mensaje previamente codificado y fácilmente descodificable, dirigido al grupo en el poder: se requiere una impermeabilidad entre estados sociales; hay que cerrar canales ascendentes. Mensaje de una conciencia aristocrática y conservadora, que busca que la sociedad estamental se petrifique.



1. H. Kamen, La Inquisición española, p. 140. (El pie de imprenta de ésta y de las demás citas aparece en la sección “Bibliografía Citada”). Cabe señalar que la discriminación racial, a través de la limpieza, empezó en el siglo XV (vid. ibid., p. 133, así como C. Brault-Noble y M. J. Marc, “La unificación religiosa y social: la represión de las minorías”, en B. Bennassar, Inquisición española: poder político y control social, p. 133). El mayor impulso para la propagación de los Estatutos lo fue la instauración, en 1480, del Tribunal del Santo Oficio de la Inquisición (vid. H. Kamen, op. cit., p. 134).

2. Había Estatutos de órdenes de caballería, de colegios mayores, de tribunales, de órdenes religiosas, de catedrales y capillas, de cofradías y hermandades, de mayorazgos, de tierras y villas, y para cargos públicos y municipales (vid. J. Caro Baroja, Los judíos en la España moderna y contemporánea, t. II, pp. 269-270).

3. M. Bataillon, Pícaros y picaresca, p. 242.

4. De acuerdo con Maravall, la sociedad española conoció, en el periodo señalado, altos índices de movilidad social, no sólo de descendientes de conversos (vid. J. A. Maravall, “La aspiración social de ‘medro’ en la novela picaresca”). Para Domínguez Ortiz este fenómeno se dio durante todo el siglo XVII (vid. A. Domínguez Ortiz, “La sociedad española en el siglo XVII”).

5. Por ejemplo, mediante la compra de privilegios de hidalguía.

6. Se remite a los testimonios que a este respecto presenta Maravall, en art. cit., pp. 592-593.

7. M. Molho, Semántica y poética (Góngora, Quevedo), p.114.

8. Adopto la fecha que determina Lázaro Carreter (vid. Originalidad y Barroco, pp. 117-122, o bien su “Estudio preliminar” en F. Quevedo. La vida del buscón llamado Don Pablos, p. liv).

9. F. Quevedo, Historia de la vida del Buscón. 2a. reimp., México, UNAM, 1983, p. 11. Todas las citas del texto corresponderán a esta edición. Unicamente anotaré la página entre paréntesis.

10. E. Glaser, “Referencias antisemitas en la literatura peninsular de la Edad de Oro”, p. 54.

11. J. Caro Baroja, op. cit., t. II, p. 305.

12. Vid. H. Kamen, op. cit., p. 140 y J. Caro Baroja, op. cit., t. II, p. 304. Otro documento —aunque exacerbado— que revela el pensamiento de los cristianos viejos en relación con la herencia sanguínea es la Historia de la vida y hechos de Carlos V, de fray Prudencio de Sandoval. Copio una pequeña parte del texto: “¿Mas quién podrá negar que en los descendientes de judíos permanece y dura la mala inclinación de su antigua ingratitud y mal conocimiento, como en los negros el accidente inseparable de su negrura? [...] El judío no le basta por ser tres partes hidalgo, o cristiano viejo, que sola una raza lo inficiona y daña, para ser en sus hechos, de todas maneras, judíos dañosos por extremo en las comunidades”. (Cit. en J. Caro Baroja, op. cit., t. II, p. 306. Énfasis míos).

13. La corriente que postulaba el derecho del hombre a dar principio a su linaje por medio de la virtud (vid. lo expresado por García Palacio o por Mexía, apud. Maravall, art. cit., pp. 595-596), era aún minoritaria. Sin embargo refleja que los fundamentos de la vida tal como se acostumbraba llevar desde fines del siglo XV, estaban siendo cuestionados y, por ende, el sistema empezaba a entrar en una crisis de conciencia que irá agravándose durante el XVII.

14. Los judíos, de acuerdo con el día en que la conversión ocurría, ponían su linaje bajo el patronazgo de una advocación cristiana: San Pedro, Santa María, Santa Fe, Espíritu Santo, etc. (vid. nota al pie de Américo Castro en su edición de la Historia de la vida del Buscón, p. 16; Bataillon, op. cit., p. 233; C. H. Rose, “Pablos’ damnosa heritas”, p. 96, y J. Caro Baroja, op. cit., t. I, p. 294).

15. Para Iventosch, el nombre Clemente Pablo sugiere ascendencia conversa (vid. “Onomastic invention in the Buscón”, p. 30). Pero lo que inclina a verlo como cristiano nuevo es el oficio (vid. C. H. Rose, art. cit., pp. 95-96). J. Caro Baroja, después de hacer un recuento de las profesiones que dicen ejercer los procesados por la Inquisición de Toledo, señala que “no abundan tanto como se podría suponer, los referentes a cirujanos y barberos [...], que son oficios considerados [...] muy propios de judíos” (op. cit., t. I, p. 354).

16. El origen converso de Cabra se pone de manifiesto con:
- El cabello bermejo, como el de Judas.
- La avaricia. Avaro y judío son casi sinónimos. Caro Baroja (op. cit., t. I, p. 85) refiere que hay un gran número de refranes que aluden a la avaricia del judío.
- El hecho de que haya añadido tocino a la olla, “por no sé qué que le dijeron un día de hidalguía” (p. 24).
- El apellido. “Como es sabido —dice Márquez Villanueva—, son muy abundantes entre los judíos toda suerte de apellidos consistentes en nombres de animales”. Y en nota al pie indica: “Entre nuestras notas sobre el particular tenemos documentados los siguientes apellidos, usados por judíos o indudables conversos: Azor, Bicha, Cabra, Cabrit, [...]” (F. Márquez Villanueva, Investigaciones sobre Juan Álvarez Gato, p. 47).

17. Para Molho, don Toribio y sus compañeros son cristianos viejos (vid. op. cit., p. 111); sin embargo, el texto permite sospechar todo lo contrario. Don Toribio dice a Pablos que en la corte “hay unos géneros de gentes (como yo), que no se les conoce raíz ni mueble ni otra cepa de la que decienden los tales. Entre nosotros nos diferenciamos con diferentes nombres: unos nos llamamos caballeros hebenes; otros hueros, chanflones, chirles, traspillados y caninos” (p. 97). Este párrafo ha llevado a Mc Grady a afirmar el origen “impuro” del personaje (vid. “Tesis, réplica y contrarréplica en el Lazarillo, el Guzmán y el Buscón”, p. 242). La siguiente cita, también, hace dudar de la ascendencia “limpia” de don Toribio: “¿Qué diré del mentir? Jamás se halla verdad en nuestra boca: encajamos duques y condes, unos por amigos y otros por deudos” (p. 100). Por último, hay que pensar en el apellido Jordán. Claramente éste “evoca el recuerdo de Palestina, junto con todas las demás asociaciones desagradables que encerraba la mención de este país” (Mc Grady, art. cit., p. 242).

18. El apellido Coronel era muy conocido en Segovia —de donde son Diego Coronel y Pablos. Abraham, poderoso judío de esa localidad, pidió este apellido —de linaje antiguo, casi desaparecido— a la Reina Católica (vid. J. Caro Baroja, op. cit., t. I, p. 294 y el interesante ensayo de Molho, op. cit., sobre todo en las páginas 104-108).

19. Se recuerda que había Estatutos de Limpieza en casi todas las universidades (vid. H. Kamen, op. cit., pp. 133-139). Aunque como no hay obstáculo que no pueda vencerse, había muchos descendientes de judíos que estudiaban en las universidades, después de haber logrado limpiar su genealogía mediante sobornos u otro tipo de fraudes. Cabe indicar que el decreto de 1522, relativo a la prohibición de otorgar grados a conversos en algunas universidades, excluía a la de Alcalá (a la cual asiste Pablos). Las fuentes consultadas no especifican la existencia de algún Estatuto en esa institución educativa, a fines del siglo XVI y comienzos del XVII.

20. Art. cit., p. 96.

21. V. G. Agüera, “Nueva interpretación del episodio ‘rey de gallos’ del Buscón”, p. 39.

22. Carnestolendas inicia el ciclo litúrgico de cuaresma, pasión y resurrección de Jesús.

23. Es muy significativo que Pablos asocie su desgracia con la madre (p. 17). Se da cuenta que no puede gozar de orgullo y honor siendo descendiente de conversos. Es quizá ésta una de las razones que lo lleva a negar su sangre (frecuentemente usará nombres cristianos) y a trasladarse donde nadie lo conozca. Sin embargo, sus mismos actos lo revelarán —en la mentalidad de Quevedo— como judío.

24. Vid. Brault-Noble y Marc, en Bennassar, op. cit., p. 133.

25. Palabras de Salucio, cit. por Américo Castro en De la edad conflictiva, p. 155.

26. La movilidad vertical de cristianos nuevos en parte se debe a que el sistema socioeconómico se hallaba debilitado (se recuerda la bancarrota sufrida durante el reinado de Felipe II). Este relajamiento del sistema, como asienta Caro Baroja, abrió un “campo insospechado a los judíos” (op. cit., t. II, p. 54). No hay que olvidar tampoco, la muy considerable afluencia de poderosos judíos conversos portugueses durante el periodo que se trata.

Bibliografía citada

Agüera, Victorio G,. “Nueva interpretación del episodio ‘rey de gallos’ del Buscón”, Hispanófila, XLIX (1973), 33-40.

Bataillon, Marcel, Pícaros y picaresca. Trad. de Francisco R. Vadillo. Madrid, Taurus, 1969. 252 pp.

Brault-Noble, C. y M. J. Marc, “La unificación religiosa y social: la represión de las minorías, en Bartolomé Bennassar, Inquisición española: poder político y control social (1979). Barcelona, Crítica-Grijalbo, 1981.

Caro Baroja, Julio, Los judíos en la España moderna y contemporánea. Madrid, Arión, 1961, t. I: 540 pp., t. II: 462 pp. (tres tomos).

Castro, Américo, De la edad conflictiva (1961). 2a. ed., Madrid, Taurus, 1963. 279 pp.

Domínguez Ortiz, Antonio, “La sociedad española en el siglo XVII”, en Francisco Rico, dir., Historia y crítica de la literatura española. T. III: Bruce W. Wardropper, Siglos de Oro: Barroco. Barcelona, Crítica-Grijalbo, 1983.

Glaser, Edward, “Referencias antisemitas en la literatura peninsular de la Edad de Oro”, Nueva Revista de Filología Hispánica. VIII (1954), 39-62.

Iventosch, Herman, “Onomastic invention in th Buscón”, Hispanic Review, XXIX (1961), 15-32.

Kamen, Henry, La Inquisición española (1965). 2a. ed. Trad. de Enrique de Obregón. Barcelona, Crítica-Grijalbo, 1980. 325 pp. (Temas Hispánicos, 63).

Lázaro Carreter, Fernando, Estilo barroco y personalidad creadora. Góngora, Quevedo, Lope de Vega. Salamanca, Anaya, 1966. 200 pp.

———-, “Estudio preliminar”, en Francisco de Quevedo, La vida del buscón llamado Don Pablos. Salamanca, CSIC, 1965.

Antonio Maravall, José, “La aspiración social de ‘medro’ en la novela picaresca”, Cuadernos Hispanoamericanos, CIV (1976), 590-625.

Márquez Villanueva, Francisco, Investigaciones sobre Juan Álvarez Gato. Madrid, Real Academia Española, 1960. 501 pp. (Anejos del Boletín de la Real Academia Española, IV).

Mc Grady, Donald, “Tesis, réplica y contrarréplica en el Lazarillo, el Guzmán y el Buscón”, Filología. XIII (1968- 1969), 237-249.

El Sufismo, una Filosofía de Amor, di José Florido


Fonte: http://www.webislam.com/?idt=14170

"Observad la mariposa atraída por la llama. Su destino es visible para nosotros, pero ignorado por ella" (Máxima Sufí)

El autor de este texto no es un especialista en el Sufismo, y, mucho menos, un iniciado en este sistema de pensamiento, lo que puede constituir, hasta cierto punto, una ventaja en relación a los objetivos que se pretenden alcanzar. En efecto, el abordaje de determinados temas por personas especializadas1, por un lado, se nos proporcionan elementos muy precisos sobre los temas referidos, por otro lado, tiene generalmente el inconveniente de reducirlos a una dimensión demasiado individualizada, sin que se ponga en evidencia la relación con otros aspectos de la realidad. Esa ha sido, en lo que respecta a la cultura, la tendencia más frecuente. Ahora, sin embargo, se exige otra actitud. En el momento histórico actual, el trabajo esotérico debe, no sólo establecer la relación necesaria de armonía con el todo, sino también hacer una desocultación de ciertas enseñanzas, que se han mantenido, de cierto modo, “veladas”2. Lo que no significa, evidentemente, que se tenga que bajar el nivel en el que obligatoriamente se sitúa la Ciencia Esotérica. Hoy, como en el pasado, hay valores que deben ser respetados; y quien pretenda avanzar en la Vía del Conocimiento deberá ser precavido en relación a la proliferación, con fines casi únicamente comerciales, de una falsa literatura esotérica, así como en relación a un determinado tipo de experiencias y de manifestaciones paranormales, provenientes casi siempre de niveles inferiores de consciencia.

Este trabajo de desocultación exige que se estudie y se compare el pensamiento esotérico de los diferentes sistemas, ya que la Tradición es única. Así, el estudio comparado del Cristianismo, el Budismo, el Taoísmo, el Sufismo... nos permitirá comprender mejor esa Verdad única que se encuentra subyacente en todos estos sistemas; pero nunca debemos olvidar que esta misma Tradición es y ha sido presentada bajo múltiples formas, perfectamente adaptadas al espíritu del pueblo al que eran dirigidas. De ahí que, para el mundo occidental – cuya mentalidad se formó sobre todo con la base del Nuevo Testamento – el medio más fácil o, mejor, menos difícil, para alcanzar el Conocimiento, sea seguir el pensamiento esotérico que se encuentra basado en la Tradición Cristiana.

Vamos, por consiguiente, a abordar el Sufismo, no con la actitud del especialista, que no lo somos, sino siguiendo una perspectiva en la que nos vamos a situar: comparando este sistema de pensamiento con otros y, principalmente, con la tradición occidental, en el sentido de, por un lado procurarnos esa Verdad común a todas ellas, y por otro, determinar lo que pueda haber específico del Sufismo.

¿Qué es el Sufismo?

Según el Profesor R. A. Nicholson, considerado el mejor especialista europeo en el Sufismo 4, este es indefinible 5. Con todo, existen algunos aspectos a los que no debemos dejar de referirnos: el primero es que el Sufismo no es una religión, sino una esencia de todas las religiones en un método universal de pensamiento; lo segundo es considerar la libertad absoluta como condición indispensable para la salvación; lo tercero – y tal vez lo más importante – es colocar el Amor por encima de todas las cosas. Así, el Sufismo está encima de toda una filosofía de Amor que, en su exponente más elevado, se identifica con Dios, pasando también por la identificación con todos los seres 6. Sólo el Amor – que es el mismo Dios – y no el Intelecto, permite alcanzar lo Divino. Al-Sabbâk relata que “Dios, después de crear el Intelecto, le preguntó: “¿Quién soy yo?” Y el Intelecto enmudeció. Entonces, Dios le aplicó sobre la vista el colirio de luz de su Unicidad, y el Intelecto, abriendo los ojos, dijo: “Tu eres Dios, y no hay otra Divinidad que no seas Tú” pues, no competía al Intelecto conocer a Dios – concluye Al-Sabbâk – a no ser por medio del propio Dios.

El Sufismo surgió en el siglo VIII D.C. 7, constituyendo, por así decirlo, el aspecto interno del Islamismo 8, cuyo objetivo es la purificación del corazón. Sus miembros son místicos musulmanes que se organizaron al margen de las autoridades ortodoxas que los censuraban por su individualismo y por la aversión a una enseñanza coránica sistematizada. Acabaron, sin embargo, por reconocerles importancia en el plano de la espiritualidad, permitiendo por eso la apertura en el año 250 de la Hégira (980 D.C.) de una cátedra oficial de Sufismo en la mezquita del Cairo.

Al contrario del Hinduismo – que desarrollaba varios métodos espirituales, separando el jnâna (vía del Conocimiento), el bhakti (vía del Amor) y el Karma (vía de la Acción) – el Sufismo tiene a una síntesis de estos tres métodos. Pero el énfasis incide, como ya evidenciamos, en el Amor, que es, simultáneamente, Conocimiento y Acción. Y, si existen diferencias, de acuerdo con cada cofradía (tarîqa) 9, en líneas generales podemos decir que el método del Sufismo se asenta en cuatro aspectos fundamentales: la invocación (dhikr) incesante de Dios, olvidando todo lo que no sea Él; la meditación (fikr), que solo tiene algún valor si abre el acceso al dhikr, la guardia del corazón, que resulta de la acción recíproca de la meditación (fikr) y de la irradiación provocada por el dhikr, de donde surge una “visión del corazón”, que permite captar la Esencia divina; la preservación de la ligazón con el Maestro (Sheik), que exige la obediencia total del discípulo en relación a todo lo que el Maestro diga. Se cuenta, a propósito de esto, que un Maestro pidió a dos de sus discípulos que fuesen a buscar camellos para hacerlos superar un muro. El primero no hizo la menor tentativa de hacer lo que el Maestro le pedía, argumentando que el sentido común le decía que era imposible satisfacer la petición del Maestro. Entonces, el Maestro le apartó, preguntando después al otro discípulo por qué intentaba lo imposible. Y este le respondió que también el sentido común le demostraba esa imposibilidad, pero sabía que el Maestro pretendía poner a prueba su obediencia.

A pesar de que el Sufismo es, como es evidente, una Vía interior, no excluye, en modo alguno, las reglas exteriores presentes en el Corán; sino que, por el contrario, las considera indispensables, incluso para el hombre más santo y más justo. Dice un tratado antiquísimo: “Una regla no animada por el espíritu de la Realidad no tiene valor, de la misma manera que todo espíritu de la Realidad no estructurado por la Ley es incompleto.” Como vía interior, las experiencias de los místicos Sufí no difieren esencialmente de las experiencias de los místicos de otras religiones. Así, al entrar en comunión con Dios, Al-Hallâj exclamó: “Anna-lhaqq” (Yo soy la Verdad), lo que hace recordar inmediatamente la afirmación de Jesús: “Yo soy el Camino, la Verdad y la Vida”. Evidentemente afirmaciones de esta naturaleza no son generalmente bien aceptadas, y por ello, Hallâj fue condenado por los musulmanes a una muerte cruel, del mismo modo que Jesús fue condenado por su propio pueblo.

Nûri, discípulo de Junnayd, decía que el Sufí “es alguien que no se liga a nada y no es ligado por nada, que no posee nada y que no es poseído por nada”. Esta “pobreza de espíritu” que es, además, el mismo ideal de “desapego” expresado por el Budismo, deberá conducir a la extinción del “yo”. Así, en un interesante poema Sufí, se cuenta que Dios tenía dicho a Moisés: “Si vieras al Diablo, pregúntale cuál es su palabra clave” Y Moisés así hizo. Cuando encontró al Diablo le preguntó inmediatamente cuál era su palabra clave. Y el Diablo respondió: “Mi palabra clave es ‘Yo’, por eso, nunca digas ‘Yo’ si no quieres parecerte a mí”.

Pero, este ideal de “pobreza en espíritu” no encuentra apenas correspondencia en la actitud de “desapego” de los Maestros del Budismo. Es también el mismo ideal que Jesús expresó en el Sermón de la Montaña (“Felices los pobres en espíritu porque de ellos es el Reino de los Cielos” – Mateo, 5-3) siendo seguido apasionadamente por San Francisco de Asís, el cual, según se dice, fue recibido, cuando las Cruzadas, por un príncipe árabe que lo inició en el Sufismo. Entonces, predicó a las aves algunos años después de que el místico Sufí Rumi, hubiera predicado a los perros.

Una Filosofía de Amor

Siendo una Filosofía de Amor, el sufismo tiene, evidentemente, mucho en común con el Cristianismo. Así, para conservar la “guardia del corazón”, el hombre debe dar muestras de una vigilancia permanente (mura-qabah), lo que corresponde, como se sabe, a la práctica de “orar y vigilar”, aconsejada en el Nuevo Testamento. Sólo de ese modo se podrá conocer lo divino y alcanzar el estado de Hombre Perfecto (Ahsantaqwîn), que es aquel que se identifica con Dios. Sus atributos deberán ser la humildad, la paciencia, la fidelidad y, por encima de todo, la veracidad (sidq), que consiste en ver las cosas como son, olvidándose de sí mismo. Decía Al-Hallâj, el mayor místico del siglo X: “Me torné en Aquel que yo amo y Aquel que yo amo se tornó yo. Somos dos espíritus fundidos en un solo cuerpo”. Jesús, expresando la misma identificación, se limitó a decir: “Yo y el Padre somos Uno”

El Hombre Perfecto debe, por tanto, alcanzar la unidad con Dios. Pero, para que eso sea posible, es necesario que se libere de todos los velos de la ilusión. Estos velos se dividen en dos categorías: los velos oscuros (tentación, cólera, deseos...) y los velos claros (castidad, exceso de humildad...). Estos velos claros constituyen una peligrosa trampa, donde son fácilmente atrapados los adeptos mal preparados, pues, pareciendo conducir a la extinción del “yo”, alimentan aún más la personalidad. La unidad se expresa a través de cinco grados: 1º - “No hay otro Dios sino Alá”, 2º - “No hay otro él sino Él”, 3º - “No hay otro tú sino Tú”, 4º - “No hay otro yo sino Yo”, 5º - “No se puede formular, porque no hay unión ni separación, ni alejamiento ni aproximación. Es el mundo divino”.

Para el Sufismo, el hombre fue creado con las más admirables proporciones (ashan taqwîn), habiendo sido, en seguida, precipitado hasta el nivel más bajo (asfal sâfilîm). Ahora, deberá pasar del estado de asfal sâfilîm al de ashan taqwîn. Jesús explicó esta larga peregrinación mediante la Parábola del Hijo Pródigo.

A pesar de que el Sufismo es la esencia de las principales religiones, tiene aspectos específicos que, como hemos visto, caracterizan su método. Entre ellos, es costumbre atribuir especial relevancia a la danza cósmica de los derviches, porque la danza, para los Sufí, expresa mejor que las otras artes la Creación Divina. Mientras que en otras artes el artista no precisa estar presente, en la danza debe estar presente el bailarín, representándose de ese modo la trascendencia e inmanencia de Dios. Mevlana, también conocido como Rumi, fue el primer derviche bailarín. La música y la danza fueron la forma de expresar su reconocimiento a Dios. Enseñó entonces a sus discípulos cómo debían proceder: con los pies superpuestos, el izquierdo ritualmente sobre el derecho, la mano derecha en el aire para recibir el don del cielo, la espada dirigida hacia abajo, para difundir el saber, y deberían girar en torno a un centro, a semejanza de los planetas girando alrededor del Sol.

Otro aspecto característico del Sufismo son sus máximas y las historias divertidas de Narusddin Hodja, personaje legendario en todo Oriente Medio y del que diversos países reclaman la nacionalidad. Se trata, sin embargo, de un Sufí turco que vivió en el siglo XIV. Las “gracias” de Narusddin corresponden a una especie de retrato caricaturizado de la humanidad y deben ser entendidas a diversos niveles de profundidad. He aquí algunos ejemplos:

“Cierto día, Narusddin atravesaba un río, llevando a un profesor en su barco. Como Narusddin era muy inculto, dijo, en determinado momento del viaje, una palabra incorrecta que provocó la risa del profesor. “¿Nunca aprendiste gramática?” – le preguntó el profesor. “No”, respondió Narusddin. “Entonces, perdiste la mitad de tu vida” le dijo el profesor. Algunos minutos más tarde, le preguntó el barquero al profesor: “¿El señor nunca aprendió a nadar?” Y ante la respuesta negativa del profesor, Narusddin replicó: “Entonces perdiste toda tu vida, porque vamos a hundirnos”

La sutil percepción del Sufí le permite alcanzar niveles de entendimiento inalcanzables para la común de las personas. Por eso, no se debe ver en estas historias apenas una diversión, aunque, en cierto modo, sea ese también su objetivo.

José Florido

Licenciado en Filología Románica, Profesor de Literatura y Cultura Portuguesa, Autor de varios libros, entre ellos: “Pietro Ubaldi, Reflexiones” (editado por el CLUC); “Conversación inacabada con Alberto Caeiro”; “Agostinho da Silva” y diversas obras didácticas.


NOTAS

1.- Insistimos en la diferencia que debe ser establecida entre “especialidad” y “función”. Así, aquel que se especializa ejerce, generalmente, una actividad que se aísla de todo en lo que debería estar integrado; sin embargo, aquel que ejerce su función la ejecuta como expresión individualizada de ese mismo todo. La función corresponde a la noción que la doctrina hindú denomina como swadharma, que representa la realización para cada ser humano, de una actividad conforme a su esencia.

2.- El proceso de desocultación deberá ser hecho, en la medida de lo posible, de acuerdo con la regla de oro: “Decir lo que es preciso, en el momento preciso, y a quien le sea preciso”.

3.- Encontramos oportuno destacar el hecho de los maestros espirituales, como fenomenalista y paranormal. Así, en el Deuteronomio XVII, 9-12, podemos leer: “Cuando hayas entrado en la Tierra que el Señor tu Dios te ha de dar, guárdate de imitar las abominaciones de aquellas gentes. No se hallará entre vosotros quien (...) consulte adivinos u observe sueños o augurios, ni que use maleficios, ni que sea encantador, o indague de los muertos la Verdad. Porque el Señor abomina todas estas cosas, y por esas maldades exterminará esos pueblos a tu entrada.” En esta cita, los “adivinos” son los que leen el futuro; “los que usan maleficios y son encantadores”, son los hipnotizadores, “quien indague de los muertos la Verdad”, se refiere a quien invoca a los espíritus.

4.- Existen muchas etimologías posibles para la palabra “Sufismo”. Con todo, se considera, con preferencia, que Sufismo deriva de sûf, que designa una vestimenta de color blanco, usada por los primeros místicos en señal de humildad.

5.- “Definir” significa, de acuerdo con su etimología, “atribuir un fin”, es decir, “determinar la extensión y los límites de un objeto o de un ser”. Ahora bien, debido a la universalidad del Sufismo, no es posible determinar sus límites, siendo, por esa razón, indefinible.

6.- La historia Sufí que transcribimos a continuación muestra la importancia atribuida a la identificación: “Un hombre llama a la puerta de la casa de su amada. Se oye una voz: “¿Quién es?” El hombre responde: “Soy yo”. Y la misma voz dice: “No puedes entrar porque no hay sitio para dos personas” Y la puerta permaneció cerrada. Algunos meses después, el volvió a llamar a la puerta de su amada. Y esta volvió a preguntar: “¿Quién es?” “Eres tú”. Entonces, la puerta se abrió.”

7.- Se trata del primer siglo de la Hégira (emigración), que es la era de los Mahometanos. La Hégira comienza el 16 de julio de 622 de nuestra era, fecha en que Mahoma huyó a la Meca para exiliarse en Yatrib. En cuanto a la Era Cristiana, que se basa en el calendario gregoriano, cuenta el tiempo en años solares, la Era islámica los mide en años lunares, que son once días más cortos. Así, todos los musulmanes calculan los años a partir de la fecha del 16 de julio de 622 (1º día del año lunar).

8.- Islamismo deriva de Islam, que es un sustantivo con la misma raíz que el verbo aslama, que significa “someterse”. El participio activo de este verbo, muslin, designa a “aquel que se somete”. De ahí derivó el término musulmán, que significa “aquel que se somete a Dios”.

9.- A partir del siglo XII, los Sufis se congregaban en Cofradías (tariqâ), aprovechándose de la influencia de los grandes místicos. Por orden cronológico, indicamos las más importantes: a Quâdirîya – fundada por Abd-al-Qâir (1078-1166); a Sohrawardîya – creada por Shihâd al-dîn Sohrawardî (1144-1234): a Rifâiya – fundada por Ahmad ar-Rifâi (1106-1182); a Kubrâwîya – fundada por Najm al-dîn Kubrâ (1145-1221); a Shâdhilîya – fundada por Abul Hassan ash-Shâdhilî (1196-1258); a Mawlawîya – fundada por Djalâl al-dîn Rumî, llamado Mawlânâ (1207-1273). La práctica más original de esta orden es la famosa danza cósmica que hace atribuir a sus miembros la designación de derviches bailarines; a Naqshabandîya – fundada por Bahauddin Naqshabandi (1340-1413).

Parroquias moriscas



Fonte: http://www.webislam.com/?idt=14181

Fernando el Católico se comprometió en las Cortes de 1510 a respetar las creencias islámicas de los mudéjares aragoneses y valencianos. Pero este pacto se rompió una década más tarde. Primero fueron las tropas agermanadas las que obligaron a bautizarse a los musulmanes durante la rebelión armada que se produjo entre 1519 y 1521. Esta conversión forzada fue legalizada por Carlos I en 1524. A los mudéjares entonces solo les quedaban dos alternativas: convertirse al cristianismo o el destierro. Optaron en masa por la conversión, pero solo de manera formal. Desde entonces pasaron a denominarse moriscos o cristianos nuevos.

Evangelización

El historiador Halpherin Dongui divide los casi noventa años de historia de los moriscos valencianos en varias etapas. La primera abarca de 1520 a 1570 y está dominada por la conversión y la evangelización.

Durante los cinco primeros años de esta primera etapa la conversión se llevó a cabo sin control, siendo los doctores de la doctrina islámica, los alfaquíes, quienes sufrieron mayor represión por parte de la Inquisición.

El 13 de septiembre de 1525 se promulgó la anunciada orden de conversión de los moriscos y, al amparo de la misma, las autoridades eclesiásticas iniciaron la primera campaña organizada de evangelización. En Valencia, capital del reino, se celebraron masivos bautizos en 1526.

Resistencia

Sin contrapartidas a cambio de su conversión, obligados a pagar impuestos como moros pese a ser ya oficialmente cristianos, los moriscos pronto empezaron a mostrarse reticentes ante la asimilación que les obligaban a seguir, por considerarla injusta. Algunos decidieron esconder a sus hijos para evitar su bautismo; la mayoría optó por practicar la taqiyya. En la sura 16 del Corán, en la primera de las aleyas contra los apóstatas, se lee: "Sobre quien reniega de Dios después de su profesión de fe (se exceptúa quien fue forzado, pero cuyo corazón está firme en la fe), y sobre quien abre su pecho a la impiedad, sobre ésos caerá el enojo de Dios y tendrán un terrible tormento". En tal excepción se basa la taqiyya (en árabe, "precaución"): bajo el dominio de un grupo hostil, el musulmán no está obligado a convertirse en un mártir o a sentir remordimientos, ya que tiene la posibilidad de plegarse a la simulación, abjurar públicamente de su fe musulmana inclusive, siempre y cuando la conserve en su corazón y la practique en secreto.

Esta resistencia, casi siempre simulada, a la conversión al cristianismo de los moriscos se vio favorecida, como ya sabemos, por los señores y alimentada por una remota esperanza, encarnada en el Turco, enemigo feroz del emperador cristiano que los oprimía; así como en los piratas berberiscos, quienes mucho más próximamente amenazaban las costas valencianas. No eran pocos los moriscos que ansiaban una invasión turca, un desembarco masivo de sus correligionarios que los liberasen del yugo cristiano. Una liberación global que no llegó a producirse, aunque sí se llevaron a cabo numerosos desembarcos y rescates puntuales, tal como veremos más adelante.

Mientras en las ciudades y pueblos donde predominaban los cristianos viejos se limitaban los moriscos a simular su conversión, allá donde eran mayoría, especialmente en las aldeas montañosas, mostraban un rechazo mucho más abierto a la misma. Estas demostraciones de rebeldía, en ocasiones manifestadas incluso ante la presencia de los párrocos, quedaban casi siempre impunes, sobre todo en los lugares más apartados y, casi siempre, amparadas por los señores.
En 1543, realizando un periplo misional, fray Bartolomé de los Ángeles se encontró en Muro con Miguel Fenollar, enviado por el señor de Benillup, quien le prohibió que siguiera predicando y bautizando moriscos, para evitar así que éstos huyeran y abandonaran el cuidado de los campos, lo que acarrearía la ruina del señorío. Esta prohibición contrastaba con la prudente libertad con que los moriscos practicaban su fe musulmana. Tanto era así, que precisamente en Muro residía uno de los más importantes alfaquíes del reino de Valencia: Adam Xubuch, antiguo cadí, respetadísimo y considerado como un gran sabio en la doctrina islámica.

En el antes citado memorial de 1560 que presentó la Inquisición a Felipe II, entre las muchas faltas y blasfemias cometidas por los moriscos, se denunciaba el caso del párroco del Valle de Ebo que fue capturado por sus propios feligreses y enviado a Argel, donde debió rescatarse por sus propios medios: "Ytem (É) maltratan á los que predican la palabra de Dios y amonestan que no hagan ceremonias mahometicas, como se ha visto que hizieron en el Vall de Ebo los moriscos de allí con su Rector y porque reprehendio á un morisco que no circuncidasse á su hijo le captivaron y vendieron y el mismo Rector se huvo de rescatar".

A estos ejemplos de resistencia a la conversión podríamos añadir aquellos ya conocidos por el proceso inquisitorial contra el almirante de Aragón, Sancho de Cardona, con la reconstrucción con su permiso de una mezquita en Adzaneta y su firme oposición a que los moriscos de dos de sus alquerías en el Valle de Alcalá fueran obligados por el párroco del lugar a bautizarse y a oír misa.

A pesar de esta resistencia, la campaña de catequización del cristiano nuevo se llevó a cabo con tanta paciencia como infructuosidad. Este fracaso se debió principalmente a la falta de coordinación entre las autoridades eclesiásticas y civiles.

Nuevas parroquias

Para subsanar esta falta de coordinación, en 1535 fue nombrado para el reino valenciano un nuevo comisario apostólico, Antonio Ramírez de Haro, obispo de Ciudad Rodrigo, quien llegó a Valencia ungido con una doble autoridad: civil y eclesiástica. A partir de entonces, se impulsó la creación de 190 nuevas parroquias en territorio morisco, rehabilitando para ello muchas de las antiguas mezquitas. Pero dos fueron los principales problemas con que se encontró el comisario Ramírez de Haro para desarrollar este proyecto.

El primero de estos problemas fue el de la financiación. Por ser musulmanes, los mudéjares obviamente no habían pagado diezmos a la Iglesia, pero ahora que eran moriscos, o mejor cristianos nuevos, sí que debían de hacerlo. Sin embargo, los diezmos no siempre iban a parar a manos de los párrocos: a veces se los llevaba el capítulo de una catedral, a veces se los llevaban los señores. En esta ocasión, por ser casi todos los moriscos vasallos de señores, fueron éstos quienes se quedaron con la mayor parte de los diezmos. Como consecuencia, las parroquias moriscas carecían de fondos propios y la cantidad con que se dotó a cada párroco fue de treinta libras anuales, cantidad ridícula que suponía un salario miserable. Esto dificultó sobremanera la tarea de encontrar titulares para las parroquias moriscas.

El segundo obstáculo con que se encontró este proyecto agravaba aún más este problema de encontrar sacerdotes que aceptaran encargarse de las nuevas y conflictivas parroquias: el rechazo de los propios moriscos a escuchar siquiera las prédicas de los curas. Resultó por tanto que muchas de estas iglesias se encontraban vacías, incluso de párrocos. Muchos de ellos se quedaban en los núcleos cristianos más cercanos a sus parroquias. Desde allí se desplazaban de vez en cuando a su teórico destino, casi siempre a petición expresa de algún cristiano viejo. Así ocurría por ejemplo en Murla, pueblo cristiano (aunque con importante aljama morisca), donde, además del párroco propio, residían otros que tenían sus parroquias en poblaciones vecinas, como Orba, Benidoleig, Alcalalí, La Llosa, Parcent, Tárbena, Benichembla, Castells, Valle de Laguaré, todas ellas moriscas y con mezquitas reconvertidas en iglesias vacías.

Se il turchese non vi piace...




Un Porta a Porta chiuso in faccia all’Islam




Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/un-porta-a-porta-chiuso-in-faccia-allislam/

Vivo al Cairo da dodici anni, parlo con cognizione di causa: mai assistito a una trasmissione tanto mistificante nei confronti dell'Islam e della sua complessità come il Porta a Porta del 14 ottobre. Ospiti in studio Paolo Ferrero, Rosy Bindi, Ignazio La Russa, Suad Sbai, Roberta Pinotti e la "giornalista" di Panorama Silvia Grilli. In collegamento esterno, Mara Carfagna, Daniela Santanché, l'imam Abdel Hamid Shaari della moschea di Viale Jenner e il "giornalista" del Corriere della Sera Guido Olimpo dagli Stati Uniti.

Certamente tedioso, oltreché impossibile, riproporre ora nel dettaglio le singole fasi del programma. Necessario invece – forse anche un po' tedioso, ma è la ridondanza delle anomalie italiane a imporre la ridondanza del disappunto – segnalare che siamo di fronte a un consapevole, intenzionale ribaltamento della realtà dei fatti. E, più in generale, a una formidabile ignoranza delle articolazioni in cui si configura l'Islam, sia in rapporto alla questione del velo integrale (burqa, chador o niqab) intorno a cui si sviluppava la trasmissione, sia in rapporto alla questione dell'integrazione su cui si esercitavano tanto fantasie buoniste quanto miopi rancori a sfondo razziale.

Intanto sgombriano il campo da una delle più macroscopiche enormità che abbiamo dovuto ascoltare: Mohammed Game, il libico che ha messo in atto il simulacro di attentato contro la caserma dei carabinieri Santa Barbara di Milano – di cui la Rai e Porta a Porta in particolare hanno voluto leggere il senso come avvisaglia di una prossima minaccia terroristica di stampo islamico in Italia – non è il portatore di una cultura religiosa integralista e non riconduce, allo stato e con elementare verosimiglianza, ad alcuna cellula islamica clandestina: basti pensare alle modalità dilettantesche dell'azione e a quel "fai da te" menzionato persino nel titolo della trasmissione. È l'espressione di una condizione di disagio la cui lettura solo un giornalismo prono ad altro che alla verità dei fatti può, decide di collegare a un'ipotesi di jihadismo.

Qualora le espressioni di violenza frutto della degradazione, morale o sociale che siano, venissero sistematicamente ricondotte, e indistintamente, al piano della cospirazione, ci troveremmo infatti a dover considerare ispirati sistematicamente, e indistintamente, dall'alto anche i ragazzi del cavalcavia, gli ultras degli stadi, i black block e qualunque altro degenerato prestato alla violenza: il processo, le scaturigini, sono invece esattamente opposte. Non si tratta di derivare, o dedurre, il gesto criminale da questa o quella ispirazione ideologica (o religiosa), ma di estorcere a questa o quella dimensione ideologica (o religiosa) l'avallo arbitrario per una criminalità che si manifesta a priori. In altre parole, si tratta di non ricondurre verso l'alto una degenerazione che è invece prodotto del basso e ha cause e determinazioni che solo a partire dalle condizioni di tale basso possono essere lette e interpretate nella loro corretta fisionomia.

Fintantoché – come è accaduto a Porta a Porta – si mira a instillare il sospetto che un atto di violenza dalla parvenza terroristica (peggio: dalla parvenza di terrorismo islamico) sia necessariamente di derivazione religiosa (o ideologica), si abbandona in partenza l'unico terreno di analisi logicamente implicato in una simile indagine, quello della natura sociale e esistenziale (ergo, privata e individuale) del disagio da cui l'atto scaturisce. Disagio che non presuppone una sociologia illuminata per comprendere da quali condizioni elementari provenga.

Già questo dovrebbe farci considerare con allarme l'allarmismo degli allarmati. Poiché, se accogliamo come plausibile a livello giornalistico che, alla nazionalità o fede di un attentatore, debba corrispondere un a priori di ispirazione ideologica (o religiosa) – o addirittura una derivazione ideologica (o religiosa) – all'informazione e al dibattito abbiamo già sostituito la propaganda. E alla propaganda abbiamo implicitamente assegnato quello sfondo teleologico che esclude la razionalizzazione oggettiva del problema.

Di propaganda infatti si tratta quando deliberatamente, o per fragilità deontologica – ma le due cose sono forse di dispari grado e gravità? – il piano univoco su cui la discussione viene veicolata è determinato dalla domanda: "Il signor Game era o non era legato a qualche gruppo estremistico islamico?". Domanda che, se costituisse un imperativo di chiarificazione, dovrebbe allora essere posta in qualunque circostanza ci trovassimo di fronte a un atto criminale, evidentemente con l'ovvio effetto comico derivato dall'induzione. Immaginate la perversità umoristica della domanda: "Lo stupratore X della bambina Y era o non era legato a una setta di adoratori di Nabokov?", "Il colombiano Z che ha derubato la vecchia W era non era collegato a un cartello di trafficanti di Medellin?", "Il cubano che ha lanciato il petardo nello stadio di K era o non era legato a un gruppo di irriducibili seguaci del Che?". Sfioreremmo il ridicolo, e solo all'imbarazzo potremmo chiedere perché siffatta risibilità non entra mai nel computo quando si tratta di induzioni dal radicalismo islamico.

La domanda che dobbiamo porci è dunque giocoforza, prima che di ordine deontologico, di natura morale. Quale ragione motiva un immediato rimando al fondamentalismo islamico quando si tratta di un atto criminale perpetrato da un musulmano e, per contro, alcun richiamo analogo verso questo o quel serbatoio ideologico o religioso (o identitario) quando si tratta di altri attori di equivalenti forme di criminalità? E più precisamente, quale ragione motiva ipotesi o illazioni di derivazione dall'alto di atti criminali quando siano perpetrati da musulmani e, viceversa, sempre di ispirazione all'alto quando si tratta di atti criminali perpetrati da non musulmani? Perché un fanatico adolescente tedesco che spara all'impazzata in un liceo è aprioristicamente qualificato come "deviato" nella sua imitatioHitler, mentre un musulmano che un'altrettale deviazione paga nei confronti di un Islam fanatizzato lo si suppone orientato da esso (e non ad esso patologicamente orientato)? Perché la causa dei crimini viene ricondotta nel secondo caso all'Islam fanatizzato mentre nel primo nessuno ha l'ardire di affermare che causa della strage nella scuola sarebbe la presenza di cellule naziste in Germania? Perché, nel primo caso, il pericolo è colto in alto e nel secondo in basso (quando per entrambi è dal disagio in basso che scaturisce l'aberrazione)? Chi decide, e perché, il discrimine che impone o viceversa nega l'induzione da e di contesti separati dalle ragioni in sé della criminalità?

La risposta è nel presupposto della domanda: se non si tratta di fragilità deontologica si tratta di propaganda. E se si tratta di propaganda non può trattarsi di giornalismo. E se non si tratta di giornalismo, perché gli organi di controllo e autorità ignorano questi subdoli approcci strategici?

Veniamo allora al merito della puntata. Dicevo, all'inizio, che vivo al Cairo da dodici anni. Troppi – se esiste una durata per la coscientizzazione responsabile – per ritenere che l'Islam sia la caricatura che l'Occidente ha deciso di sovrapporre, in virtù di paure di comodo, alla complessità che lo attraversa e alla storia che lo sospinge fino a noi nei modi di quell'esasperato repli identitaire in cui lo osserviamo. Ma troppi, anche, per valutare o sopravvalutare la minaccia islamica come lo spauracchio che gli stessi "creatori" di Ben Laden – l'Occidente (almeno a partire dall'occupazione sovietica dell'Afghanistan e poi dalla guerra Iran-Iraq) – utilizzano a difesa delle azioni di guerra promosse in nome di una finzione di pace, di una finzione di democratizzazione del pianeta e di una insincera volontà di distensione dei rapporti fra civiltà.

Ma troppi, soprattutto, per ignorare che l'islamizzazione (o neo-islamizzazione) interna ai paesi musulmani (e di conseguenza esportata nei paesi della diaspora) è un fenomeno recente che cresce di pari passo con l'imperialismo e si alimenta in primis (secondo le mille possibili forme di ermeneutica coranica) delle politiche di discriminazione nei confronti dei paesi arabo-musulmani. Troppi, quindi, per non accorgermi che l'esasperazione dei rapporti – la fanatizzazione dell'Islam, l'ideologizzazione della fede, la politicizzazione delle religio (datasi in termini di anti-sionismo negli anni Trenta, di anti-colonialismo poi e di anti-imperialismo oggi) – procedono, e si acutizzano, in primo luogo in virtù di quelle politiche che, nel segno della propaganda sorda all'analisi, vorrebbero – da noi e in genere in Occidente – considerare la minaccia indipendente da qualunque condizione storica o politica globale. E soprattutto da qualsivoglia "nostra" responsabilità parallela e contemporanea alla predicazione dei vari salafismi, wahabismi ecc.

Ed è appunto qui che i disinvolti apriorismi di Porta a Porta si fanno perniciosi. Trasmissioni come quella del 14 ottobre riproducono, in piccolo, ciò che in grande è il predominio della Propaganda sull'Analisi: la subordinazione del giudizio al pre-giudizio, il perpetuarsi di quel fenomeno di chiusura e fanatizzazione che, lungi dall'essere autodeterminato, è la stessa propaganda (che dice di scongiurarlo) a fertilizzare (sarebbe più appropriato dire a "concimare", visti i moventi).

Il caso in questione del velo integrale rappresenta l'ipostasi del problema generale. E tale problema non è la critica – e il necessario adattamento legale – che i musulmani della diaspora devono accogliere una volta giunti in Italia ma le forme di tale critica e i modi di tale adattamento. Vale a dire l'atteggiamento corretto (culturale e politico) che andrebbe assunto nell'affrontare il tema dell'adeguamento dei princìpi e dei costumi della cultura di provenienza a quelli della cultura di arrivo.

Il velo integrale è solo una cartina di tornasole, un casus belli, intorno a cui si raccolgono tutte le altre questioni fondamentali: la condizione e il rispetto della donna, i diritti delle minoranze, il rispetto della nostra carta costituzionale, il rapporto fra religione e laicità. Ma è anche un caso paradigmatico. Poiché, intorno al velo, si raccolgono gli estremisti di questo e quel fronte, e la discussione intorno all'opportunità di accoglierlo o respingerlo (di come accoglierlo e se e quanto respingerlo) investe per intero la grande questione dell'alterità – che certo non si scioglie ignorando il velo o risolvendo legalisticamente il problema del velo.

Diciamolo senza indugi. Tutti – laici, cattolici, destrorsi e sinistrorsi – tutti, in Italia, guardiamo con fastidio al velo integrale. Sia esso niqab, chador, burqa o quant'altro. Aldilà di qualunque ipocrisia di matrice esotistica il velo integrale rappresenta infatti, per ciascuno di noi, in primo luogo una violazione della legge, in secondo una simbolizzazione sinistra di una condizione femminile di subalternità e, in terzo, una forma esasperata di espressione identitaria che male si attaglia col principio secondo il quale la libertà non deve ledere – provocatoriamente, come ci ricordava John Stuart Mill – quella altrui. E certo è "illiberale" e "provocatorio", in un contesto di emancipazione post-sessantottarda, far coincidere espressione e nascondimento della persona, almeno se diamo per acquisita la nozione laica secondo cui la "maschera" può aver al più un'applicazione rituale.

Detto questo non nascondiamoci dietro un dito. Il problema in Italia non è il velo integrale (che attualmente copre un migliaio di donne e non ha ancora assicurato nessuna forma di attentato: se escludiamo quelli al comune senso dell'impudicizia che, come sappiamo, assolve più disinvoltamente forme mitigate di pornografia come il Grande Fratello e la varia congerie dei mercimonii d'alto bordo). Il problema sono le modalità e le forme di approccio alla sua eventuale diffusione. E qui Porta a Porta ha perso un'occasione preziosa. Invece di dare per scontata la reazione della gente di fronte a un capo d'abbigliamento evidentemente estraneo ai suoi costumi e quindi evidentemente scioccante a prescindere da qualunque retrosenso religioso, ha enfatizzato tale reazione concedendo alla "giornalista" di Panorama Silvia Grilli (che coperta di chador ha girato per due giorni per le strade di Milano e dintorni) spazio e risonanza tali da tradurre la parodia di tale reportage in una autentica azione camuffata di propaganda. Va da sé, a danno non solo dei musulmani ma di qualunque utile discorso di integrazione e di relazione con loro.

Il modo, quindi, la forma. Il modo e la forma – l'approccio, le coordinate analitiche e l'impostazione dei criteri di indagine – non rappresentano varianti equivalenti di una indifferenziabile analisi dell'Islam. Ma le forme possibili di una Propaganda occulta o, viceversa, di una onesta e corretta Informazione. Presumere che si tratti di informazione, e non di propaganda, affermare trionfalmente che gli italiani – a seguito di quella spettacolare passeggiata provocatoria tra i meneghini – "hanno dimostrato di essere contro il velo integrale" significa far torto contemporaneamente all'intelligenza degli italiani (che forse avrebbero gradito essere interrogati sul perché, e sull'ovvietà di tale perché, non gradiscono il velo integrale), al giornalismo (che è altra cosa dal divertissement al soldo della destra) e infine soprattutto ai musulmani (che per le strade di Milano hanno certamente reagito esattamente come tutti gli italiani: con lo stesso e ovvio stupore). In buona sostanza, significa aver veicolato quello stesso messaggio di ostilità e legittimazione al rifiuto (e quindi al razzismo) che la demagogia legalista della destra "al servizio dell'emancipazione della donna islamica" (ma quando mai?) pateticamente occulta sotto la sua pretesa di operare nel segno della sicurezza e della legalità.

Quindi Porta a Porta concede al pregiudizio, e all'ovvietà, lo spazio che una trasmissione di tale risonanza – su un tema di tale rilievo – dovrebbe al contratrio concedere all'interrogazione e all'indagine.

Ma non finisce qui. Complici i "se" e i "chissà" di La Russa, la sensibilità monolitica "alla Huntington" di Guido Olimpo in collegamento dagli Stati Uniti e le varie articolazioni e declinazioni di un futuro immaginario di possibili minacce terroristiche islamiche in Italia, su cui claudicava allegramente il programma (sarebbe interessante contare i riferimenti ai fatti e al presente e, per converso, il profluvio di ipotesi, illazioni, preveggenze e prescienze sugli scenari "futuri" di questa "immaginaria" Italia dominata dallo spettro del terrorismo jihadista, assente quanto sempre incombente), il problema dell'Islam si è trasformato miracolosamente da questione reale in problema ipotetico e profetico. E la valutazione dell'esistente in congettura allarmistica (cioè propagandistica) sull'esistibile.

E qui il meglio lo hanno dato le predizioni e la chiaroveggenza di La Russa; il quale, suggerendo a più riprese, spalleggiato dalla Santanché, che Mohammed Shaari non avesse diritto a partecipare alla trasmissione (sic!), ha collezionato una tale casistica di fantomatici scenari futuri da indurre il sospetto che, se il presente indicativo ha ancora voce in capitolo in una trattazione giornalistica dell'esistente, deve valere più o meno come una capricciosa fissazione da positivisti: cioè che la storia ipotetica futura è ormai l'unico solido contesto di riflessione per chi voglia affrontare seriamente le problematiche poste dall'Islam della dispora. Insomma, propaganda! Lo spauracchio della minaccia come sfondo davanti al quale imbastire il risaputo spettacolo della legittimazione dell'autorità e della forza.

Detto questo, c'è da chiedersi quali spazio potranno avere e quando le voci che, nel mondo islamico, lavorano da anni per superare dall'interno – del tutto ignorate dai media italiani – le derive salafite che si stanno propagando entro le loro società e di conseguenza verso l'Islam della diaspora. Voci che non enfatizzano – come purtroppo accade per quell'ossimorica figura di moderata integralista che è Suad Sbai – il fronte contro fronte come unica prospettiva di confronto possibile fra Islam e Occidente, fra cultura religiosa e cultura laica, ma intraprendono un paziente e complicatissimo lavoro di autocritica che è, probabilmente – come ci ricorda il recente Islam e modernità nel pensiero riformista islamico di padre Paolo Nicelli (Ed. San Paolo, 2009) – la sola vera strada maestra affinché il mondo islamico possa affacciarsi da noi altrimenti che come la minaccia che il profetismo allarmistico di La Russa e compari non fa che esasperare. Ma chi sono costoro? Chi li ha mai visti comparire da Vespa o in qualunque altra trasmissione di riflessione sull'Islam? Chi ha mai sentito nominare Nasr Hamid Abu Zeid, Abdullah Ahmed Al Naim, Abdullah Ahmad Badawi, Hassan Hanafi, Mohammed Arkoun, Abdelmeguid Charfi, Benzine Rachid e tutta quell'ampia schiera di "riformisti" minoritari che l'Occidente, da decenni, lascia colpevolmente nelle retrovie della loro solitaria battaglia di "svecchiamento" (tagdid) dell'Islam? Celebrando, inutile ripeterlo, soltanto i martiri della satira, dell'oltraggio e della provocazione, come Theo Van Gogh, Salman Rushdie e via elencando.

È drammatico. Ma è anche questo un segno dei tempi e della spettacolarizzazione del reale. Laddove l'Occidente lamenta la scarsità o assenza di interlocutori islamici moderati e progressisti – gli unici che potrebbero avere titolo per criticare quanto la sensibilità musulmana recepisce come indebita ingerenza o blasfemia se proveniente dall'esterno (si ricordino le famigerate vignette su Maometto) – nessuno spazio concreto viene però loro concesso. E, fra chi dell'Islam parla per sentito dire, chi ne valuta i fenomeni e l'insorgenza in Europa con la delicatezza buonista che rifugge la critica temendone l'assimilazione al pregiudizio, chi in malafede lo respinge sic et simpliciter, manca sempre la voce di chi, da lungo tempo, si adopera invece per darne una lettura moderna, uno statuto di religione compatibile con le logiche e le complicazioni della diaspora e una natura che trovi, nel laicismo, le forme plausibili di un accordo. Ma forse è troppo pretendere, se è alla propaganda che viene subordinato il giornalismo, che si possa un giorno riformare, prima ancora dell'Islam, il nostro modo di parlarne. E, ripeto, trovare le persone idonee e utilicon cui parlarne: che, se proprio non possono essere aiutate a casa loro, nei loro paesi, che siano almeno più spesso e più utilmente ospitate da noi. In questo paese dove, tanti anni fa, un siracusano salutava il suo vicino con un allegro "Al salamu aleikum".

domenica 18 ottobre 2009

La scuola e le ore di religioni



di Gianni Ferracuti

L’idea del ministro Urso di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole per gli studenti musulmani è forse lodevole per le buone intenzioni (di cui peraltro sono lastricate le strade che portano all’inferno), ma appartiene al novero delle cose irrealizzabili tecnicamente e sbagliate nel merito e nel metodo.

Tecnicamente irrealizzabile. L’insegnamento del Corano va fatto nel modo in cui i musulmani pensano che debba essere fatto, e non nel modo in cui sta comodo a noi. Ciò richiede l’assunzione di docenti molto esperti nell’arabo classico e nella tradizione esegetica del Corano, con stravolgimento delle norme di assunzione del personale docente, e una certa incertezza circa chi debba indicare questi docenti (l’islam non ha un corpo sacerdotale, una gerarchia ecclesiastica), quale islam debba essere insegnato da tali docenti (quello saudita, quello irakeno, quello sciita, o perché no l’islam europeo di Bosnia o Spagna…). Per non parlare del fatto che, dando un servizio di insegnamento della lingua sacra ai ragazzi musulmani, non si vede perché negarlo anche agli ebrei o ai cristiani ortodossi di tradizione greca o bizantina, per non parlare delle legittime esigenze delle comunità valdesi ed evangeliche di avere la loro ora di religione… Questa attività confessionale finirebbe per assorbire tutte le già magre risorse della scuola italiana, che già sta soccombendo di suo sotto i colpi dei ministri competenti, meglio noti come i quattro dell’apocalisse: Moratti, Mussi, Fioroni, Gelmini (dulcis in fundo).

Sbagliata nel merito. Se noi prendiamo un gruppo classe e, in determinati momenti, lo dividiamo (senza che questa divisione si ricomponga per una sintesi) in base all’appartenenza religiosa, ciò che otteniamo non è un aiuto all’integrazione, ma l’esatto contrario, un rafforzamento della separatezza, una spinta alla nevrotizzazione del senso di identità. Chiunque ha esperienza didattica lo può confermare. Semmai sarebbe più intelligente, e quindi meno proponibile, insegnare cos’è l’islam ai ragazzi cristiani e cos’è il cristianesimo ai ragazzi islamici (e ad entrambi cos’è l’ebraismo).
Quando Massimo D’Alema, che pure ha un notevole passato di militante di sinistra, accetta sostanzialmente la proposta Urso, dimentica che la gestione ottimale di una situazione complessa e interculturale è meglio garantita da uno stato che rafforza la sua laicità. Uno stato che non si pone come confessionale è la migliore tutela del diritto costituzionale di ogni cittadino di praticare la fede in cui crede, senza discriminazione alcuna (si veda l’esempio della Germania). Sarebbe dunque molto più produttivo abolire l’ora di religione, cattolica o islamica che sia, nella scuola di stato, e sostituirla con insegnamenti scientifici come la Storia delle religioni o la filosofia. In una concezione corretta dei rapporti tra società e stato, ciascun cittadino dovrebbe curare l’educazione dei propri figli nella sua autonomia e pienamente garantito nelle sue scelte, mandandoli, se vuole, in parrocchia, in sinagoga o nella moschea (su questo punto convergono sia il liberalismo, sia la dottrina sociale della chiesa – e potrei fare parecchie citazioni).

Sbagliata nel metodo. Quando ci si occupa di questioni interculturali, sperando di incidere positivamente nella realtà, si dovrebbe partire non da ciò che a noi sembra più utile per il gruppo minoritario, ma da ciò di cui la comunità minoritaria sente di avere bisogno; poi può anche darsi che questi bisogni non possano essere soddisfatti, ma intanto si deve partire da una ricognizione, non da un’illusione. Orbene, è molto probabile che quasi nessun musulmano italiano sia interessato alla proposta di Urso, mentre da tempo vengono fatte richieste semplici e precise: per esempio, poter disporre di locali, da loro pagati, nei quali poter pregare il loro dio (tecnicamente si chiamano moschee, e sembra che facciano una paura matta: qualcuno le ritiene covi terroristici, qualcun altro vi compie oltraggi sacrileghi alla porchezio, addirittura capita che similzoccole in cerca di comparsata televisiva vi si rechino a dare scandalo gratuitamente).
Sarebbe anche il caso di separare la questione della confessione religiosa dalla questione dell’immigrazione. Convertirsi all’islam è una scelta che la legge italiana considera legittima e rispetta, e in molti casi viene compiuta da cittadini italiani che non sono immigrati o figli di immigrati: uno dei più intelligenti e preparati esponenti dell’islam italiano, lo sheik Abd-‘al Wahid, è un italiano appartenente alla famiglia Pallavicini. Nello stesso tempo, molti immigrati che arrivano in Italia sono musulmani non praticanti, spesso di cultura marcatamente laica, che in Italia non trovano spazi di socializzazione che non siano la Caritas o i Centri islamici…
Naturalmente, per poter agire con una buona metodologia interculturale, basterebbe informarsi presso gli esperti. I quali, peraltro, sono pochini: sono anni che in Italia si smantellano sistematicamente le strutture impegnate nei progetti o nella formazione interculturale: si tolgono finanziamenti a questo settore, che costruisce le relazioni sociali del futuro e, incrementando una corretta integrazione, agisce come una cura preventiva contro la diffusione della piccola criminalità, dell’intolleranza e del razzismo – tutte cose che costeranno ai bilanci dello stato molto di più dei pochi spiccioli richiesti dalla prevenzione.
E siccome ci sono fatti su cui ho smesso di polemizzare, ma di cui non mi sono dimenticato, ricordo la distruzione, progettata a tavolino, del corso di Laurea in Scienze e Tecniche dell’Interculturalità della Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste, perpetrata con ostinazione, fino ad ottenerla con una votazione che il Consiglio di Stato a dichiarato illegale. (tutte le informazioni sul fatto – con l’interpretazione dei favorevoli e dei contrari – si trovano su http://www.interculturalita.it/blog/chiusura0.html: non è mia intenzione riaprire la polemica, e ogni post eventualmente dedicato a questo tema specifico sarà cancellato dal blog).

«Ora di religione islamica» - La nuova proposta dei finiani da introdurre nelle scuole





ASOLO (Treviso) — L’ora di religione? Cattolica, ma anche islamica. L’idea è del viceministro Adolfo Urso, che propone l’introduzione nelle scuole pubbliche e private di una nuova materia, facoltativa e alternativa a quella cattolica, per evitare di lasciare i piccoli musulmani «nei ghetti delle madrasse e delle scuole islamiche integraliste». Si parla molto di Islam ad Asolo e non potrebbe essere diversamente, visto che qui si svolge il workshop «Le nuove politiche per l’immigrazione», seconda edizione dei «Dialoghi asolani», laboratorio di confronto bipartisan animato dalle Fondazioni FareFuturo e ItalianiEuropei e dai rispettivi politici di riferimento, Gianfranco Fini e Massimo D’Alema.«Eccoci qui ad Asolo, nel covo di congiurati», scherza Lucia Annunziata, riferendosi ai timori di un patto trasversale che scardini l’attuale maggioranza e rivolgendosi all’intervistato Beppe Pisanu. «Domani ne arrivano altri due», risponde a tono l’ex ministro. Che naturalmente nega complotti: «Se il dialogo non viene praticato neanche nel buio di questa crisi, c’è davvero da temere per l’avvenire del Paese».

PER ATTIRARE NELLE SCUOLE I RAGAZZI MUSULMANI - E il dialogo parte, con il segretario generale di FareFuturo Urso: «Potrebbe essere utile, per attirare nei nostri istituti i ragazzi musulmani, prevedere un’ora di storia della religione islamica». E gli insegnanti? Saranno imam? «Dovrebbero essere docenti riconosciuti, italiani che parlano in italiano. Al limite anche imam, a patto che abbiano i requisiti e che siano registrati in un apposito albo. Stiamo parlando di insegnanti reclutati con criteri pubblici». Nel documento di ItalianiEuropei, a cura di Marcella Lucidi, sul tema ci si tiene più sul vago, auspicando «una riflessione non occasionale» e chie­dendo un insegnamento che «promuova la conoscenza della cultura e della religione di appartenenza dei ragazzi e delle loro famiglie». Urso rilancia anche l’idea di «classi miste temperate» e dice no al velo negli uffici pubblici.

NORME SULL'IMMIGRAZIONE - Ma è soprattutto sulle norme per l’immigrazione che si colgono grandi punti di convergenza. A leggere il paper di FareFuturo, a cura di Valentina Cardinali, si coglie subito un dissenso netto dalle posizione leghiste: «No a scontri di civiltà e no alla strumen­talizzazione delle paure». Ma si nota anche una divergenza con Silvio Berlusconi, che ha dichiarato di essere contrario a un Paese «multietnico»: «L’Italia già da alcuni decenni è senza dubbio un paese multietnico » spiega il dossier. FareFuturo cita il progetto di legge bipartisan Granata-Sarubbi e lancia alcune proposte: cittadinanza dopo cinque anni, in cambio di esame di lingua e test di cultura, diritto di voto amministrativo, status giuridico a 10 anni per i figli di immigrati nati in Italia, meno discrezionalità dell’atto di concessione. Non che FareFuturo rinneghi le politiche di contrasto del governo, a partire dal reato di clandestinità e dai respingi­menti: «Ma sono solo una faccia della medaglia - spiega Urso - . Servono anche integrazione e cittadinanza e dobbiamo allargare le maglie sui flussi».Il dossier di ItalianiEuropei concorda in alcuni punti (cittadinanza, diritto di voto), in altri va oltre (cittadinanza subito ai figli degli stranieri nati in Italia) e lancia il concetto di «cittadinanza sociale», chiedendo di svincolare il per­messo di soggiorno dalla durata del contratto di lavoro. Non è escluso che oggi, presenti D’Alema e Fini, si pongano le basi per arrivare a un documento congiunto.

arrivano in tanto i primi commenti ....

ROMA - Massimo D'Alema commenta positivamente la proposta del vice ministro Adolfo Urso, per programmare nelle scuole l'insegnamento della religione islamica in alternativa alla religione cristiana, almeno per gli alunni di fede islamica. «Mi sembra una idea condivisibile - ha detto D'Alema ad Asolo - non capisco perché non si debba consentire a bimbi di religione islamica, come opzione alternativa, l'insegnamento della loro religione».

APERTURA ANCHE DEL VATICANO - Anche il Vaticano ha aperto all’ipotesi di una ora di religione musulmana a scuola e, per bocca del cardinale Renato Raffaele Martino, sottolinea che, assicurando i debiti "controlli", si tratterebbe, oltre che di un "diritto", di un meccanismo che permetterebbe di evitare che i giovani di religione islamica finiscano nel "radicalismo". «Se si ammettono gli immigrati, essi vengono con la loro cultura e la loro religione e devono inculturarsi nel paese dove arrivano», spiega il presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace. «A meno che non scelgano di convertirsi al cristianesimo - perché la libertà di religione è un principio sancito da Dichiarazione dei diritti dell’uomo - se scelgono di conservare la loro religione hanno diritto ad istruirsi nella loro religione», ha affermato il cardinal Martino.

LA LEGA RIBADISCE IL SUO NO - «Con la Lega Nord in questa maggioranza non potrà realizzarsi in nessun modo la proposta di Urso per l'introduzione dell'ora di religione islamica. Non lo permetteremo mai: noi le nostre radici cristiane le difenderemo fino in fondo». Resta questa la linea della Lega, ribadita di nuovo da Federico Bricolo, presidente della Lega Nord al Senato, che aggiunge: «Urso, uno dei leader di An, ha voluto il posto come viceministro allo Sviluppo economico e quindi pensi a lavorare nel suo ministero, che di cose da fare a sostegno dei nostri imprenditori e lavoratori ce ne sono tante e la smetta di proporre le stesse cose di D'Alema e della sinistra».

IL CARDINAL TONINI: «TROPPO PRESSAPOCHISMO» - La proposta di introdurre un'ora di religione islamica nelle scuole italiane, pure nelle sue «buone intenzioni», non trova invece d'accordo il cardinale Ersilio Tonini che afferma: «capisco le intenzioni ma dietro queste proposte c'è pressapochismo. Ci vuole massima prudenza nell'approccio con l'Islam». Secondo il porporato, «si tratta di un'idea impraticabile, non attualizzabile nel nostro momento storico». Il cardinale precisa il suo disappunto: «pensare che l'Islam sia un gruppo completo, esaustivo, è un errore. L'Islam ha mille espressioni, collegamenti, imparentamenti. Insomma, con i valori della nostra civiltà non ha nulla a che vedere».


Fonte:
http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_17/Ora-di-religione-islamica-la-nuova-proposta-dei-finiani-salvia-trocino_cdbc1c7a-bae4-11de-af7b-00144f02aabc.shtml
http://www.corriere.it/politica/09_ottobre_17/alema-islam-scuola_5b6ebf58-bb28-11de-af7b-00144f02aabc.shtml


Nassirya, fine missione: "In nome del petrolio, la verità scomoda"


Fonte:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=156662564153&ref=nf



"In nome del petrolio - la verità scomoda" è il titolo di un'inchiesta realizzata nel 2005 da Rainews24 sulla missione italiana in Iraq. Nel reportage viene mostrato un dossier del governo, redatto sei mesi prima della guerra in Iraq, nel quale la Nassiriya risulta una località strategica per l'Italia, rispetto ai nostri interessi petroliferi. Foto, filmati e testimonianze sull'attività del contingente italiano dimostrano che, in realtà, il motivo principale della nostra presenza a Nassiriya è la protezione di oleodotti e raffinerie, in una zona ricchissima di giacimenti.


Multimedia

Rainews24 - "In nome del petrolio - la verità scomoda (NASSIRIYA)" - Parte 1
Rainews24 - "In nome del petrolio - la verità scomoda (NASSIRIYA)" - Parte 2
Rainews24 - "In nome del petrolio - la verità scomoda (NASSIRIYA)" - Parte 3

Grazie al gruppo "STOP THE CENSURE"


http://www.rainews24.it/ran24/inchieste/innomedelpetrolio.asp


Ora la missione è finita con un bel risultato: L'Eni si è aggiudicata Zubair, uno dei maggiori giacimenti di petrolio al mondo.

Nel frattempo, persone innocenti hanno perso la vita, è stata spesa una montagna di soldi per portare la "pace" in quei territori, alcuni soldati sono morti nella strage e i media hanno diffuso tante menzogne per nascondere le vere ragioni della missione in Iraq.

Come volevasi dimostrare...

Eni vince la partita Zubair, "uno dei maggiori giacimenti al mondo"




Londra, 14-10-2009

"Zubair è uno dei maggiori giacimenti di petrolio al mondo". Non nasconde la soddisfazione l'ad Eni, Paolo Scaroni, in un'intervista al Financial Times: il cane a sei zampe si è aggiudicato la concessione per lo sviluppo del giacimento 'giant' Zubair, in Iraq.

Il campo, spiega Scaroni, "è uno dei pochi in grado di produrre più di un milione di barili al giorno". Scaroni ha poi precisato che l'obiettivo di innalzare la produzione del campo da 200.000 barili al giorno a 1,125 milioni entro sette anni potrebbe richiedere investimenti per circa 10 miliardi di dollari.

No allo spezzatino

L'idea del fondo Knight Vinke, l'azionista Eni che preme per una separazione delle attività del gas da quelle del petrolio, "distruggerebbe valore" del gruppo petrolifero, sostiene Scaroni sul Financial Times.

"Essere cosi' grandi nel gas - afferma Scaroni - è molto positivo per la nostra attivita' petrolifera. Il semplice fatto che compriamo gas dall'Algeria, dalla Libia e dall'Egitto ci rende leader nell'upstream (petrolifero) in questi tre Paesi, che rappresentano cosi' il 40% del nostro upstream petrolifero". Nell'intervista, Scaroni nega anche qualsiasi interesse nel nucleare italiano, su cui invece spinge il fondo Knight Vinke: "Al momento - spiega - non fa parte dei nostri piani".

Greggio verso i 70 dollari

Nell'intervista, Scaroni si sofferma anche sul prezzo del petrolio, giudicando "realistico" un livello intorno ai 70 dollari e affermando che la crisi ha inciso sui prezzi meno del previsto: "Sono piuttosto sorpreso dai livelli dei prezzi del petrolio attuali, perche' pensavo che sarebbero stati molto più bassi".

http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=132871

Pakistan, è battaglia tra esercito e talebani in Sud Waziristan - di Alamgir Bitani


Fonte: Gisella Rossi, http://www.facebook.com/note.php?note_id=156582751579

PESHAWAR, Pakistan (Reuters) - Le forze pakistane e i talebani sono stati protagonisti oggi di pesanti scontri a fuoco, dopo l'avvio ieri dell'offensiva terrestre contro le roccaforti dei militanti nel Waziristan del Sud, regione tribale al confine con l'Afghanistan.

Intanto, un primo bilancio dell'operazione, ribattezzata "Cammino verso la liberazione", fornito oggi dall'esercito parla di 60 morti tra i talebani e di 5 tra i soldati.

L'offensiva fa seguito a una serie di attacchi e attentati in diverse parti del Paese, tra cui l'assalto al quartier generale delle forze armate, che hanno provocato la morte di oltre 150 persone.

Circa 28mila soldati affrontano una forza stimata in 10mila uomini, tra cui un migliaio di combattenti uzbechi e alcuni militanti arabi di al Qaeda, dopo aver circondato il territorio e essere avanzati lungo tre diverse direzioni.

I militari hanno conquistato ieri una roccaforte talebana a Spinkai Raghzai, dopo che i militanti si sono ritirati sulle vicine montagne, dicono ufficiali pakistani. Ma nelle altre località la resistenza è forte.

Pesanti scontri a fuoco sono scoppiati stamattina presto mentre i soldati cercavano di farsi largo nella cittadina di Khaisora, controllata dai talebani. Sette militanti e un soldato sono rimasti uccisi, hanno detto funzionari dell'intelligence.

L'esercito aveva già lanciato in precedenza brevi offensive contro la zona. La prima nel 2004, quando registrò forti perdite prima di siglare un patto di pace.

I militanti hanno avuto a disposizione diversi anni per preparare le difese nella zona montuosa.

Ieri si sono registrati aspri scontri quando i soldati, appoggiati dall'aviazione e dall'artiglieria, hanno incontrato le prime resistenze. Quattro militari sono morti e 12 sono rimasti feriti, dice l'esercito, mentre mancano informazioni sulle perdite di parte talebana.

Chi paga il Talebano


da Il Fatto Quotidiano n°21 del 17 ottobre 2009

di Massimo Fini

In un circostanziato articolo il Times accusa i militari italiani di stanza a Surobi fino a luglio 2008 di aver pagato tangenti ai Talebani per non essere attaccati. Il ministro La Russa ha smentito sdegnosamente e querelato il Times. Ma ha aggiunto prudentemente: “Nell'estate 2008 ero ministro da poco”. Infatti c'è poco da smentire. Non è la prima volta che gli italiani si comportano così. In Libano, nel 1982, il generale Angioni si mise d'accordo con quelli che avrebbe dovuto combattere. In Iraq, dopo Nassirya, ci siamo accordati con Moqtada al Sadr e non abbiamo più avuto problemi. In Afghanistan la novità è la tangente pagata direttamente al nemico. Un accordo c'era anche a Herat. Saltò quando, il 3 maggio 2009, un convoglio di militari italiani, con i nervi a fior di pelle, sparò a una Toyota che procedeva in senso inverso, regolarmente sulla propria corsia, uccise, decapitandola, una bambina di 12 anni e ferì tre suoi congiunti. Era una famigliola che andava a un matrimonio. Da allora gli attacchi agli italiani cessarono di essere “dimostrativi” (tanto per non insospettire troppo gli americani) e, dopo il ferimento di tre paracadutisti, a settembre ci fu l'agguato mortale a Kabul. Noi siamo alleati fedeli (come i cani) ma sleali. Gli inglesi che sono quasi gli unici a combattere sul serio, e che hanno perso solo nei mesi estivi quasi 40 uomini, si sono stufati e hanno fatto filtrare le notizie al Times.

Peraltro non sono solo gli italiani a fare i felloni. Scriveva il 19/9 l'inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi: “Milioni arrivano ai talebani dalle tangenti versate dai contingenti occidentali in cambio di protezione”. E altri da tangenti pagate agli insorti perché permettano il passaggio dei rifornimenti dal Pakistan. Ce n’è quanto basta per farsi un'idea di chi controlla realmente il territorio in quel Paese. Come se ne esce? Parole di saggezza sono venute dal vicepresidente Usa Joe Biden che ha capito una cosa: i Talebani non hanno niente a che vedere col terrorismo internazionale, gli interessa solo il loro Paese e non costituiscono un pericolo per l'Occidente. Ha detto Biden: “I talebani sono un gruppo indigeno, ben radicato fra la popolazione, che aspira a conquistare pezzi di territorio ed eventualmente a governare il Paese ma non ambisce ad attaccare gli Stati Uniti”. E ha fatto anche capire che sarebbe possibile un accordo col Mullah Omar, disponibile a liberarsi del centinaio di quaedisti che oggi sono in Afghanistan, memore di quanto gli costò, nel 2001, la presenza di Bin Laden. Omar non è né un terrorista, né un criminale, né un pazzo, è un uomo pragmatico che firmerebbe all'istante un accordo di questo tipo: fuori gli stranieri, in cambio solide garanzie che a nessun terrorista internazionale sia permesso di circolare liberamente in Afghanistan. Nel 2000 bloccò la coltivazione del papavero, è sicuramente in grado di cacciare a pedate quattro quaedisti strapenati.


venerdì 16 ottobre 2009

El Imperio Almoravide



A finales del Siglo XI, la presión de los reinos cristianos sobre los musulmanes y fundamentalmente la caída de Toledo en 1085 hacen que varias taifas se decidan a llamar en su ayuda a los almoravides, grupo musulman que había establecido un imperio en el Norte de África.

Fonte: http://www.webislam.com/?idv=1829


WebIslam

La Historia ha quedado escrita




Han transcurrido ya cuatro siglos de aquel genocidio; de gentes y de su cultura. El tiempo transcurre pero la memoria permanece imborrable.

Fonte: http://www.webislam.com/?idt=14142

La Pragmática de Expulsión de 1609 contra cientos de miles de españoles, de norte a sur de la Península, se gesta en Valencia. El autor del texto de esta disposición irrevocable se debe al Inquisidor general de Valencia, el dominico Fray Jaime Bleda. Concertados los grandes acuerdos entre nobleza y clero, que fueron muy dificultosos, al fin en octubre del 1609 se presenta este documento a la firma de aquel Felipe III, un Austria disminuido mental, según lo reconoce la Historia. Es suficiente recordar el dato. No es mi intención entrar en los pormenores de esa expulsión, de la que se está hablando tanto.

Tenemos un estudio muy bien presentado, aunque no exhaustivo, en la obra de Rodrigo de Zayas: “Los Moriscos y el racismo de Estado”. Editorial Almuzara. Este trabajo, que presento, se hace siguiendo los datos aportados por este autor. Aunque el título de esta obra me chirría bastante. No fue un crimen racista. Los expulsados eran de la misma raza, que los no expulsados. No obstante recomiendo la obra. Lo que expone, el autor, aparte de documentarlo bien, es que nos aporta unas datos valiosos, para ir entendiendo como se gestó esta locura.

Esa medida de expulsión de más de medio millón de españoles, no fue por motivos de raza, sino de “religión mal asimilada”, según expresión de la misma Inquisición: los moriscos, es decir los musulmanes bautizados continuaban islamizando de forma más o menos clandestina.

Pensaba hacer un trabajo sobre las vicisitudes de esa expulsión, sus consecuencias y sus paradojas. Pero cambié el rumbo al darme cuenta, según he ido avanzando en la lectura de esta obra, que es preciso situar esta deblaque nacional desde sus preliminares.

Los reyes peninsulares respetaron y protegieron siempre a las minorías. Sus programas de gobierno se movían en el campo de la política. Vemos, que desde el siglo octavo, que desaparece la dinastía de los reyes godos, aparece por el norte el reino de Asturias proclamado por un noble godo como primer núcleo cristiano.

Luego van formándose otros reinos independientes, que acaban por unirse. Así se forma el reino astur-leonés, que más tarde se une al reino de Castilla. Esto por el noroeste y centro de la Península. Por el nordeste y este se consolida el gran reino de Aragón, que comprendía, desde Navarra y Aragón hasta Valencia, incluyendo Cataluña y las islas de Córcega y Cerdeña y parte del territorio D´Oc, más allá de los Pirineos, ya en territorio francés.

Eran Estados, al estilo medieval, que se iban federando para hacerse fuertes, hasta acabar con la unión definitiva de estos dos grandes bloques: Castilla y Aragón. Es por lo que, con toda objetividad se atribuye a los Reyes Católicos la unidad política de aquella España; pero conservando cada cual sus fueros y privilegios, firmados en Capitulaciones a lo largo de la Península.

Ni los Reyes Católicos, ni ningún otro monarca anterior tuvieron en mente unidad religiosa ninguna. En este deseo programático de federación de reinos, a lo largo de los siglos del medievo, no hubo nunca un móvil de “cruzada”, según se desprende de la lectura de las respectivas Capitulaciones entre los reinos. Una de tantas Capitulaciones fue la que se firmó en Granada en 1491.

Siempre recomiendo la obra: “La minoría islámica de los reinos cristianos medievales”, de Ana Echevarría Ursuaga, medievalista de la Complutense, publicada en el 2004.

Explica de forma muy clara y muy didáctica cómo funcionaban las aljamas, hasta 1610 en que se expulsa a los moriscos por voluntad de la Inquisición, con el fin de lograr también la unidad religiosa en la Península, una vez llevada a cabo la unidad territorial.

En 1517 hay un cambio de dinastía en la Península. Se acaban las Trastamara y los reyes aragoneses. Llega un Habsburgo, criado desde la infancia en la corte de su abuelo Maximiliano de Austria, para ser en España y todas sus colonias allende el Atlántico, el representante del “Sacro Imperio Romano Germánico”, que luchaba entonces en Europa contra el poderío otomano.

Para ser coronado, el nuevo rey debe jurar ante las Cortes de Castilla las Ordenanzas de Castilla y Aragón. En 1526 el Papa Clemente VII libera al rey de cumplir este juramento, que suponía proteger a todos sus súbditos, cualquiera fueran su religión y costumbres. El Vaticano luchaba entonces contra el poderío turco y no se podía seguir permitiendo que las dinastías de los reyes de la Península ampararan el Islam.

Los problemas que se le plantean a Carlos I, por este tipo de traición, los vemos reflejados en el levantamiento de la nobleza castellana, en el movimiento llamado de los Comuneros, cuyos cabecillas, Padilla, Bravo y Maldonado acabaron ajusticiados.

Todos los atropellos que se cometen en el Reino de Granada, a partir de 1499 fueron abusos de poder por parte de Cisneros. El cardenal era entonces Inquisidor general y fue dos veces regente de España, durante este período. Hasta 1526 las Capitulaciones de todos los antiguos reinos estaban vigentes.

Felipe II, derogadas las Capitulaciones por su padre Carlos I, firma en 1567 una Pragmática contra los moriscos granadinos, tan cruel y tan a destiempo que era imposible ser cumplida por la población. Era acabar, no sólo con la religión, sino hasta con las costumbres más elementales, la cultura y la lengua del antiguo reino de Granada.

En el Consejo de Estado estuvieron en contra de esta Pragmática el duque de Alba y el Comendador de la Orden Militar de Alcántara, así como los representantes del pueblo.

Ofrezco el alegato escrito, contra la Pragmática real, que el morisco Muley Francisco Núñez presenta en la Audiencia de Granada, en nombre del pueblo, para que se haga llegar ante el rey.

Rodrigo de Zayas, en la obra que vamos siguiendo explica muy bien el procedimiento seguido por el cardenal Don Pedro de Deza para que el pliego de alegaciones del pueblo no llegaran ante Felipe II. Y es que por entonces, el Presidente de la Audiencia granadina era el cardenal Don Pedro de Deza, ante el cual Muley Núñez leyó el alegato, que copio en parte, porque es de un respeto a la autoridad, de una claridad en la exposición y de una lógica en la defensa de los derechos del pueblo, que merece la pena conocerlo. Respeto la ortografía del documento.

Muley Núñez, “según Mármol Carvajal, una vez puesto delante de Deza, habló humildemente y con voz baja dijo”:

“Quando los naturales de este reyno se convirtieron a la fe de Iesu Christo, ninguna condición uvo que les obligase a dexar el ábito ni la lengua, ni las otras costumbres que tenían de regocijarse con sus fiestas, zambras y recreaciones, y para decir verdad, la conversión fue por fuerça contra los capitulado por los señores reyes Católicos, cuando el Rey Abdilehí ( Boabdil ) les entregó esta ciudad. Y mientras sus altezas vivieron, no hallo yo con todos mis años que se tratase de quitárselo.

Después, reinando la reyna doña Iuna su hija, pareciendo convenir (no sé por cierto a quien), se mandó que dexásemos el traje Morisco, y por algunos inconvenientes que se presentaron se suspendió.

Quien mirase las nuevas pragmáticas por defuera, parecerále cosa fácil de cumplir, más las dificultades que traen consigo son muy grandes, las cuales diré a vuestra señoría por estenso, para que compareciéndose de este miserable pueblo, se apiade dél con amor y caridad, y le favorezca con su majestad, como lo an hecho siempre los presidentes pasados.

Nuestro ábito quanto a las mujeres, de es de Moros; es traje de provincia, como en Castilla. El vestido de los Moros y turcos, quién negará sino que es muy diferente del que ellas traen?

Si la seta de Mahoma tuviera traje propio, en todas partes avía de ser uno. Vemos venir los Cristianos, clérigos y legos de Suria y de Egipto vestidos a la turquesca con tocas y cafetanes hasta en pie, hablando arábigo y turquesco, no saben latín ni romance, y con todo eso son cristianos.

Si doscientas mil mugeres que ay en este reino, o más, se han de vestir de nuevo de pies a cabeza, qué dinero les vastará? Qué perdida será la de los vestios y joyas moriscas que han de deshacer y echar a perder? Porque son ropas cortas hechas de girones y pedazos que no pueden aprovechar sino para lo que son. Veamos la pobre muger que no tiene con qué comprar saya, manto sombrero y chapines, y se pasa con unos zaragüeles y una alcandora de angeo teñida, y con una sávana blanca, qué hará? Los hombres andamos todos a la Castellana, aunque por la mayor parte en ábito pobre.

Si a uno hallan un cuchillo, échanle en galera, pierde su hacienda en pechos, en cohechos y en condenaciones. Somos perseguidos por la justicia eclesiástica y por la seglar, y con todo eso siempre leales vasallos, y obedientes a su Majestad, prestos a servirles en nuestras haciendas. Jamás se podrá decir que hemos cometido trayción desde el día que nos entregamos.

Cuando el Albaycín se alborotó, no fue contra el rey sino a favor de sus firmas, que teníamos en veneración de cosa sagrada. No estando la tinta enxuta, quebraron los capítulos de las pazes, las justicias, prendiendo las mugeres que venían de linaje Christiano, para hacerles que lo fuesen por la fuerza. Veamos, señor, en las comunidades, levantáronsde los de este reyno? Por cierto a favor de su majestad acompañaron al marqués de Mondéjar, y a don Antonio y don Bernardino de Mendoza, sus hermanos, contra los comuneros, con más de cuatrocientos hombres de guerra de nuestra nación, siendo los primeros que en toda España tomaron armas contra los comuneros. Y don Iuan de Granada, hermano del rey Abdilehí (Boabdil) también fue general en Castilla.

Veamos, señor, hazernos tener las puertas de las casas abiertas, de qué sieve? Libertad se da a los ladrones para que hurten, a los livianos para que se atrevan a las mujeres, y ocasión a los alguaciles y escrivanos para que con achaques destruyan a la pobre gente.

Pues vamos a la lengua Arábiga, que es el mayor inconveniente de todos: cómo se a de quitar a las gentes su lengua natural con que nacieron y se criaron? Los Egipcios, Surianos, Malteses y otras gentes Cristianas, en arábigo hablan, leen y escriben y son Cristianos como nosotros, y aún no se hallará en este reino se aya hecho escritura, contrato ni testamento en letra arábiga desde que se convirtió. Deprender la lengua castellana todos lo deseamos....

Así continúa este alegato en contra de la Pragmática firmada, que no dictada, por el rey Felipe II, defendiendo sus costumbres de baños, de la costumbre de salir la mujer a la calle, con la cabeza cubierta, de llenar como mote los nombres de padres y abuelos, etc.

Escuchado todo lo cual, el cardenal Don Pedro de Deza, Presidente de la Audiencia de Granada, ordena que no llegue esta defensa del pueblo ante el Rey, porque según palabras, también históricas del Cardenal: “TRATÁNDOSE DE UNA PRAGMÁTICA, ES DECIR UN ASUNTO RELACIONADO CON LA RELIGIÓN, ELLO NO ERA NI PODÍA SER INCUMBENCIA DEL PODER LAICO DEL ESTADO.”

Carmen Pérez Callejón es presidenta de la Fundación Garnata-Medievo Escrito Andalusí

lunedì 12 ottobre 2009

La questione della “razza” in Italia


La questione della “razza” in Italia
Genealogia del razzismo lungo le trasformazioni dello sfruttamento
di Anna Curcio
11 / 10 / 2009

Fonte: http://www.globalproject.info/it/in_movimento/La-questione-della-razza-in-Italia/2272

Alla fine degli anni settanta, quando la Rai mise in onda Radici, il serial televisivo sulla storia degli schiavi africani in America, mia nonna che il novecento lo ha attraversato tutto, chiedeva con insistenza di cambiare canale: “i negri mi fanno impressione” diceva. É stato in questo modo che, bambina, ho scoperto la “razza” e il razzismo, anche se solo nei decenni successivi avrei compreso fino in fondo di cosa si trattava, perché quei corpi neri terrorizzavano tanto mia nonna.

Dieci anni dopo, verso la fine degli anni ottanta, la musica di Chuck D, i Public Enemy e la storia delle Black Panther che presi a divorare, forse spinta proprio dalla curiosità aperta dall’affermazione di mia nonna, mi insegnarono che la “razza” non é un fattore biologico, ma anche che le discriminazioni razziali e le lotte che sfidavano apertamente tali discriminazioni, non sono un affare americano. Anche in Italia, oggi come ieri, le discriminazioni sul terreno della “razza” hanno stabilito gerarchie, rapporti di subordinazione e forme dello sfruttamento.

Mia nonna, settantaquattro anni nel 1978 e trentadue nel 1936 al momento dell’espansione italiana in Etiopia, aveva direttamente vissuto la grande depressione, quando la retorica fascista ed il progetto di espansione in Africa si proponevano di gestire il terremoto che aveva investito la divisione internazionale del lavoro. All’indomani della crisi si trattava di definire una nuova organizzazione del lavoro e la “faccetta nera” avrebbe garantito l’esistenza di un bacino di forza lavoro a basso costo.

A partire dall’Unità d’Italia, era stato il lavoro meridionale a garantire alle nascenti imprese industriali l’approvvigionamento di forza lavoro a basso costo. Supportato da un’ampia letteratura che distingueva una razza ariana e caucasica nel nord ed una razza negroide nel sud, produttiva la prima, pigra e indolente la seconda, il razzismo antimeridionale di fine ottocento aveva gestito la costituzione del mercato del lavoro dell’Italia unitaria, stabilendo la subordinazione dei lavoratori meridionali. Ma é soprattutto con lo sviluppo industriale del secondo dopoguerra che una «nuova costellazione del razzismo» si impose. Sono gli anni delle migrazioni interne, quando le grandi città industriali del nord moltiplicano rapidamente la popolazione e la razzializzazione del lavoro dal sud trova nei cartelli “non si affitta a meridionali” una delle innumerevoli manifestazioni.

Ancora una volta la subordinazione del lavoro razzializzato si pone a servizio del capitale gestendo, questa volta, le trasformazioni produttive e il “miracolo italiano”. Ma la “razza”, la storia americana e il Black Power insegnano, é anche un potente terreno di soggettivazione, spazio per la produzione di conflitti e ambito di trasformazione politiche e sociali. Sono proprio gli operai meridionali razzializzati che animano le lotte degli anni sessanta e settanta, riconfigurando le relazioni del lavoro e dell’intera società.

Negli anni successivi, i processi di globalizzazione e le trasformazioni produttive, proporranno il razzismo in forma nuova. Ma quando la Rai manda in onda Radici, l’Italia non é un paese multietnico. Il colonialismo straccione di questo paese non ha mai avviato i trasferimenti in massa dalle ex colonie che in Francia o in Gran Bretagna avevano disegnato una società multietnica. Ci vorranno gli anni Ottanta, quando, le spiagge di mezza Italia e le città d’arte del paese si popolano di venditori ambulanti: i «vu cumpra’» in Calabria, dove sono cresciuta. Di lì in avanti accantonato il razzismo meridionale sarà un crescendo di razzismo anti-immigrati che andrà di pari passo al crescere ininterrotto delle migrazioni.

Nel febbraio del 1991 i bottegai fiorentini organizzano un raid contro gli ambulanti. Si tratta a mia memoria, del primo episodio di nuovo razzismo, il primo di una lunga serie di episodi che hanno avuto una violenta recrudescenza negli ultimissimi anni, con l’insediamento del governo razzista di Pdl e Lega Nord. Ma il razzismo istituzionale nella storia più recente di questo paese ci rimanda almeno alla primavera del 1996. Una corvetta della guardia di finanza sperona e affonda nel canale di Otranto l’ennesima nave di profughi albanesi diretta verso le coste pugliesi, Romano Prodi é alla guida del governo. Nel 1998 la legge Turco-Napolitano che istituisce i Centri di Permanenza Temporanea istituzionalizza definitivamente il razzismo anti-immigrati.

Razzializzazione e illegalizzazione saranno di lì in avanti le parole d’ordine bipartisan per la gestione del mercato del lavoro in Italia e in Europa. Nordafricani, filippini, albanesi, senegalesi, etiopi, e poi donne e uomini da Ucraina, Russia, Romania hanno visto alternativamente restringersi o dilatarsi le maglie del razzismo. Un vero e proprio «management razziale» ha a fasi alterne garantito l’accesso di alcuni e l’espulsione di altri. Un sistema a soffietto che si é indiscutibilmente irrigidito con la crisi economica globale. Gli “extracomunitari” albanesi, nemico pubblico negli anni Novanta, hanno lasciato il posto ai rumeni, ormai cittadini europei, quando hanno trovato una collocazione, benché subordinata, nel mercato del lavoro Oggi moltissimi indiani, pachistani, magrebini, senegalesi hanno assunto ruoli chiave, spesso indispensabili, in molti settori produttivi, altri si sono fatti carico del lavoro edilizio, quello in subappalto e privo di garanzie. Finanche il pacchetto sicurezza, la più grande stretta sull’immigrazione che questo paese ricordi, ha dovuto cedere alle pressioni del mercato e garantire un sistema, seppur capestro, per legalizzare i lavoratori e soprattutto le lavoratrici migranti impegnate nel lavoro di cura ormai ampiamente esternalizzato dalle famiglie.

La questione della “razza”, dunque, in Italia come altrove, lungi dall’essere un mero fenomeno ideologico ha radici profondamente materiali. Bisogna indignarsi davanti al respingimento dei richiedenti asilo, alla criminalizzazione di chi é privo di documenti, alle espulsioni. Poiché le condizioni dei migranti sono il paradigma delle nuove forme di vita e della precarietà di tutti, occorre costruire ampie coalizioni che sappiano mettere a tema il nodo dello sfruttamento per rovesciare l’ordine sociale e del lavoro vigente.

I rifugiati Sahrawi dimenticati dal mondo




di ANDREA ONORI
Fonte: http://periodicoitaliano.info/2009/10/12/i-rifugiati-sahrawi-dimenticati-dal-mondo/

Un nuovo studio documenta gravi violazioni dei diritti umani e una forte crisi umanitaria derivante da tre decenni di abbandono dei rifugiati del Saharawi, tradizionalmente residenti nel Sahara occidentale. Il rapporto afferma che i diritti legali e le libertà degli sfollati saharawi sono stati violati “di routine”. Aiuti umanitari dirottati altrove, famiglie smembrate ed un futuro negato alla grandissima popolazione dei rifugiati che continuamente si sentono in terra di nessuno.

Nella relazione, pubblicata dal Centro interuniversitario per gli studi legali, si esprime la convinzione che sia l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sia le agenzie di soccorso costituite per tutelare i diritti dei rifugiati, continuino ad ignorare la situazione nei campi profughi algerini. Si gira la testa verso una situazione allarmante anche illegalmente visto che il diritto internazionale non prevede tutta questa indifferenza.

”L’International Law Institute ritiene che la situazione dei rifugiati Sahrawi in Algeria, e dei loro diritti ai sensi del diritto internazionale, ha un urgente bisogno di considerazione da parte del resto del mondo” ha detto Don Wallace durante la presentazione della relazione. Ha continuato dicendo che “la nostra speranza è vedere al più presto un’azione concreta di tutte le nazioni ed organizzazioni internazionali per risolvere la vecchia situazione dei rifugiati saharawi. Bisogna al più presto migliorare la loro situazione attraverso il diritto internazionale”.

Trenta anni di indifferenza sono tantissimi. Le forze internazionali devono rimediare a questo grandissimo sbaglio. Devono, in qualsiasi modo, ridare dignità ai rifugiati e ricostruire le loro vite.

Al Azhar prohíbe el uso del velo que cubre la cara en las aulas de mujeres



Fonte: http://www.webislam.com/?idn=15235

La prestigiosa universidad musulmana de Al Azhar, en Egipto, prohibió hoy el uso del "niqab" (velo que cubre la cara de las mujeres) en las aulas de chicas, informó hoy la agencia oficial egipcia MENA.

Según un comunicado del Consejo Supremo de Al Azhar, citado por MENA, la decisión se aplica en todos los cursos académicos de las facultades de esta institución "para divulgar la cultura del entendimiento correcto de la religión entre todas las chicas".

La prohibición se aplicará, además, en las residencias universitarias de mujeres.

En cuanto a las estudiantes que quieran cubrirse el rostro con "niqab", éstas podrán usarlo en sus casas, en la calle y en el campus de la universidad.

"Solo está prohibido su uso dentro de las clases de chicas y en las que las profesoras son todas mujeres", agrega la nota.

Además, explica que la mujer utiliza el "niqab" por temor a que le vean hombres y no es lógico que se lo ponga cuando esté con sus compañeras porque la insistencia en su uso durante la ausencia de hombres se considera "un tipo de radicalismo que rechaza la Sharía del islam" (leyes musulmanas).

Este comunicado se ha difundido tras la polémica que se desató después de que el jeque de Al Azhar, Mohamed Sayed Tantawi, obligara hace dos días a una estudiante a quitarse el "niqab" en un instituto dependiente de la institución religiosa.

El diario Al Masry al Yom informó entonces de que el jeque de Al Azhar aseguró a la alumna que él sabía más que ella y que su padre sobre asuntos de religión.

Después de que la chica se retirara el velo que le cubría la cara, Tantawi le insinuó que si fuera guapa no llevaría el niqab.

Estas declaraciones han sido denunciadas por varias organizaciones de derechos humanos egipcias, que acusaron al Gobierno de lanzar una campaña contra el "niqab", cuyo uso se ha extendido entre las mujeres.

Al parecer, tras estas críticas, el jeque de Al Azhar ha optado por suavizar su tono al precisar que la medida se aplica sólo dentro de las clases y no en toda la universidad.

domenica 11 ottobre 2009

Modernidad, mujer musulmana y política en el Mediterráneo


da http://www.webislam.com/?idt=14071

El Mediterráneo fragmentado

Es algo corriente tratar la cultura mediterránea como una realidad homogénea que incluye toda la cuenca mediterránea. Sin embargo, para una aproximación seria, hay que delimitar el Mediterráneo y reconocer que tiene dos orillas, dos realidades económicas. Incluso más, tiene dos realidades sociales que emanan de una historia entre su Sur y su Norte, una historia que señala más una dialéctica que un desarrollo idílico e idéntico.

En efecto, el patriarcado que sirve de base a la estructura social de una y otra parte de la cuenca mediterránea da la impresión —ilusoria—de que existe una unidad histórica compartida particularmente por las mujeres. Pero la ilusión se disipa rápidamente si uno se detiene a contemplar no sólo la historia y los datos económicos, sino también, y sobre todo, la escisión política que desde el 11 de septiembre —día cero en las relaciones internacionales modernas— es cada vez más pronunciada. Hasta ese día decisivo, bastaba con distinguir entre un arco latino, el Mediterráneo europeo, y los países del sudeste del Mediterráneo, compuesto por parte del mundo árabe y algunos países del Este (Turquía, antigua Yugoslavia, Albania, Malta, Chipre e Israel). En la actualidad parece claro que dicha clasificación se basa en una heurística que es necesario sobrepasar, cueste lo que cueste, porque en ese Mediterráneo fragmentado el mundo arabomusulmán está cada vez más especificado.

La realidad de la mujer mediterránea es más o menos diferente dependiendo de que ésta pertenezca, o no, al mundo musulmán. No se trata de caer en una comparación trivial y simplista, denunciada por cualificados intelectuales, como Irène Théry, quien declaraba con ocasión de los octavos «Encuentros de Averroes» que no había que hacer evolucionismo histórico. Es inútil aprehender la historia de las mujeres musulmanas obedeciendo a los clichés que quieren que el estatuto de la mujer occidental sea un resultado natural, y por tanto ideal, al que las mujeres mediterráneas llegarán inexorablemente.

Si bien es verdad que la reciente victoria de las kuwaitíes en el tema de su derecho de voto nos induce a creer que las luchas de las mujeres son más o menos similares en una y otra parte del Mediterráneo, un sondeo como el llevado a cabo por el Instituto Gallup en 2005 entre 8.000 mujeres de ocho países musulmanes nos muestra que «una mayoría de ellas no cree que la adopción de valores occidentales ayude al progreso económico o político [...]». Las previsiones pueden converger, pero los puntos de apoyo ideológicos son muy divergentes. Sobre todo es interesante saber que «una mayoría aplastante de las mujeres interrogadas consideran que el aspecto más positivo de su sociedad es su compromiso con los valores morales y espirituales».1

Una nueva conciencia femenina musulmana

¿Quiere decir eso que la mujer musulmana ha dimitido y que no tiene reivindicaciones políticas? El sondeo desmiente categóricamente esta idea, ya que en Marruecos y en el Líbano el índice de las que respondieron que la mujer debería ocupar posiciones de responsabilidad alcanza el 93%. Para esas mujeres, el voto, el trabajo de la mujer y su participación en la sociedad siguen siendo las principales reivindicaciones. Lo que sucede es que la mujer musulmana está gestando una nueva conciencia de sí misma, de su historia y del mundo. Para esas mujeres, el voto, el trabajo de la mujer y su participación en la sociedad siguen siendo las principales reivindicaciones

El analfabetismo, que causa estragos en la inmensa mayoría de los países del mundo árabe y que afecta más a las mujeres que a los hombres, no impide, en las sociedades civiles, una verdadera y completamente nueva visibilidad de la mujer musulmana, que se aprehende, se reivindica y se asume como tal. Más que una emoción y que una crispación identitarias, y más que una clásica inclinación al conservadurismo —atribuido de oficio a las mujeres por la sociología política clásica— en el mundo arabomusulmán se está produciendo un verdadero fenómeno social que podemos calificar de revolucionario.

Está claro que hay una dinámica de liberación que se nutre de una vuelta a las fuentes religiosas. El mundo musulmán se halla inmerso en una verdadera conmoción que se inscribe en la continuidad de un cuestionamiento repetitivo de su historia, pero que también, y sobre todo, constituye una ruptura bastante importante con los continuos esfuerzos de readaptación, con independencia de lo innovadores que sean. La continuidad se aferra al hecho de que siempre, en tiempos de crisis, el mundo musulmán ha conocido los sobresaltos y reconsideraciones del pensamiento que se apartaba de la dialéctica más natural. La ruptura se sustenta en la especificidad de la modernidad, que en sí misma constituye «una era de turbulencias» sin precedentes, como la describió Max Weber.

¿Feminismo musulmán o ijtihad femenina?

Los nuevos parámetros sociopolíticos conducen al mundo musulmán a generar y a administrar nuevos datos, en su propio e inevitable, pero sobre todo vital, cuestionamiento. La readaptación a un mundo global y en movimiento necesita nuevas dinámicas que permitan impulsar a las mujeres en su propio centro.

Esta readaptación encuentra su expresión no sólo en el retorno general a los orígenes llevado a cabo por los llamados movimientos islamistas, sino también en el movimiento específico de la mujer en el seno de estos movimientos.

Nos apresuramos al calificar ese salto de feminismo, provocando así una confusión epistemológica que apoya el evolucionismo, una confusión desprestigiada por un cierto pensamiento objetivo. Los conceptos tienen historias, y el feminismo es una lucha llevada a cabo en un contexto laico y agnóstico, a menudo meramente materialista, que se inscribe en una lógica de liberación de la mujer de los últimos yugos religiosos.

La lucha de las mujeres musulmanas en esta renovación es una lucha a partir de sus fuentes religiosas, una lucha ante todo libertadora contra un orden que las ha privado de los privilegios que su religión les ha otorgado y garantizado.

No se trata de competir por el goce y la recuperación del cuerpo, sino más bien de recuperar el cuerpo y el alma en favor de una mayor espiritualidad, inherente a la dignidad y a un estatus social de calidad. Se trata de una autorredefinición en el marco de una estructura social que se percibe más patriarcal, autocrática y tradicional que islámica. Se trata de una intrusión subversiva de la mujer en el coto de caza de un orden machista cerrado y oficialmente inaccesible hasta ahora para ellas. Lo que se ha dado en llamar feminismo islámico es una reivindicación empeñada en recuperar los derechos inalienables que las sociedades musulmanas han confiscado, solapada y sistemáticamente, más a las mujeres que a los hombres. El derecho de la mujer a participar¡ en la reflexión sobre la sociedad que la concierne y para la que tiene hijos es un derecho sagrado. En los tiempos fundadores del islam, la ijtihad jamás fue una propiedad privada para los acólitos de un poder que excluía radicalmente a las mujeres.

Lo ideal sería convertir el despertar de la conciencia femenina en un trabajo de grupo, que se inscribiría en el marco de una resistencia más global que lo protegería contra cualquier clase de voluntad represiva. El movimiento islamista que era el mejor candidato para llevar a cabo una promoción del estatuto de la mujer era el de Rachid Ghannouchi, pero su sistemática opresión por parte el régimen de Ben Alí impidió la expansión de un pensamiento que restituía a la mujer musulmana el lugar que le correspondía en nuestras sociedades. ¿Acaso se ha perdido por completo la oportunidad de ver cómo ese pensamiento se estructura y transforma en un verdadero movimiento social? En este sentido, el movimiento Justicia y Espiritualidad parece ser un ejemplo bastante original, e incluso único, aunque la represión del poder marroquí se intensifique día tras día y se centre, cada vez más, en una sección femenina que trastoca todos los esquemas tradicionales sobre los que dicho poder asienta su legitimidad.

Ejemplo de reapropiación de las fuentes teológicas: la sección femenina de Justicia y Espiritualidad

Contrariamente a lo que suele decirse, este movimiento promueve la acción sin violencia, pero también la participación sine qua non de las mujeres, si realmente queremos reproducir el modelo de justicia social que el islam original proponía.

Para Justicia y Espiritualidad, hacer revivir la fe islámica consiste en denunciar el desvío de la historia a manos de un poder que impuso el patriarcado y la autocracia en nuestras sociedades, no sólo considerándolos como lo único que podía admitirse en materia de gestión política, sino sacralizándolos hasta el punto de convertirlos en un asunto de dogma.

Esto implica, pues, que en dicho movimiento la participación de las mujeres sólo pueda tener un carácter militante, lo que ya es revolucionario en sí mismo en una sociedad fuertemente conservadora.

En el transcurso del mundo musulmán actual y pasado, esa participación es altamente meritoria y simboliza una verdadera revolución, ya que la participación de las mujeres se alienta y se practica desde el más alto nivel de las instancias dirigentes del movimiento. El Majlis Choura, parlamento interno del movimiento, está constituido por un 30% de mujeres. De seis miembros electos para la secretaría general, tres son mujeres, sin que haya sido necesario implantar un sistema de cuotas. La sección femenina es muy dinámica e influyente en la medida en que goza de una independencia total en su acción y en sus programas.

Dado que la teoría de base predica la salvación de nuestras sociedades en crisis mediante una reinserción voluntaria de la mujer en el esfuerzo de la ijtihad, para el movimiento es un deber sagrado promover dicha participación en su seno: «La mujer musulmana tiene que informarse de sus derechos —escribe el fundador del movimiento. Y una vez consciente y bien informada sobre ellos, deberá reivindicar
su aplicación. Nadie más puede hacerlo en su lugar. Una sólida aplicación de sus derechos materiales y morales la liberará de servidumbres ancestrales y le permitirá consagrarse a sus deberes. El camino de las buenas prácticas que pueden salvar a los musulmanes es arduo y pide el esfuerzo voluntario de todos, de las mujeres y de los hombres, codo con codo, así como la competencia entre unas y
otras asociaciones».2

La vitalidad del elemento femenino en el seno del movimiento es tal que el Estado marroquí ha estimado oportuno ampliar la represión, que desde hace unas décadas afecta al movimiento en general, a la sección femenina. Varias decenas de militantes han sido detenidas durante este último verano de 2006; y algunas han sido secuestradas.

Mi propio proceso se inscribe en esta misma dirección, en la medida en que he transgredido varios tabúes, criticando al régimen y manifestando opiniones políticas que quiebran todas las tradiciones «sacralizadas». La transgresión por parte de una mujer del silencio político que los poderes autocráticos nos han impuesto constituye una subversión particularmente simbólica e importante para nuestra lucha en tanto que mujeres a partir de nuestras fuentes religiosas.

Una de las militantes, salvajemente reprimida por la DST, que emplea prácticas que en Marruecos ya se consideraban periclitadas, transgredió valientemente la ley del silencio «hablando» de su secuestro en una sociedad donde las mujeres no sólo tienen el deber de guardar silencio, sino que quedan deshonradas por sistema si tienen que ver con la policía. No hay duda de que se trata de una reconciliación con la enseñanza original del islam, que quería que la mujer fuera una actriz social y que no estuviera sujeta a un doble bloqueo: el de la autocracia y el del patriarcado.

Los programas educativos de la sección femenina promueven los modelos de unas mujeres con personalidad muy marcada, positiva y responsable. Mujeres que hablan, que reivindican y que negocian su lugar en la sociedad.

La lectura de los textos estudiados se inscribe en falso con relación a la ideología paralizante construida a través de los tiempos por un cuerpo de exegetas que han socavado toda la dinámica de la ley islámica. Así pues, las mujeres tienen que desenterrar dicha dinámica, comprender su espíritu y poner en marcha una pedagogía libertadora que haga saltar todos los cerrojos y los yugos que les han impuesto las lecturas machistas acumuladas a través de la historia musulmana.

Una revolución cultural

Sin embargo, es necesario recordar y subrayar que, aunque existe una especificidad femenina en la reapropiación de los textos, no se trata de una rebelión violenta llevada a cabo por un proletariado femenino contra el opresor masculino, ni tampoco de una «gran marcha» de las mujeres contra los hombres. Ya que, aunque se trate de una revolución cultural y deba ponerse en marcha un proceso de reeducación, se trata de hacerlo mediante una acción de reestructuración de la sociedad desde abajo: hombres y mujeres juntos en una nueva concepción de la complementariedad.

No se trata de construir campos de reeducación, sino de guiar a nuestras dañadas sociedades hacia una nueva aprehensión de su identidad musulmana. Consciente de que para convencer es necesario respetar parcialmente ciertas normas tradicionales, la sección femenina se ha puesto como objetivo el conseguir diplomas oficiales que permitan gestionar no sólo los instrumentos teológicos, sino también conseguir el reconocimiento y la aceptación de la sociedad.

Además de una incorporación masiva de las militantes en lo referente a su formación académica, en nombre de una lectura femenina específica del movimiento, existe el proyecto de formar lo antes posible a cincuenta mujeres como ulemas. Este proyecto es tan seductor para una juventud en busca de puntos de referencia que no sólo no se aparten de la referencia islámica, sino que al mismo tiempo rompan completamente con el esquema del islam tradicional que se ha apropiado el poder marroquí. El número 50 se repite exactamente, concerniendo a las mourchidates o predicadoras.

Conclusión

Si el poder marroquí toma en serio esas iniciativas femeninas es porque en los países del islam está aumentando la transferencia social de la disidencia. El velo es una señal muy significativa de la inversión del movimiento que en la época poscolonial equiparaba la liberación de la mujer con su alienación al modelo occidental. El velo, que sobre todo constituye un testimonio de fe, es también un acto altamente político, ya que expresa una triple ruptura.

Es a la vez una especie de reapropiación de la espiritualidad que manifiesta la mujer al velarse; una reconquista del espacio público, ya que el velo es una proyección de la esfera privada en dicho espacio, y una declaración política de disidencia contra el orden establecido, tanto internacional como nacional. Los clichés que pretenden que en las sociedades musulmanas actuales el velo sea una señal evidente de opresión de la mujer son, o bien la expresión de una evidente mala fe, o bien la confesión de una ignorancia sobre nuestro movimiento; un movimiento que es primordial comprender para no faltar a la cita con una historia en marcha, una historia que, como es lógico, ya no podrá hacerse sin sus mujeres.

Notas

1. Le Monde diplomatique, junio de 2006.
2. Abdessalam Yassine, Islamiser la modernité, Casablanca, Al ofok impressions, 1998.

Nadia Yassine. Fundadora y dirigente de la sección femenina del movimiento islamista marroquí Al Adl Wal Ihsane (Justicicia y Espiritualidad), Marruecos http://fr.wikipedia.org/wiki/Al_Adl_Wal_Ihsane


Centro di Studi Andalusi e Mediterranei




Centro di Studi Andalusi e Mediterranei / Centro de Estudios Andaluces y Mediterráneos - Dipartimento di Letterature Straniere Università degli Studi, Androna Campo Marzio 10 - Trieste

Darfur, donne senza pace


Darfur, donne senza pace
di Antonella Napoli

Le donne del Darfur sono destinate a non trovare pace. Fuggite in Ciad per scampare alle violenze nella regione sudanese subiscono la stessa drammatica sorte nei campi profughi nel paese confinante. Nonostante la presenza delle forze delle Nazioni Unite. schierate proprio per proteggere la popolazione. gli stupri continuano a essere perpetrati impunemente nel territorio ciadiano.

A denunciarlo, in un rapporto presentato a Londra il 30 settembre scorso, Amnesty International che accusa la polizia del Ciad. sostenuta dai Caschi blu, di fare ben poco per impedire che donne, ragazze e bambine siano vittime di aggressioni sessuali da parte degli abitanti dei villaggi confinanti i campi profughi e, in alcuni casi, degli operatori umanitari e degli stessi soldati ciadiani che dovrebbero tutelare la loro incolumità.

Amnesty ha riferito che la popolazione femminile a rischio è composta da oltre 142mila unità, su 260mila rifugiati che hanno lasciato il Darfur negli ultimi sei anni e che sono ospitati in 12 centri di accoglienza ai confini con il Sudan.

Tawanda Hondora, vicedirettore del Programma Africa di Amnesty International, ha sottolineato che “se è un fatto risaputo che le rifugiate del Darfur rischiano di subire aggressioni e stupri quando escono dai campi per raccogliere legna e acqua, si ignora che la situazione all’interno delle strutture dove dovrebbero essere al sicuro non è migliore, giacché quelle stesse donne rischiano la violenza anche da parte dei familiari, di altri rifugiati, dei militari dell’esercito regolare del Ciad e del personale delle organizzazioni umanitarie».

Secondo il rapporto di Amnesty International il pericolo proviene principalmente dagli abitanti dei villaggi situati nelle vicinanze dei campi. A garantire l’incolumità di queste persone dovrebbe essere l'Unità integrata di sicurezza, un reparto speciale di polizia sostenuto dalla Missione dell'Onu nella Repubblica centrafricana e nel Ciad.

Ma possono bastare 800 agenti, dispiegati in tutta l’area che ospita le istallazioni umanitarie, a proteggere 260mila persone, la maggior parte dei quali sono donne e bambini?
“Gli agenti del Dis - si legge ancora nel rapporto di Amnesty - sono diventati bersagli della violenza locale ma si sono resi anche responsabili di violazioni dei diritti umani. Molte donne rifugiate affermano che questi agenti pensano solo a proteggere se stessi e che hanno fatto ben poco per garantire la sicurezza dei rifugiati”.

Le fonti dell’organizzazione internazionale che ha stilato questo desolante resoconto hanno segnalato, inoltre, violenze ancor più, se possibile, vili e subdole. Sono state accertate, infatti, molestie da parte di insegnanti che abusano delle loro alunne promettendo voti alti in cambio.
“Alcune bambine hanno dovuto lasciare le scuole – afferma con rammarico Tawanda Hondora - per questa ragione. Il propagarsi della violenza sessuale è, putroppo, dovuto alla cultura dell'impunità, profondamente radicata nel Ciad orientale. L'uso del metodo tradizionale del «negoziato» per risolvere le dispute e i conflitti mostra tutta la propria pericolosità quando si tratta di casi di stupro”.

"No place for us here: violence against refugee woman in eastern Chad", traccia quindi un quadro ben più drammatico di quello che vogliono ‘mostrare’ le Nazioni Unite e le organizzazioni coinvolte in progetti di cooperazione in Ciad.

Il portavoce della missione Onu – Minurcat, Michel Bonnardeaux, ha ammesso con riluttanza la perpetrazione di atti di violenza contro le donne e ha difeso la polizia sostenendo che la situazione della sicurezza stia migliorando. Ovviamente dal Palazzo di Vetro contestano questi dati, affermando che la Dis ha ricevuto uno speciale addestramento per i casi di stupro, e che il documento "è un po' affrettato e basato su un campione molto piccolo e su una breve visita".

Ma abbiamo già avuto modo, purtroppo, di verificare e denunciare che tra i caschi blu non mancano individui privi di scrupoli che approfittano del loro ruolo per compiere impunemente atti orribili. Congo, Ruanda e Uganda insegnano.

http://www.articolo21.info/9079/notizia/darfur-donne-senza-pace.html

Misteri d'Italia: la storia di Michele Sindona


Note di INFORMAZIONE LIBERA
Misteri d'Italia: la storia di Michele Sindona
di Gianni Barbacetto


“Uno dei più geniali uomini d’affari del mondo” (Fortune), “personaggio leggendario dell’alta finanza” (Forbes), “il salvatore della lira” (Giulio Andreotti), “il più geniale finanziere italiano del dopoguerra” (Business Week). Questo era Michele Sindona nei primi anni Settanta. Controllava la Banca Privata Italiana di Milano, la Franklin National Bank di New York, la Banque de Financement di Ginevra. Suoi erano il Watergate di Washington e gli studios Paramount di Hollywood. Fredda finanza e fabbrica dell’immaginario.

L’incanto di un’incredibile storia di successo internazionale comincia a incrinarsi nel 1974, quando la Franklin viene risucchiata nel gorgo del crac, il più grave crollo finanziario avvenuto fino ad allora negli Stati Uniti. In Italia, collassa la Banca Privata. Nel 1975 la magistratura italiana emette contro di lui due mandati di cattura per bancarotta fraudolenta. Inizia così una nuova fase della vita di Sindona, intensa e frenetica, in cui il banchiere di successo, uomo con saldi rapporti nella dc, in Vaticano, nell’amministrazione Usa, gioca tutte le sue carte per convincere giudici e opinione pubblica di essere vittima di potenti avversari nel mondo della finanza e di pericolosi nemici nel campo della politica. Che avevano un obiettivo: eliminare a ogni costo un temibile concorrente, l’alfiere della “finanza cattolica”, un fiero combattente anticomunista.

La difesa non gli riesce. I giudici americani lo mettono sotto processo per appropriazione indebita, truffa, falsa testimonianza e una lunga fila di altri reati e, nel 1980, lo condannano a 25 anni di reclusione. Quattro anni dopo, ottenuta l’estradizione in Italia, i giudici italiani lo processano per bancarotta fraudolenta e nel 1985 lo condannano a 12 anni (già si vede quanto la giustizia Usa sia più severa di quella italiana quando giudica i colletti bianchi). Nuovo processo nel 1986, questa volta per omicidio: il banchiere è accusato di aver assoldato il killer che ha ucciso, nell’estate del 1979, il commissario liquidatore delle sue banche italiane, Giorgio Ambrosoli, che si era opposto al salvataggio. Quarantotto ore dopo la condanna all’ergastolo, il 20 marzo 1986 Sindona trangugia, nella sua cella del carcere di Voghera, un caffè al cianuro che lo uccide.

Quelle qui raccolte sono le sue memorie, affidate al giornalista americano Nick Tosches. La doppia vita di Michele Sindona, banchiere di successo e burattinaio di massoni, mafiosi e killer, inizia nel 1920 in Sicilia. Nasce a Patti da una famiglia modesta. Per mantenersi gli studi lavora fin dall’età di 14 anni. Fa il dattilografo, l’aiuto contabile, infine l’impiegato presso l’ufficio imposte di Messina. Lì ha modo di conoscere a fondo il sistema fiscale italiano. All’Università di Messina, nel 1942, si laurea in Giurisprudenza con una tesi sul Principe di Niccolò Machiavelli, la cui massima, “Il fine giustifica i mezzi”, diventa la sua stella polare.

Si trasferisce a Milano nel 1946, senza una lira, ospite di un cugino, lasciando a Messina moglie e figlia. Apre uno studio di consulenza tributaria. All’inizio paga l’affitto del suo ufficio “in natura”, offrendo in cambio al proprietario la sua consulenza. Ma diventa rapidamente il fiscalista più ricercato della città, grazie alla sua specializzazione in elusione fiscale, e anche qualcosa di più: Sindona diventa, per la ricca borghesia milanese in espansione, il mago delle tasse, l’esperto di conti cifrati in Svizzera, il profeta degli allora pressoché sconosciuti paradisi fiscali. Precorre i tempi aprendo per sé, già nel 1950, una società in Liechtenstein: la Fasco A.G., che diverrà il centro segreto del suo impero finanziario.

Nel corso degli anni Cinquanta, la fama dell’avvocato di Patti che si è installato a Milano diventa nazionale. Lo Studio Sindona di via Turati diventa il più importante d’Italia. Negli anni, centinaia di clienti di alto livello gli affidano i loro capitali da nascondere all’estero. E questo gli porta non soltanto ricchezza, ma anche potere, perché è lui ad avere in mano l’elenco, riservatissimo, dei loro nomi, allineati in quella che è stata chiamata la “lista dei 500”, fonte di mille indiscrezioni e mille ricatti.

Il fiscalista di successo, intanto, è diventato banchiere. Nell’autunno del 1960, la Fasco ha acquistato la quota di controllo della Banca Privata Finanziaria, un piccolo istituto posseduto dallo ior, la banca del Vaticano. Da quel momento Sindona si lancia nei grandi giri della finanza internazionale, all’ombra di poteri obliqui, alleati discutibili, amicizie pericolose.
Il Vaticano diventa il suo primo formidabile alleato, in un misto di ingenuità e spregiudicatezza. Monsignori di curia provinciali e pasticcioni, incapaci di far quadrare bilanci e Vangelo, si affidano con sollievo a questo finanziere riservato che si proclama fedele amico della Chiesa e della dc e acerrimo nemico dei comunisti. Ior e Sindona diventano soci nella Banca Privata Finanziaria e poi, nel 1968, nella Banca Unione, i due istituti di credito che formeranno la sindoniana Banca Privata Italiana. Quando Paolo vi, nel 1969, decide di spostare sul mercato internazionale gli ingenti investimenti del Vaticano e di vendere una parte del patrimonio immobiliare (anche per attutire le polemiche sulla ricchezza della Chiesa e sugli scempi urbanistici romani), è Sindona a comprare la Generale Immobiliare, a rilevare la Condotte, ad acquistare la Ceramiche Pozzi. «Lei è stato inviato da Dio per aiutare la nostra Chiesa» commenterà il cardinale Giuseppe Caprio.

Al vertice dello ior era intanto arrivato un vescovo di Cicero, Illinois, di nome Paul Marcinkus, la cui spregiudicatezza e ambizione di diventare un vero banchiere internazionale erano di certo superiori alle capacità. Sarà così facile per Sindona prima, per Roberto Calvi poi, diventare i prestigiatori di un sistema in cui – garante il buon nome del Vaticano – i denari si moltiplicano virtualmente, si disperdono ai quattro angoli del mondo, si bruciano in operazioni a rischio, fino al crac.
Sindona costruisce rapidamente il suo potere all’ombra di quel sistema che sarà chiamato, molti anni dopo, Tangentopoli. È un grande erogatore di mazzette e un generoso finanziatore della Democrazia Cristiana. Versa – secondo quanto racconta il suo ex braccio destro, Carlo Bordoni – centinaia di milioni di lire con cadenza regolare nelle casse della dc; nel 1974 vi fa affluire in un colpo solo due miliardi, attraverso tre misteriosi libretti al portatore intestati “Primavera”, “Rumenia” e “Lavaredo”, attribuiti rispettivamente a Giulio Andreotti, Amintore Fanfani e Flaminio Piccoli.

Ma gli affari di Sindona escono dai confini italiani. Ha buoni amici anche all’estero. John McCaffery, per esempio, uomo dei Servizi segreti inglesi durante la Liberazione. O David Kennedy, segretario al Tesoro dell’amministrazione Nixon. O ancora Daniel Anthony Porco, uomo d’affari statunitense. McCaffery diventa nel dopoguerra il rappresentante in Italia della Hambros Bank di Londra, che acquisterà una quota della banca di Sindona. Kennedy e Porco coinvolgeranno negli affari sindoniani la Continental Illinois National Bank.

L’ambiente in cui Sindona si muove è quello in cui gli affari si incrociano spregiudicatamente con la politica, nel nome della crociata anticomunista in corso nel dopoguerra. Le coordinate della sua attività finanziaria sono le stesse della guerra segreta contro il comunismo, da combattere con ogni mezzo. Per questo Sindona è circondato da massoni, uomini dei Servizi segreti, alti prelati vaticani, politici spregiudicati, faccendieri anticomunisti, mafiosi di alto rango. Affari e politica, in questo clima di guerra fredda, sono tutt’uno. In nome del libero mercato e della democrazia, tra le due sponde dell’oceano Atlantico si crea uno spazio in cui il mercato non conta e la democrazia è sospesa, pesano le relazioni e il potere, le regole non esistono, i controlli sono aggirabili e la finanza e il denaro diventano un gioco di prestigio sganciato dalla realtà economica.

Sindona dà il primo robusto segnale del suo anticomunismo militante già nel 1956, quando offre ospitalità in una sua tenuta canadese a una cinquantina di profughi fuggiti dall’Ungheria invasa dai sovietici. Nei primi anni Sessanta entra poi a far parte di un gruppo di pressione italoamericano che cerca di impedire che il presidente John Kennedy conceda il via libera degli Usa al centrosinistra in Italia. Nel 1963, con l’ingresso dei socialisti nel governo, questa battaglia è persa, ma la guerra continua in altre, più drammatiche forme. Sindona in America entra in contatto con un avvocato che farà strada, Richard Nixon, che condivideva la sua ossessione anticomunista. «Mi riferì – racconta il banchiere, – che politici e uomini d’affari che avevano analizzato la situazione italiana si erano detti convinti che gli Stati Uniti avrebbero dovuto impedire che la regione mediterranea cadesse in mani nemiche.» Nixon resta coerente con questi propositi quando, nel 1968, viene eletto presidente degli Stati Uniti. Sarà rieletto nel 1972, anche con il contributo di Sindona, che lo sostiene versandogli un milione di dollari.

Intanto il banchiere è entrato a far parte dei circoli atlantici più oltranzisti, quelli che a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta nutrono in Italia il cosiddetto “partito del golpe”. Secondo le confessioni di un protagonista della strategia della tensione, Roberto Cavallaro, Sindona è, insieme all’industriale genovese Andrea Piaggio, il principale finanziatore dei gruppi “patriottici” (in realtà neofascisti) che forniscono la manodopera per la strategia dei disordini, delle bombe e delle stragi da attribuire ai “rossi” per attivare la risposta golpista dei militari. Sindona viene coinvolto, insieme al gotha della politica, dell’esercito e dei Servizi segreti, nelle indagini per il tentato golpe Borghese (8 dicembre 1970). Un altro protagonista di quella stagione, il maggiore Amos Spiazzi, farà il nome di Sindona a proposito del successivo piano golpista della Rosa dei venti («La pista genovese portava molto in alto, portava fino a Sindona»). Del resto, il banchiere si dà da fare anche all’estero, realizzando in Grecia manovre finanziarie che servono ad alimentare la giunta militare dei Colonnelli.

Nel 1973, anno chiave della strategia della tensione, Sindona – secondo quanto racconta egli stesso – viene incaricato dalla Cia di organizzare un’operazione finanziaria internazionale contro la lira, per rafforzare il clima di insicurezza in Italia e preparare sbocchi politici autoritari. “La speculazione contro la lira e altre valute da parte delle banche di Sindona, orchestrata dal braccio destro del finanziere, Carlo Bordoni, effettivamente ci fu. E si tradusse per le banche controllate da Sindona in una perdita di 800 milioni di dollari, che non risulta sia stata rimborsata dalla cia” (Il Mondo, 3 aprile 1981). Altro che “salvatore della lira”.

Nell’estate del 1974, la svolta. Negli Stati Uniti lo scandalo Watergate fa cadere l’amministrazione Nixon e Henry Kissinger deve abbandonare le poltrone di Segretario di Stato e di direttore del National Security Council. La politica estera statunitense cambia radicalmente e in Occidente si apre una fase nuova, il cui esito più vistoso è lo sgretolarsi dei regimi fascisti in Grecia e in Portogallo. Cambia il clima politico anche in Italia. Da una parte si apre (ma solo per un momento) qualche spiraglio sulle manovre eversive della strategia della tensione, grazie alle inchieste giudiziarie e giornalistiche sulla strage di piazza Fontana, sul golpe Borghese, sul “golpe bianco” di Edgardo Sogno, sul progetto eversivo della Rosa dei venti. Dall’altra, cambia strategia anche quel composito “partito del golpe” che era stato il protagonista della fase 1969-1974: abbandonate le bombe e il sostegno all’eversione fino alla progettazione del colpo di stato, il fronte dell’oltranzismo atlantico italiano si riorganizza attorno a un progetto più sofisticato di conquista dello Stato attraverso il controllo dei suoi apparati e di settori cruciali della politica, dell’economia, dell’informazione. È quanto viene teorizzato nel Piano di rinascita democratica, documento programmatico della loggia massonica segreta P2 guidata da Licio Gelli.

I protagonisti della dura stagione di lotta anticomunista che si era aperta sul finire degli anni Sessanta, a metà dei Settanta passano dal “partito del golpe” alla P2, che si struttura come il club dell’oltranzismo atlantico. Tra loro, c’è anche Michele Sindona, che già era affiliato a una loggia coperta, la Giustizia e Libertà della Comunione di Piazza del Gesù. Nel 1973 il banchiere incontra Gelli ed entra nella sua loggia segreta. In buona compagnia: nella P2 si ritrovano i vertici dei Servizi segreti italiani, alti ufficiali dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina e dei Carabinieri, ministri, parlamentari e politici di vari partiti (dc, psi, psdi, pli, msi), alti magistrati (tra cui il procuratore generale della Repubblica di Roma, Carmelo Spagnuolo, in buoni rapporti con Sindona), e poi giornalisti, finanzieri (tra cui Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, che fu dapprima l’alunno prediletto di Sindona e poi suo concorrente, avversario e continuatore), imprenditori (tra cui il futuro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi). Sindona ha la tessera P2 numero 1612, gruppo Centrale, cioè in diretto collegamento con Licio Gelli.

In questo clima, in cui la finanza è un sistema di relazioni strettamente connesso alla politica, Sindona costruisce la sua resistibile ascesa. Usa lo ior come banca off-shore attraverso cui “mettere al sicuro”, all’estero, i capitali dei suoi clienti italiani. L’istituto vaticano guadagnerà ottime commissioni da queste operazioni e da altri affari fatti con Sindona, ma alla fine, con il crac, dovrà subire perdite che vanno dai 60 miliardi di lire delle ammissioni ufficiali agli oltre 200 ipotizzati da stime attendibili.

Banchiere ormai affermato, tenta il colpo della sua vita. Il Grande Disegno prende forma nel 1971: Sindona lancia l’assalto alla cosiddetta finanza laica, che ha in Mediobanca il suo punto d’equilibrio e in Enrico Cuccia il suo gran sacerdote, garante del capitalismo italiano delle grandi famiglie. Parte alla conquista della Bastogi, allora salotto buono della finanza italiana, che custodiva pacchetti azionari del gruppo Pesenti, del gruppo Pirelli, della Centrale, della Snia. Progetta di fonderla con la Centrale, dopo averla espugnata, facendo nascere una società finanziaria che sarebbe stata tra le più grandi d’Europa. Apre le trattative per acquisire la Banca Nazionale dell’Agricoltura, allora la più vivace delle banche private italiane. Scala l’Italcementi di Carlo Pesenti, che controllava l’industria del cemento, alcune banche, il colosso assicurativo Ras, oltre al pacchetto di maggioranza della Bastogi e una partecipazione determinante per il controllo della Montedison.

Il Grande Disegno punta a creare un polo finanziario alternativo a Mediobanca e a raccordare diversi centri di potere: la finanza vaticana di Paul Marcinkus, l’Opus Dei, gli andreottiani che controllavano il Banco di Roma e sognavano di togliere il primato a Milano. Se il Grande Disegno fosse riuscito, la storia d’Italia sarebbe stata diversa e il banchiere, con i suoi alleati andreottiani, vaticani, massoni e mafiosi, avrebbe occupato nella finanza italiana il posto che è stato di Cuccia. Invece l’opa Bastogi – la prima offerta pubblica d’acquisto realizzata in Italia – fallisce. L’establishment economico, di cui Cuccia è il punto di riferimento, resiste. Respinge gli assalti.

Sindona si concentra allora sulle sue banche, l’Unione e la Privata Finanziaria, riunite nella Banca Privata Italiana, e acquista negli Stati Uniti la Franklin National Bank. Gli affari però vanno male. Le banche ottengono pessimi risultati. Una sua società, la Moneyrex, si dissangua compiendo spericolate operazioni speculative nell’area dei cambi dopo aver scommesso sulla tenuta del dollaro, che invece precipita. Sindona non si perde d’animo. Convinto com’è che nella finanza il mercato sia niente e il potere, i rapporti, la politica siano tutto, estrae dal cilindro la mossa che lo può salvare: un aumento di capitale da brivido (da un milione a 160 miliardi di lire) di una società fino ad allora sconosciuta, la Finambro, destinata a diventare, con un colpo di bacchetta magica, la holding del suo gruppo.

Ma il mercato esiste. E anche i poteri reagiscono – e non solo quelli che sostengono Sindona. Nel giugno 1973, infatti, cade il governo Andreotti, sostituito dal centrosinistra guidato da Mariano Rumor. Al Ministero del tesoro arriva Ugo La Malfa, che avvia immediatamente una stretta creditizia e una politica economica più rigorosa. Sull’aumento di capitale Finambro, il 28 agosto 1973 scrive: “Mezza Italia si sta muovendo per questa operazione, il che mi rende ancora più diffidente”. Tutti gli aumenti di capitale sono bloccati e Sindona resta in una situazione finanziaria insostenibile. Per di più, in America cade Nixon, a causa dello scandalo del Watergate che – per uno scherzo del destino – prende il nome dall’edificio di Washington posseduto da Sindona. Caduti i suoi protettori americani e indeboliti quelli italiani, Sindona non può più nascondere i suoi conti. È il crac.

Eppure i suoi sostenitori sono ancora forti. Andreotti lo difende, la P2 si scatena, gli ambienti massonici americani lo spalleggiano, la mafia lo sostiene. L’obiettivo che persegue è semplice: realizzare un piano di salvataggio che scarichi i costi del crac (almeno 250 miliardi di lire dell’epoca) sulle spalle dei contribuenti. Chi non ci sta è un giovane avvocato milanese, nient’affatto sovversivo, monarchico anzi: Giorgio Ambrosoli. È a lui che la banca di Sindona viene affidata, quando nell’ottobre 1974 il giudice istruttore Ovilio Urbisci la pone in liquidazione coatta ed emette un ordine d’arresto per Sindona, accusato di “falsità in scritture contabili, false comunicazioni e illegale ripartizione degli utili”. Il commissario liquidatore, assistito dal maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, svolge il suo compito con la schiena diritta. Alla fine del 1975 arriva al cuore del sistema, alla Fasco, in Liechtenstein, che Sindona sperava restasse fuori dal crac, e riesce a entrare in possesso delle quattromila azioni al portatore che costituiscono il capitale sociale.

Intanto Sindona è fuggito a New York, da dove gioca tutte le carte per salvarsi. Per far passare i piani di salvataggio e addossare alla collettività le perdite, si danno da fare gli uomini più vicini ad Andreotti: il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Franco Evangelisti, il ministro dei Lavori pubblici Gaetano Stammati, i consiglieri del Banco di Roma Roberto Memmo e Fortunato Federici. Si muovono anche Licio Gelli, Massimo De Carolis e, senza troppa convinzione, Roberto Calvi, che in realtà aspira a prendere il posto di Sindona.

Per evitare l’estradizione in Italia, Sindona nel 1976 presenta al tribunale di Manhattan una decina di affidavit, cioè dichiarazioni giurate, che sostengono la tesi della persecuzione politica in Italia nei confronti dell’intrepido banchiere anticomunista. A firmare gli affidavit sono Anna Bonomi Bolchini, la signora della finanza italiana; l’alto magistrato romano Carmelo Spagnuolo; Edgardo Sogno, ex ambasciatore e regista del “golpe bianco”; John McCaffery, l’amico americano; Philip Guarino, esponente di rilievo dei gruppi massonici italoamericani; e Licio Gelli, Venerabile Maestro della P2 e regista di mille intrighi e di mille affari.

Di fronte a un così potente e variegato schieramento che sostiene Sindona, pochi sono gli uomini che contrastano i suoi giochi. A Roma, Paolo Baffi, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Sarcinelli, rispettivamente governatore, direttore generale e dirigente della vigilanza della Banca d’Italia. E, a Milano, Giorgio Ambrosoli. Sono granelli di sabbia in una macchina potente, che ha a disposizione anche pezzi del sistema politico (gli andreottiani) e della magistratura (nel “porto delle nebbie” del palazzo di giustizia romano). Eppure, questa volta, i granelli di sabbia fanno inceppare la macchina. Alcuni la pagheranno cara: Sarcinelli sarà in seguito arrestato, con accuse pretestuose, dalla magistratura andreottiana romana; a Baffi sarà risparmiato il carcere soltanto in virtù dell’età avanzata; Ambrosoli pagherà il prezzo più alto: sarà ucciso.

Sì, perché le manovre per salvare Sindona procedono su due piani paralleli. Uno è visibile, quello delle defatiganti trattative politiche e delle puntigliose iniziative finanziarie. Il secondo è sotterraneo: quello delle minacce, delle intimidazioni, delle telefonate anonime, degli avvertimenti mafiosi. Nel maggio 1977 iniziano le pressioni su Cuccia. Un avvocato romano, Italo Castaldi, lo va a trovare e gli accenna che qualcuno starebbe progettando il rapimento dei suoi figli. Cuccia capisce l’antifona e apre una trattativa segreta con l’entourage di Sindona. Incontra Pier Sandro Magnoni, il genero del bancarottiere, all’Hotel Claridge di Londra il 7 luglio 1977 e poi tante altre volte ancora a Zurigo. Ha decine di colloqui con l’avvocato di Sindona, Rodolfo Guzzi.

Agli incontri tra uomini d’affari correttamente vestiti di grigio fanno da contrappunto decine di telefonate anonime e minacce di morte, in italiano o in inglese con accento italoamericano, al numero privato di Cuccia, 02.700606. «Dica a suo marito di non fare lo stronzo oggi alla riunione delle 16 – grida una voce al telefono alla moglie di Cuccia, la mattina del 12 ottobre 1978, – perché ha rotto le palle a tutti e ci penseremo noi.» Il 17 novembre un attentato incendiario distrugge il portone di casa, in via Maggiolini 2. Cuccia sa bene da dove vengono le minacce: Magnoni in persona gli aveva fatto oscuri accenni ai pericoli che i suoi figli stavano correndo. Eppure non dice nulla ai giudici. Sceglie di giocare una partita rischiosa, da solo.

Dopo due anni di telefonate anonime, pressioni, minacce, accetta d’incontrare di persona il suo nemico. Il 10 aprile 1979, in gran segreto, vola a New York. Sono le 17.30 quando al Regency Hotel, dov’è fissato l’appuntamento, arriva Michele Sindona, che viveva in una suite del Pierre con le finestre su Central Park. Il bancarottiere è accompagnato dal cognato Magnoni e dall’avvocato Guzzi. L’incontro dura circa due ore. Sindona protesta nervosamente contro quello che definisce “il complotto” ordito contro di lui, che gli impedisce di sistemare i conti delle sue banche italiane. E rinfaccia a Cuccia di essere il regista del complotto. Cuccia risponde soltanto che Sindona dà peso a «pettegolezzi di nessun valore».

A conclusione dell’incontro, Sindona dice: «Noi abbiamo due cose in comune: un disprezzo personale del pericolo, come dimostra la sua decisione di accettare questo viaggio a New York, e un vivo amore per la famiglia». Cuccia non mostra, come al solito, alcuna emozione. Domanda soltanto: «Devo mettere in relazione la dichiarazione riguardante il mio affetto per la famiglia, con un riprovevole messaggio che ho ricevuto dal Magnoni?». Sindona risponde di no. Poi gli chiede di vederlo a quattr’occhi, il giorno dopo, 11 aprile.

Faccia a faccia, da soli: il più potente banchiere italiano, il grande vecchio silenzioso di Mediobanca, di fronte al bancarottiere Sindona, per l’Italia latitante e ricercato, che dall’America bersagliava di minacce mafiose Cuccia e Giorgio Ambrosoli. Di questo secondo incontro è rimasto solo un appunto scritto da Cuccia, piccola grafia su fogli bianchi quadrati, uno dei tanti “verbalini” su cui il banchiere riportava puntigliosamente ogni colloquio importante. “Il discorso a quattr’occhi fu allucinante – scrive Cuccia. – Sindona premette che mi deve fare un discorso molto duro e mi chiede di lasciarlo parlare senza interromperlo. Premette che ha un figlio che ogni notte si sveglia di soprassalto urlando che stanno uccidendo suo padre; un altro figlio ha deciso di fare politica con un orientamento che dovrebbe consentirgli iniziative a favore di suo padre; sua figlia è in uno stato di depressione nervosa gravissimo e si è ridotta a pesare quaranta chili. […] Quando avvenne il crac, i suoi due figli decisero di uccidermi. Egli riuscì a farli fermare a Ginevra dove erano arrivati, diretti in Italia, per eseguire la loro vendetta. Successivamente, egli si preoccupò di attuare una serie di prese di contatto con le comunità italiane negli Stati Uniti, facendosi accompagnare dai figli, in modo da esporre la verità sulle mie malefatte contro di lui; e a seguito di questa propaganda io fui dichiarato ‘miserabile’, termine applicato a coloro che la mafia condannava a morte. Nel frattempo la mafia aveva completato le informazioni sui miei figli; aveva fatto seguire in macchina una delle mie figliole; aveva accertato che mio figlio si era trasferito in Germania. Sindona aveva dichiarato che io potevo essere più utile da vivo che da morto, e aveva quindi fatto sospendere specifiche iniziative nei miei confronti. Invece, Sindona riteneva di doversi assumere la responsabilità morale di fare scomparire Ambrosoli, senza lasciare alcuna traccia.”

Il linguaggio di Sindona riportato da Cuccia è allusivo: “comunità italiane negli Stati Uniti”, “specifiche iniziative nei miei confronti”. Ma comunque chiaro: quelle espressioni stanno per “mafia” e per “condanna a morte”. L’appunto, e l’incontro, si concludono lasciando aperta la trattativa segreta tra un Sindona che minaccia e un Cuccia che non vuole salvarlo, ma sa che gli conviene fargli credere di avere ancora speranze.

Una partita, però, è già chiusa. E Cuccia la rileva con il volgare pudore di un “invece”. È la partita tra Sindona e Ambrosoli: “Invece, Sindona riteneva di doversi assumere la responsabilità morale di fare scomparire Ambrosoli, senza lasciare alcuna traccia”. Così Cuccia scrive nel suo verbalino.

Anche Ambrosoli, in quegli anni, è minacciato. Tra il 28 dicembre 1978 e il 12 gennaio 1979 riceve almeno sette telefonate anonime. L’ultima: «Non la salvo più, perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto! Lei è un cornuto e un bastardo!». Ambrosoli riferisce le minacce ai magistrati e il suo telefono è posto sotto controllo. Dopo il gennaio 1979 le minacce si fermano. Tanto che nell’aprile di quell’anno (quando Cuccia accetta l’incontro segreto a New York) Ambrosoli è un poco più tranquillo. Spera che il pericolo sia passato. Invece… Invece c’è un “invece” pronunciato da Sindona che riapre il pericolo. Cuccia sa che tipo di banchiere e d’uomo è Sindona. Facendo però onore alla sua fama di uomo silenzioso e riservatissimo, Cuccia non racconta a nessuno dell’incontro di New York, della strana trattativa in corso con Sindona, delle minacce mafiose sentite con le sue orecchie. Quell’“invece” riferito ad Ambrosoli lo tiene per sé. Come tiene per sé, chiusi in cassaforte, i suoi verbalini, compreso l’appunto dell’11 aprile. Subisce nuove pressioni. Il 5 ottobre 1979 va a fuoco la porta del suo appartamento, al secondo piano. Cuccia cambia casa. Ma tace.

Tace non soltanto con i magistrati, ma anche con Ambrosoli, il cui ufficio in via Verdi dista pochi passi dal portone di Mediobanca in via Filodrammatici. Lui che ha accettato tanti intermediari di Sindona, tace perfino con chi poteva far da tramite con Ambrosoli, l’avvocato Sinibaldo Tino, amico di Ambrosoli oltre che suo consulente, il cui studio era addirittura dentro il cortile di Mediobanca… I magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagheranno su Sindona e sull’omicidio Ambrosoli, riusciranno a far parlare Cuccia solo dopo molte insistenze e dopo aver aiutato la memoria e la volontà del banchiere facendolo accompagnare nell’ufficio di via Filodrammatici da un maresciallo, che finalmente torna a palazzo di giustizia con in mano i famosi “verbalini”: ma è ormai il settembre 1981, Ambrosoli è morto da ventisei mesi.
Sì. Perché Giorgio Ambrosoli – invece – muore nella notte dell’11 luglio 1979, esattamente tre mesi dopo l’incontro di New York tra Cuccia e Sindona. Viene raggiunto da tre proiettili calibro 357 magnum davanti a casa. Nessun politico ai suoi funerali, nella chiesa di San Vittore, nessuna autorità di governo, nessun uomo della comunità degli affari milanese. Presenti soltanto il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e molti magistrati. Solo Marco Vitale lo ricorderà, in un articolo commosso sul Giornale.

Il killer di Ambrosoli, William Joseph Aricò, detto Bill lo Sterminatore in ricordo di quando a New York faceva il venditore porta a porta di polvere di cianuro per sterminare gli scarafaggi, riceve da Sindona 50 mila dollari, più tanti altri soldi che, ricattando il suo mandante, riesce a far accreditare sui conti di una società che ha chiamato Ace Pizza Corporation. Il 2 dicembre, cinque mesi dopo il lavoretto, dona al nipotino che compie un anno una catenina d’oro, dicendo al figlio Charles, padre del bambino: «Questo è un regalo di Ambrosoli». Poi anche Aricò morirà.

È un anno terribile, il 1979. Il 29 gennaio viene ucciso a Milano il magistrato Emilio Alessandrini, che cade sotto i colpi dei terroristi di Prima Linea agli ordini di Sergio Segio, capitan Sirio. Il 20 marzo a Roma è assassinato Mino Pecorelli, il direttore di op. Il 21 luglio a Palermo tocca al vicequestore Boris Giuliano, seguito, il 25 settembre, dal giudice Cesare Terranova e dal maresciallo dei carabinieri Lenin Mancuso. Mafia, terrorismo, P2, i sistemi illegali vanno all’assalto delle istituzioni, qualche volta ognuno per suo conto, altre volte insieme.

Eppure. Eppure i segnali c’erano. Eppure qualche allarme era scattato. Già nel 1967 l’International Criminal Police di Washington aveva scritto alla Criminalpol di Roma per avere informazioni su quattro persone coinvolte, secondo gli americani, nel narcotraffico e nel riciclaggio tra Italia e Usa. Una di queste è “Michele Sindona, nato a Patti, Messina, l’8 maggio 1920, professione procuratore, residente a Milano in via Turati”. Un’altra è Daniel Anthony Porco, nato a Pittsburgh, Usa. La Criminalpol trasmette la richiesta americana alla polizia di Milano. A firmare la risposta, all’inizio del 1968, è il questore di Milano: “Da accertamenti svolti è risultato che il Porco intrattiene a Milano stretti rapporti di amicizia e di affari con l’avvocato Michele Sindona. I loro rapporti di affari risalgono al 1964”. Nient’altro: “Allo stato degli accertamenti da noi svolti, non sono emersi elementi per poter affermare che […] il Porco e il Sindona siano implicati nel traffico di stupefacenti tra l’Italia e gli Usa”.

In realtà accertamenti seri non furono fatti, né prima né dopo la richiesta americana. La resistibile ascesa di Michele Sindona non fu contrastata. “Chissà se una maggiore attenziione, intelligenza, responsabilità, competenza usate allora – si domanda Corrado Stajano nel suo libro Un eroe borghese, – sarebbero riuscite […] a impedire che l’allora embrionale sistema dei poteri criminali riuscisse a saldarsi, una decina d’anni dopo, con settori del sistema politico e a condizionarli e a ispirarli provocando lutti e tragedie?”

La classe dirigente di una Milano ancora “capitale morale” d’Italia è distratta e già poco incline a interrogarsi sull’odore dei soldi che scorrono silenziosamente sotto i suoi occhi. La business community è efficiente ma sbadata. Sospettosa, invidiosa e maldicente nei confronti dei nuovi arrivati, degli outsider diversi dagli uomini con le radici saldamente piantate nel potere dell’industria e della finanza del Nord. Si chiamassero Michele Sindona o, più tardi, Salvatore Ligresti, oppure Silvio Berlusconi, i nuovi arrivati sono dapprima trattati con sufficienza. Ma basta poco a farli accettare: il potere, i soldi e gli intrecci con la politica vincono ogni resistenza. Così gli outsider conquistano Milano, sempre pronta a dimenticare – in nome del potere e dei danee – non solo lo stile, ma anche la decenza.

C’erano il Sessantotto, i fermenti sociali, le bombe nere, poi il terrorismo rosso. Chi ha occhi per la silenziosa penetrazione dei soldi sporchi nella finanza italiana? Chi ha voglia di vedere l’illegalità che si mangia la politica? Così nessuno ha niente da ridire neppure del curioso successo della sindoniana Interfinanziaria S.p.a., sede a Milano, ma – lo racconterà poi una relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia – venti sportelli nella depressa provincia di Agrigento che riescono a far affluire ben quattro miliardi e mezzo di lire nelle casse della società. Come? Promettendo un tasso d’interesse più che doppio di quello praticato dalle altre banche e scatenando una caccia ai depositi realizzata da promotori finanziari d’eccezione: i parenti dei mafiosi locali, assunti come ricercatori di clienti.

Senza conseguenze perfino il segnale lanciato dall’ambasciatore Roberto Gaja, che nel 1975 rifiuta di partecipare a New York a una manifestazione di italoamericani in onore di Sindona, spiegandone le ragioni in un rapporto di fuoco inviato al Ministero degli esteri a Roma. Resta inascoltato, come ricorda la sentenza di Palermo nel processo per mafia al più tenace dei suoi sostenitori politici, Giulio Andreotti, dove è scritto che “il collegamento di Sindona con la mafia italoamericana era ben presente anche all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti”.

Senza risultato, nei primi anni Settanta, anche il durissimo rapporto della Banca d’Italia che conclude un’ispezione agli istituti di Sindona: “Irregolare, alterata o omessa registrazione di fatti di gestione; tenuta di una seconda contabilità economica riservata; riserva obbligatoria inferiore al dovuto” e “altre numerose irregolarità nel settore valutario”. Gli ispettori propongono già allora il commissariamento della Banca Unione e la liquidazione coatta della Banca Privata Finanziaria. Invece interviene la politica: Giulio Andreotti, in quel momento presidente del Consiglio, induce il governatore di Bankitalia Guido Carli a non intervenire; e resta ferma anche la magistratura (andreottiana) del Palazzaccio romano.

Sindona può continuare i suoi giochi di prestigio. Il preferito consiste nell’utilizzare i soldi dei clienti per finanziare le società del gruppo, per fare acquisizioni (come nel caso della Franklin Bank), o per altre operazioni illegali: i capitali sono parcheggiati in “depositi fiduciari” presso banche estere compiacenti e poi riversati in società estere controllate da Sindona.

In nome dell’anticomunismo tutto è possibile. Anche l’alleanza con Cosa nostra: proprio in questo libro Sindona dice a Nick Tosches che gli Alleati, al momento dello sbarco in Sicilia, si servirono di Lucky Luciano e della mafia “per procurarsi l’aiuto necessario a sconfiggere il nemico comune”. “Il fine giustificava i mezzi”, commenta Sindona, pur esibendo un filo di distacco. Il distacco cade quando si tratta dei propri fini e dei propri mezzi. Nell’estate più calda della crisi sindoniana, il 2 agosto del 1979, il bancarottiere scompare da New York. Si fa vivo un fumettistico “Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore”. Comunica di avere rapito Sindona. In realtà il bancarottiere compie, fino al 16 ottobre, un rocambolesco giro da New York all’Europa, con tappa ad Atene e approdo in Sicilia. A gestire questo strano viaggio è una composita fauna di personaggi: alcuni appartengono al mondo della massoneria, altri al mondo della mafia, altri ancora a entrambi. Sindona è nelle mani di Joseph Miceli Crimi, esperto di riti esoterici e chirurgie plastiche, di John Gambino, boss di Cosa nostra americana, e di Vincenzo e Rosario Spatola, boss di Cosa nostra siciliana.

Sul “rapimento” di Sindona indagano due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, due segugi che contemporaneamente svolgono l’inchiesta sull’assassinio di Giorgio Ambrosoli. Scopriranno che, dietro le quinte del finto sequestro, si muove la strana compagnia massonico-mafiosa e che, dietro il killer arrivato dall’America, c’è Sindona come mandante. Ma, a sorpresa, indagando sugli amici e sostenitori del bancarottiere, faranno una scoperta inaspettata: durante una perquisizione nell’azienda di Licio Gelli, la Giole di Castiglion Fibocchi, il 17 marzo 1981 trovano gli elenchi degli iscritti alla loggia P2. Così appare finalmente chiaro il livello dei rapporti e delle connessioni che sostengono Sindona e il grado d’inquinamento delle istituzioni. Un terremoto istituzionale, una ferita ancora non del tutto rimarginata.

Molti anni dopo l’ultimo, misterioso viaggio in Sicilia di Sindona, un uomo di Cosa nostra, Marino Mannoia, racconterà che il bancarottiere aveva trascorso una parte del suo “rapimento” siciliano in una villa messa a disposizione dagli Spatola. E riferirà le confidenze che aveva ricevuto dal capo dei capi, Stefano Bontate: «Come Gelli faceva investimenti per conto di Calò, Riina, Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziari per conto di Bontate e Inzerillo». Un altro “uomo d’onore”, Gaspare Mutolo, aggiungerà: «A Sindona erano state affidate ingenti somme di denaro da parte dei principali esponenti di Cosa nostra». Ed elenca: Pippo Calò, Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Totò Riina. Dunque Sindona era diventato consulente prezioso anche della mafia palermitana di Bontate e dei suoi alleati negli Stati Uniti, che insieme avevano fatto fare a Cosa nostra il grande salto imprenditoriale ed erano diventati monopolisti del traffico dell’eroina raffinata in Sicilia e venduta in America, nel più grande mercato del mondo.

Eppure, alla domanda diretta di Nick Tosches su quali fossero le banche usate dalla mafia, Sindona si assolve, tirando invece un colpo mancino a un giovane compagno di loggia. Risponde: «In Sicilia, il Banco di Sicilia, a volte. A Milano, la piccola Banca Rasini in piazza Mercanti». Sindona non può sapere ciò che succederà nei decenni seguenti: il figlio del direttore generale della Rasini, come lui iscritto alla P2, dopo aver fatto i suoi primi affari con i soldi della Rasini, farà una grande carriera imprenditoriale e poi politica. Ma questa è un’altra storia.

Sindona è un caso perfetto dell’uomo di potere italiano, nutrito dell’ideologia, opportunamente semplificata, del Principe. Machiavelli assume come suo modello il duca Cesare Borgia, che aveva fatto dell’omicidio, della strage e dell’inganno la via per raggiungere il potere. In altre culture tutto ciò appare insostenibile, tanto che – come ricorda Roberto Scarpinato nel suo Il ritorno del Principe (scritto con Saverio Lodato) – Adam Smith “rimase agghiacciato dall’ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento”. In culture diverse da quella italiana, “vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole, e quindi meritevole di disprezzo sociale. Anche in quei Paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall’evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti a operare nell’ombra".

“La differenza dell’Italia rispetto agli Stati Uniti e altri Paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Germania, sembra essere l’irredimibilità di significative componenti delle sue classi dirigenti, incapaci – a differenza delle classi dirigenti di quei paesi – di transitare da una fase di accumulazione violenta e predatoria a una fase nella quale il potere sociale ed economico acquisito in passato si stabilizza e si legalizza dando vita a un ordine che rispecchia valori sociali consolidati”.
Sono passati alcuni decenni dall’avventura tragica raccontata in questo libro. Ma l’Italia, strage dopo strage, omicidio dopo omicidio, crac dopo crac, sembra essere restata il Paese dell’eterno machiavellismo, il Paese di Sindona.

Bibliografia essenziale

Corrado Stajano, Un eroe borghese, Einaudi, Torino 1991
Sindona. Atti d’accusa dei giudici di Milano, Editori Riuniti, Roma 1986
Sergio Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos edizioni, Milano 1996
Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe, Chiarelettere, Milano 2008
Lombard, Soldi Truccati. I segreti del sistema Sindona, Feltrinelli, Milano 1980
Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1991
Giovanni Pellegrino, Proposta di relazione, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, XII legislatura, Roma 1995

(5 ottobre 2009)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-di-michele-sindona/

G8 di Genova le sentenze e un clima «teso»


Note di INFORMARE PER RESISTERE
Il G8 di Genova le sentenze e un clima «teso»
- di Giuliano Giuliani -

La camera di consiglio non è stata rapida come per l’assoluzione di De Gennaro dall’imputazione di induzione alla falsa testimonianza, ma l’attesa non ha superato la mezz’ora rispetto all’orario previsto. E ne è uscita una sentenza che, come si dice in questi giorni, va rispettata ma può essere commentata. E il commento è: autentico stupore.
Sto parlando della sentenza emessa ieri dalla corte d’appello genovese nel processo a 25 manifestanti accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio relativamente ai giorni del G8 del luglio 2001. Il primo grado si era concluso con una condanna complessiva a 108 anni, anche se differenziati fra 24 manifestanti (una era stata assolta): da un massimo di 12 anni a un minimo di qualche mese. La sentenza valutò infatti che diversi accusati avevano commesso al più una sorta di reato di resistenza, in quanto il loro comportamento era stato indotto da cariche violente e ingiustificate dei reparti speciali dei carabinieri (il riferimento è a quanto accadde in via Tolemaide, dove venerdì 20 luglio un corteo autorizzato venne brutalmente attaccato per ore dove era stato autorizzato a transitare dal questore). In ogni caso, già allora 12 anni per danni materiali e neanche un giorno per teste rotte, polmoni rovinati e persone in coma, erano apparsi una vistosa contraddizione.
La sentenza di ieri assolve 15 imputati, con motivazioni analoghe a quella di primo grado e soprattutto perché nel frattempo è maturata la prescrizione. Ma per 10 di essi (per i quali sarebbe intervenuto un condono di tre anni) aumenta le pene, per uno addirittura 15 anni, che in Italia è difficile erogare persino per un omicidio. Insomma, sembra che alla fine i conti debbano tornare. Che cos’è, una sorta di inaudita compensazione?
Non smetteremo di sorprenderci negativamente per tutto ciò che in questi otto anni continua a verificarsi. Archiviazioni per negare processi che avrebbero potuto affermare, se non giustizia, almeno brandelli di verità, come nel caso dell’omicidio di Carlo (e la recente sentenza della Corte europea di Strasburgo ha condannato lo Stato per non aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare per evitare ciò che è successo e verificare le responsabilità di quanto accaduto). Assoluzioni per gli alti vertici della polizia compromessi nella vicenda Diaz e delle false prove (molotov e quant’altro). Nessun procedimento aperto nei confronti dei reparti speciali dei carabinieri, neppure di quelli che cantavano «faccetta nera» nell’acquartieramento genovese. E adesso una sorta di accanimento nei confronti di dieci persone, quasi che sia tutta colpa loro. Non è un Paese sereno.


http://www.unita.it/news/giuliano_giuliani/89597/il_g_di_genova_le_sentenze_e_un_clima_teso

sabato 10 ottobre 2009

Fase nuova!


Dopo una lunga pausa, il blog riprende alla grande, con nuove idee e nuovi progetti. Nel post precedente sono stati inseriti i principali post messi su Facebook negli ultimi mesi, tanto per marcare una continuità e per mostrare che non perdiamo né il pelo né il vizio...

Interventi pubblicati su Facebook



Don Berlusco, rassegnati: se il Signore siede alla destra del Padre, vuol dire che persino il Padre sta alla sua sinistra! (10.10.09)

***

Presidente comunista, stampa comunista, tv comunista, vescovi comunisti, consulta comunista... alla fine al PD si sono detti: "ma se i comunisti sono loro, noi chi c@zzo siamo?". Da qui una lunga interminabile crisi d'identità... (10.10.09)

***

Ieri era tutto un gran fervore populista e diversi esponenti di governo ripetevano: "La sovranità appartiene al popolo". Nella fretta, hanno letto la Costituzione una riga sì e una no. Il testo completo del primo articolo è: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione." La citazione completa è più interessante di quella mutila. (10.10.09)

****

Non sono disponibile
Ieri alle 14.48
- di Concita De Gregorio -

Ci sarebbe moltissimo altro di cui parlare, oggi. A partire da quell'immagine torva ed evocatrice di sudameriche: il premier che cammina cupo e a passo svelto nelle strade sotto casa transennate e rese deserte per lui, dieci colossi con auricolare in abito scuro in formazione testuggine, un corpo personale di difesa in assetto ostile, lui al centro. Non sembra Italia, non sembra Roma, non sembra questo tempo. Certe foto dicono più delle parole. Poi gli insulti, certo, le minacce: non sapete di che pasta sono fatto, mi ha voluto il popolo tutto il resto non conta. Tuttavia è di un dettaglio apparente che vorrei parlare. Tornare indietro, riavvolgere il nastro a mercoledì sera. A quel momento della trasmissione di Vespa in cui il premier - intervenendo non in diretta ma in un programma registrato ore prima, chissà chi gli avrà suggerito di telefonare, chissà se vede quel che va in onda prima che accada - si è rivolto al vicepresidente della Camera dicendole «lei è più bella che intelligente». Rosy Bindi ci racconta di aver avuto la tentazione di «contraccambiare con un'offesa». Poi gli ha detto solo: «Io non sono una donna a sua disposizione». Non a disposizione dell'utilizzo finale, l'unico che il premier contempla e che milioni di italiani sono autorizzati dal suo esempio a considerare l'utilizzo migliore, l'unico utile. Nessuno degli uomini presenti in trasmissione ha replicato: erano Vespa, Casini, Riccardo Barenghi, Angelo Alfano, Roberto Castelli. Silenzio. Nessuno ha strillato vergogna come solitamente fanno quando una giornalista, per esempio, fa delle semplici domande in analoghe trasmissioni in cui non si riesce a finire una frase senza che i cani da guardia addestrati alla difesa azzannino urlando. Dire che la vicepresidente della Camera è brutta e stupida non deve sembrare affatto strano. Aggiungere come ha fatto Castelli che è «una zitella petulante» neppure. Qui le donne interessano se somigliano alla bagnina di Baywatch e per quel tipo di sollecitazione. Il resto stia a casa nascosto alla vista.
Da mesi diciamo che passa anche da qui - dalla ribellione delle donne - il cammino per ricominciare a costruire la basi di una società sana e giusta. Quasi cento interventi hanno occupato il nostro spazio quotidiano intitolato «il silenzio delle donne». Oggi Lorella Zanardo scrive «facciamo appello alla Costituzione, chiediamo che le massime cariche dello stato si occupino della questione femminile con la stessa serietà con cui trattano di questioni di importanza vitale per il paese. Non c'è più tempo». Il resto del mondo va altrove. Ieri la quarta donna in tre giorni ha vinto il Nobel. Ieri astronaute e astrofisiche erano a convegno a Roma a parlare di galassie. Più belle che intelligenti? Dice Giorgio Bocca a Oreste Pivetta: Berlusconi ha dato una patente alla corruzione diffusa nel paese, lo fa lui sono dunque autorizzati tutti. Corruzione materiale e culturale. Prostituzione. Possiamo noi sopportare che le uniche donne apprezzate siano quelle dei bagni di palazzo Grazioli? Che a Rosy Bindi si dica stai zitta sei brutta e zitella? Che lo faccia il capo del governo? Non credo. Direi proprio di no. Milioni di italiani si vergognano per lui. Lo dicano adesso. Vergogna.
http://concita.blog.unita.it//Non_sono_disponibile_657.shtml

***

Luigi de Magistris: Preveggenza colpevole di Stato
lunedì 5 ottobre 2009 alle ore 13.28

Un Governo di profeti che oggi pontifica attraverso le voci del premier e di alcuni ministri che quanto accaduto a Messina era stato previsto. Preveggenza inutile, perchè non ha comportato nessuna azione di tutela verso i cittadini, oltre che offensiva, perché oggi chi l’ammette non riesce però a pronunciare un mea culpa critico sulle proprie politiche ambientali ed edilizie.
Il dramma di Messina, quella montagna che è franata giù inghiottendo abitazioni e vite umane, era ipotizzabile perché frutto dell’ubriacatura del cemento che in Sicilia ha il volto dell’abusivismo, terreno di conquista di voti e soldi. Costruire ovunque, in spregio delle regole ambientali e della sicurezza, distruggendo boschi e territorio, per far posto al business del mattone illegalmente favorito da politica e mafie, con piani regolatori e delle opere pubbliche che forse non hanno perseguito il solo obiettivo dell’eco-compatibilità.
Di fronte a tutto questo, la richiesta avanzata dal nucleo tutela del territorio dei vigili urbani affinché fossero demolite 1200 costruzioni illegali è stata, per esempio, solo una flebile voce dispersa nel deserto degli interessi criminali, come nel nulla è scivolato lo stesso grido di alcuni amministratori locali e delle associazioni ambientaliste, che da anni denunciano un dissesto idrogeologico dell’area.
Con il denaro -pare di capire almeno 10 milioni di euro- stanziato dal ministero dell’Ambiente e dell’Economia a vantaggio della riqualificazione di aree più patinate e turistiche ma non della montagna messinese. Ed i condoni stabiliti dal Governo per far cassa a spese della sicurezza, inviando il messaggio al Paese che l’abusivismo se non è legale, sarà comunque prima o poi legalizzato: a posteriori con un provvedimento dello Stato.
Senza che Sarno abbia insegnato niente, senza che l’Abruzzo abbia reso chiaro che costruire illecitamente, nella scelta dei materiali e delle zone, è profondamente pericoloso oltre che immorale. Eppure la Sicilia non è l’Abruzzo: i suoi morti e i suoi terremotati non sono uguali tra loro. La tragedia di Messina non ha occupato gli spazi mediatici concessi al terremoto dell’aprile scorso, senza che questo abbia sconvolto il Governo, senza alcun imbarazzo: è infatti sempre la Regione del “cappotto” elettorale a vantaggio del centrodestra nelle politiche del 2001, terra amministrata dagli azzurri, nella versione ex scudocrociato, che ha avuto per anni il volto di Cuffarò&Co.
Per questo fa dolore e genera rabbia vedere l’ipocrisia politica del giorno dopo, con l’avvoltoio di Palazzo Chigi a volteggiare sulla Trinacria, mentre l’unica risposta offerta è in quel miliardo promesso ma che arriva in colpevole ritardo, sempre rilanciando sul Ponte: un collegamento fra mafia e 'ndrangheta che certo non ci metterà al riparo da un’altra Messina e che si realizzerà con chissà quali piani d’ombra.

***

Firma che ti passa
domenica 4 ottobre 2009 alle ore 22.55
- di Antonio Di Pietro -

“Nella Costituzione c'è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il Parlamento vota un'altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Se mi dite non firmare, non significa niente" queste sono le parole di un Presidente della Repubblica che in questa legislatura ha firmato di tutto e lo ha fatto spesso entro le 24 ore.
Non è vero che “non firmare” non significa nulla, i gesti della prima carica dello Stato hanno una forte valenza per la democrazia e per l’immagine delle istituzioni.
Se questo è il pensiero di chi la rappresenta oggi, mi domando allora cosa ci stia a fare Giorgio Napolitano dov’è. Se questa è la considerazione delle funzioni spettanti al suo ruolo, se firma perché “tanto poi dovrà firmare”, allora lasciamo promulgare le leggi al Parlamento e smettiamola con le pantomime.
Il Capo dello Stato non avrebbe dovuto firmare l’amnistia fiscale, né tanto meno negarne la gravità prima di farlo. Questa porcata non andava promulgata, e se fosse stata ripresentata invariata, un Presidente della Repubblica, firmando, avrebbe dovuto spiegare alla nazione che l’arroganza del governo, e di una certa opposizione, privava delle sue prerogative anche la Presidenza della Repubblica.
Il 2 ottobre il governo Berlusconi IV, con il voto di fiducia, avrebbe potuto togliere le tende e tornare a casa riportando il Paese alle urne. Per soli 20 voti l’Italia ha perso questo importante treno su cui viaggiava, oltre al proprio futuro, ed è stato approvato lo scudo fiscale. Venti voti di deputati del Pd e dell’Udc, e, con rabbia devo riconoscere, anche di un deputato Idv. Gli italiani sono stati fregati da 32 escort ‘da Parlamento’ che si sono svendute a questa vergogna. In quest’indimenticabile 2 ottobre ci sono stati 24 assenti del Pd, 7 dell’Udc ed uno dell’Idv, qualche ora prima, molte delle stesse facce avevano già boicottato il voto sulla mozione di costituzionalità dello scudo stesso.
Non accetto lezioni sul rispetto delle istituzioni dai tanti doppiopetto che dicono di fare opposizione in Parlamento ma che al momento opportuno, quello del voto, ritirano la mano e l’unica a cosa che sanno fare è denigrare ed inveire contro chi l’opposizione, quella dei fatti, la conduce senza sosta dentro e fuori il Parlamento: l’Italia dei valori.
Le lezioni impartite dal Pdl, Fini incluso, quelle sono il canto delle sirene di Ulisse, non bisogna ascoltarle, ma chi si traveste da salvatore della patria, manifestando in Piazza del Popolo per difendere la democrazia a parole, salvo poi assassinarla nei fatti in un’aula del Parlamento, non merita la stima dei giusti bensì l’ira degli onesti
http://www.antoniodipietro.com/2009/10/no_allinformazione_al_guinzagl.html

***

La parola giusta l'ha detta Di Pietro: se tu firmi una legge assurda solo perché il parlamento potrebbe comunque rimandartela uguale e obbligarti a firmare, vuol dire o che non ti rendi conto della differenza politica tra il firmare prima e il firmare dopo, o che, rendendotene conto, non hai il coraggio di sollevare una questione tutt'altro che inutile. Scalfaro o Pertini, secondo me, erano presidenti di tutt'altro spessore. (GF)

***

80mila firme nel cestino
sabato 3 ottobre 2009 alle ore 18.38
- di Stefano Feltri -

Ieri abbiamo mandato le vostre firme al Quirinale. Abbiamo telefonato, ci hanno consigliato di usare il modulo precompilato che trovate qui https://servizi.quirinale.it/webmail/ (tenetelo presente per il futuro), ma le vostre firme erano troppe. Quindi le abbiamo messe in un file e le abbiamo spedite all'ufficio stampa che, ci ha garantito, le avrebbe poi fatte pervenire al presidente Giorgio Napolitano.
Poche ore dopo le agenzie di stampa hanno diffuso la nota del Colle in cui il capo dello Stato spiegava di aver deciso di firmare la conversione in legge del decreto che introduce lo scudo fiscale perché “si rileva che sono state confermate le correzioni che avevano accompagnato la promulgazione della legge di conversione del precedente decreto. Infatti, la legge prevede la punibilità di tutti i reati strumentali all'evasione fiscale per i quali sia stata già esercitata l'azione penale e stabilisce che le dichiarazioni di rimpatrio o di regolarizzazione sono utilizzabili a sfavore del contribuente nei procedimenti penali pendenti e futuri”.
Ma non erano questi i problemi che per una settimana abbiamo sollevato sul “Fatto”: come hanno spiegato magistrati ed economisti, lo scudo è un regalo agli evasori che li incentiva – anche per il futuro – a evadere ancora le tasse, che offre alle organizzazioni criminali la possibilità di riciclare denaro a un decimo del prezzo di mercato e distrugge la credibilità del fisco (non basta certo prendersela con Rocco Siffredi, come ha fatto l'Agenzia delle entrate, per compensare). Il nostro appello a non firmare, qualche effetto, però, lo ha avuto. Questa mattina Napolitano era in visita a Potenza, prima di tornare a Roma per firmare lo scudo. Un cittadino gli ha urlato: “Presidente, non firmi, lo faccia per le persone oneste”. Il capo dello Stato ha replicato così: “Nella Costituzione c'é scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi il parlamento rivota un’altra volta la stessa legge ed è scritto che a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente".
Peccato che il Parlamento, se il Pd si fosse presentato in aula invece che mandare i suoi deputati in missione a Madrid o avesse candidato individui sani (sembra che gli ospedali di tutta Italia siano pieni di deputati democratici dalla salute cagionevole che avevano improrogabili visite mediche). Presidente, siamo sicuri che il Parlamento le avrebbe rimandato lo scudo? Ma soprattutto: la Costituzione la obbliga a firmare al secondo giro, non al primo, come ammette anche lei stesso. Intanto le vostre (nostre) firme finiscono in un cestino del Quirinale.
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578

***

Il Guardian: Lasciate stare campane, profumi e bei dipinti. La visita del Papa in Gran Bretagna non è cosa da festeggiare
venerdì 2 ottobre 2009 alle ore 14.00
- di Tanya Gold, The Guardian, 29 settembre, traduzione di Laura Franza -

Salvaci, o Signore, salvaci tutti. Salvaci dal papa. Joseph Ratzinger viene in Gran Bretagna.
Gordon Brown è 'deliziato'. David Cameron è 'deliziato". Io sono 'disgustata'.
Venga pure, viva la libertà di parola. Ma niente tappeti rossi, per favore. Niente tè e biscotti. Niente Regina.
Nei casi di violenze sui minori e l'Aids, i comportamenti di Joseph Ratzinger lo coinvolgono nella protezione dei pedofili e nella morte di milioni di africani. Come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (forte braccio operativo di papa Giovanni Paolo II), il compito di Ratzinger era indagare sugli scandali per pedofilia che affliggono la Chiesa cattolica da decenni. E come lo ha svolto? Nel maggio 2001 ha scritto una lettera riservata ai vescovi cattolici, ordinando loro di non avvisare la polizia - o chiunque altro - circa le accuse, pena la scomunica. Facendo riferimento ad un precedente (riservato) documento del Vaticano in cui si ordinava che le indagini fossero gestite "nel modo più segreto... protette da un silenzio perpetuo". La scomunica è uno scherzo per me, e forse anche per voi, ma per un cattolico significa l'esclusione e forse il fuoco eterno - per tentare di proteggere un bambino. Beh, Dio è amore.
E sempre lui ha fatto piazza pulita dei richiami alla disciplina per Marcial Maciel Degollado, il messicano fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo. Le accuse di abusi sui minori hanno perseguitato Maciel fin dagli anni Settanta. Le sue vittime rivolsero una petizione a Ratzinger, solo per sentirsi comunicare dal suo segretario che la questione era chiusa. "Non si può mettere sotto processo un amico intimo del Papa, come Marcial Maciel," disse Ratzinger. Due vittime di abusi lo hanno citato in giudizio personalmente per ostruzione alla giustizia, ma lui ha rivendicato l'immunità diplomatica. Alla fine, quando le accuse non potevano più essere negate, Ratzinger si è scusato e ha relegato Maciel "a una vita di preghiera e di penitenza". Perché non in prigione? Non l'ha spiegato. "E' una grande sofferenza per la Chiesa... e per me personalmente," fu il commento di Ratzinger sul peggior scandalo per abusi sui minori. Grande sofferenza? Credevo che essere violentato da bambino fosse una grande sofferenza. Essere manifestamente complici di un insabbiamento è di certo semplicemente... imbarazzante?
Ratzinger aggiunse di credere che la Chiesa cattolica fosse vittima di una "pianificata" campagna mediatica. Pianificata da chi? Dai gay? Dagli ebrei? Dagli Jedi? Ha quindi insegnato che si può pregare in perpetuo per le vittime - grazie, mi sento meglio ora! - e contemporaneamente impegnarsi al fine di garantire che gli uomini "con profonde tendenze omosessuali" non entrino nel sacerdozio, trasformando così ogni responsabilità per lo scandalo in una storia di cattivi gay!
Ratzinger ha avuto un ruolo attivo anche nella soppressione della Teologia della Liberazione, un movimento latino-americano che pone son insistenza la giustizia sociale come obiettivo centrale del cristianesimo, e sostiene che i buoni cattolici dovrebbero essere anche degli attivisti politici che lottano per i diritti dei poveri delle baraccopoli. Ratzinger ne è stato disgustato, e ha respinto l'idea come "una minaccia fondamentale per la fede della Chiesa".
E così per l'olocausto proprio della Chiesa - in Africa.
I preservativi possono proteggere gli Africani dall' Aids. Ma chi può proteggerli da Ratzinger? La Chiesa cattolica ha a lungo perseguito una politica contro l'uso dei preservativi. In El Salvador la Chiesa ha ottenuto l'approvazione di una legge, per cui i preservativi possono essere venduti soltanto con l'avvertenza che essi non proteggono dall'Aids. In Kenya, il cardinale Maurice Otunga ha organizzato roghi pubblici di preservativi. L'ex arcivescovo di Nairobi, Raphael Ndingi Mwana a'Nzeki ha detto al suo gregge che i preservativi, lungi dal proteggerli, contribuiscono alla diffusione della malattia. Beh, Dio è amore.
Alcuni sacerdoti locali in Africa consigliano la contraccezione, perché si prendono cura dei loro parrocchiani. Ma il Vaticano, dalla sua nuvola romana, non è d'accordo. L'Aids, ha detto Ratzinger, "non può essere sconfitto con la distribuzione di preservativi, che anzi aggravano il problema". Questa è una bugia. Non è una fantasia, come la nascita da una vergine o tutti gli altri magici e mistici controsensi, ma una pericolosa bugia. Ci sono, Vostra Santità, più di 12 milioni di orfani dell'AIDS in Africa. Ventidue milioni di africani hanno l'Aids e secondo stime delle Nazioni Unite, 90 milioni di persone sono a rischio di morte.
Ratzinger presiede una Chiesa che definisce l'omosessualità "una deviazione, una irregolarità, una ferita". I cattolici riformisti hanno cercato di modificare in senso liberale questo punto di vista, ma Ratzinger li ha messi a tacere. In una lettera del 1986 si lamentava che "anche all'interno della Chiesa, si stanno verificando enormi pressioni per portare... ad accettare la condizione omosessuale come se non fosse un disordine". Egli ha aggiunto che l'omosessualità è "intrinsecamente un male morale".
Le interessa conoscere le statistiche di suicidio per i gay adolescenti, Vostra Santità? Hanno quattro volte più probabilità di tentare il suicidio rispetto ai loro compagni eterosessuali. Nel 1998, un trentanovenne omosessuale di nome Alfredo Ormando si è dato fuoco in Piazza San Pietro, per protestare contro le vostre politiche. Morì.
Ratzinger non è migliore con le donne: si oppone al sacerdozio femminile, naturalmente, e chiede sia criminalizzato l'aborto anche per quelle che sono state violentate o sono molto malate; meglio il ferro da calza? Un suo amico, il teologo Wolfhart Pannenberg, ha detto che Ratzinger vede la richiesta di sacerdozio per le donne come qualcosa guidato da "portavoce di femministe radicali, soprattutto lesbiche".
Quindi questo è l'uomo che viene da noi a darci lezioni di morale. Benvenuto, Benedetto XVI, Episcopus Romae, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei Servi di Dio. Non calpestare i cadaveri.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-guardian-lasciate-stare-campane-profumi-e-bei-dipinti-la-visita-del-papa-in-gran-bretagna-non-e-cosa-da-festeggiare/

***

Cosa vuol dire libertà di stampa
venerdì 2 ottobre 2009 alle ore 16.38
- di ROBERTO SAVIANO -

MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.
Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.
Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.
Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.
In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo